“Uomini capovolti. Le piante nel pensiero dei Greci” di Luciana Repici

Professoressa Luciana Repici, Lei è autrice del libro Uomini capovolti. Le piante nel pensiero dei Greci, pubblicato dalle Edizioni della Normale. Il libro trae il proprio titolo da un’immagine di Aristotele: quale concezione ha delle piante lo Stagirita?
Uomini capovolti. Le piante nel pensiero dei Greci, Luciana RepiciIl titolo del libro è in effetti ripreso da Aristotele, ma è solo in parte una metafora. L’immagine è fondata in realtà su assunti di carattere biologico e fisiologico. Da filosofo della natura, Aristotele individua nella nutrizione, o meglio nella facoltà nutritiva, la funzione basilare di tutti i viventi animati in quanto tali: è l’assimilazione del nutrimento che consente a piante, animali e uomini indistintamente di vivere e poter esercitare così le attività proprie. Ma come ogni funzione anche la nutrizione ha bisogno di strumenti per poter essere svolta e a questo fine è preposto nei corpi dotati di organi come i corpi viventi uno strumento specifico che in animali e uomini è chiamato bocca ed è collocato nella testa. Nelle piante lo strumento che analogamente consente l’ingestione del nutrimento sono le radici, ma queste sono collocate in basso nella terra, non in alto come bocca e testa negli uomini. Di qui l’inversione spaziale che caratterizza le piante rispetto in particolare agli esseri umani, gli unici animali dotati di statura eretta come gli alberi tra le piante. Ma è l’analogia funzionale a livello di finalità della natura che giustifica questa inversione spaziale, perciò Aristotele non sta esprimendo così un giudizio di valore, come per sancire l’inferiorità delle piante rispetto agli uomini. In ambito moderno, studiosi di piante e animalisti lo accusano di antropocentrismo e di atteggiamenti pregiudiziali verso esseri che uomini non sono. Ma per Aristotele non c’è alcun progetto divino che ponga l’uomo al centro della realtà e la stessa intelligenza umana, nonostante certe ricostruzioni del suo pensiero circolanti fin dall’epoca medievale, non è ai suoi occhi un dono della divinità. Pur consapevole degli sconfinati orizzonti conoscitivi che l’intelligenza può aprire agli uomini, Aristotele ne studia la portata e l’applicabilità in termini comparativi, quindi precisandone e definendone lo statuto per somiglianze e differenze rispetto alle altre facoltà che contraddistinguono altri esseri viventi e sono presenti nell’uomo stesso: la facoltà sensitiva, cioè la capacità di percepire oggetti, e anteriore a questa la facoltà nutritiva. È in questa chiave che sono studiate le caratteristiche fisiche e psichiche delle piante, per ciò che le rende simili o dissimili da animali e uomini e sarebbe andare contro l’evidenza attribuire loro proprietà che esse non possono possedere come la percezione di oggetti o il pensiero. Non per questo ad esse Aristotele presta minore attenzione e approfondite sono le sue ricerche sui loro modi di generazione, sui fenomeni che le riguardano dalla nascita alla morte, sul significato di vivere e di essere che le piante incarnano. Ma le specie sono fine a se stesse, nessuna è finalizzata ad un’altra; l’unica volta che Aristotele riconosce un primato è quando constata che, essendo l’uomo un animale onnivoro per natura, a lui è la natura stessa ad assegnare il ruolo di fine di piante e animali, ma limitatamente a questo aspetto.

Quale statuto del mondo vegetale emerge dai presocratici?
I pensatori che con un’etichetta storiografica moderna siamo soliti chiamare presocratici non costituiscono un gruppo omogeneo; rappresentano invece istanze, interessi e modi di pensare assai diversi tra loro. Né è semplice, data la scomparsa pressoché totale dei loro scritti, ricostruire le rispettive posizioni o cercare di instaurare eventuali rapporti di parentela concettuale tra essi. È anche discusso tra gli interpreti quale sia stato il loro effettivo contributo alla nascita della filosofia e differenti sono le risposte che si danno alla domanda che cosa sia la filosofia presocratica. Non mancano tuttavia informazioni dalle quali si può desumere che, come studiosi della natura o physiologoi secondo la denominazione aristotelica, i filosofi più antichi trattarono delle piante come parti del cosmo, cioè all’interno di teorie sulla formazione e costituzione del mondo, quindi come casi della natura circostante. Al tempo stesso, nelle piante o in parti di esse come radici o semi era possibile ritrovare e indicare oggetti dell’esperienza comune che, per analogia, potevano rendere conoscibili oggetti del macrocosmo, più lontani e perciò meno conoscibili, per esempio il radicamento a cui poteva essere paragonata la collocazione della terra al centro del cosmo o il processo riproduttivo di animali e piante da semi a cui poteva essere paragonata la generazione di tutte le cose da principi. Ma attenzione fu fatta anche a questioni più specifiche, per esempio se e in che termini le piante potessero muoversi; se avessero respirazione e il respiro fosse, come in animali e uomini, indizio del possesso di vita e anima; come avvenisse la loro crescita verso l’alto in posizione eretta; se anch’esse ammettessero una distinzione sessuale. E anche l’eventuale distribuzione in esse di facoltà psichiche fu materia di discussione: hanno esse pure pensiero e percezione o anche emozioni come animali e uomini, dato che esse pure risultano dagli stessi principi costituenti? E ancora, in che misura le piante rientrano nel ciclo delle reincarnazioni, in cui l’anima trapassa da e in livelli di vita animale e umana? Solo in alcuni casi, come in Democrito, Anassagora o Empedocle, è possibile inquadrare queste informazioni di carattere frammentario in una cornice più ampia. Negli altri casi è necessario procedere con la cautela dovuta spesso a ricuciture congetturali dei frammenti.

Alimenti e rimedi costituivano le finalità essenziali delle piante nel mondo greco. Quali simbolismi ne accompagnavano l’utilizzo?
Il potere alimentare e il potere curativo sono le proprietà delle piante che interessano più da vicino l’utilità umana. Ma nella scelta degli alimenti, nel modo di consumarli (se cotti o crudi) e in genere nel rapporto con il cibo si riflettono scelte e stili di vita. Così, la dietetica del corpo, come nel caso del vegetarianismo, diventa anche una dietetica dell’anima, intesa come rivolta contro i valori convenzionali connessi al consumo di cibo in nome di un rigorismo morale o anche come rinuncia ai beni del corpo in questa vita in cambio di una promessa di felicità dopo la morte. L’utilità terapeutica invece non può prescindere dal ricorso a competenze professionali, che conoscano la natura delle piante e gli effetti curativi o esiziali che esse possono avere. Lo scopo in questo caso è il mantenimento o il ripristino della salute e riguarda specificamente l’eliminazione del dolore e della sofferenza nel corpo. Qui perciò la trasposizione simbolica riguarda se mai la valutazione del dolore come male per l’uomo e della malattia come risultato di una cattiva disposizione del corpo invece che come effetto di un intervento divino. La battaglia inoltre non è contro convenzioni o credenze distorte, ma contro le false professionalità di guaritori, maghi e ciarlatani e contro la superstizione. L’utilità terapeutica poteva tradursi per queste vie in inutilità o, peggio, mettere a rischio la vita umana.

Quale visione delle piante troviamo in Platone?
Lo studio delle piante in Platone non ha un rilievo particolare dal punto di vista fisico e fisiologico, in linea del resto con gli interessi della sua riflessione prevalentemente orientati in senso etico-politico e gnoseologico. I benefici per l’istruzione dell’anima che si possono ricavare ragionando con altri uomini nella città sono per Platone infinitamente superiori a quelli ricavabili dal contatto con esseri muti come le piante, per quanto bello e attraente possa essere lo scenario naturale in cui esse sono collocate. Non si può escludere tuttavia che nell’ultimo Platone e ancor più nella sua scuola le piante siano state studiate come oggetti di una realtà in divenire, la cui conoscibilità è deducibile dalla rete di somiglianze e differenze riscontrabili nell’ambito del mondo sensibile al quale appartengono. Molto insistito è invece nei dialoghi il ricorso alle piante per evidenziare metaforicamente aspetti qualificanti del tipo di vita filosofico sul piano privato e pubblico. Come i racconti mitici, anche le metafore assumono valore pedagogico e d’istruzione morale; il vantaggio nel caso delle piante è che si tratta di referenti analogici immediatamente evidenti e facilmente controllabili. Così, gli alimenti e i medicamenti tratti dalle piante diventano metafora di una dietetica e di una terapeutica dell’anima che deve essere alimentata dal cibo dei discorsi e guarita dal falso sapere in vista della sua migliore formazione. E sul piano politico, come non c’è stata città in cui la cura della vegetazione non abbia rispecchiato la bontà dei suoi abitanti, così non ci sarà città ben fondata se in essa il filosofo non crescerà come una pianta fiorente nel suo terreno proprio invece che come una pianta stentata in terra straniera. La stessa agricoltura è metafora della coltivazione dell’anima. Tuttavia, la trattazione di piante reali, non metaforiche non può dirsi del tutto assente. Platone ne tratta quando traccia le linee della sua cosmologia e individua nel mondo un’opera d’arte divina. Frutto di un’intelligenza demiurgica, le piante come gli animali e gli uomini sono su questa terra gli equivalenti degli esseri viventi che abitano nel cielo (gli astri) e tutto nella loro costituzione e nel modo di vivere rivela il progetto provvidenziale di cui sono parte. Rientra in questo progetto che le piante esistano per il bene degli uomini e anche che siano esseri animati; Platone anzi riconosce che, rispetto all’alimento e alla nutrizione, esse hanno una certa capacità di sentire e provare desideri piacevoli o dolorosi. Ma la valenza metaforica ricompare quando si tratta di spiegare nell’uomo la statura eretta e il posto che l’intelligenza occupa nell’assetto della sua anima. Sede dell’intelligenza è l’acropoli del corpo, ossia la testa, situata in posizione di comando nel luogo dell’alto e del cielo, verso cui tende pure la sua statura; egli è perciò come una pianta eretta, non però una pianta radicata nella terra ma una pianta celeste e con radici che si protendono nella stessa direzione.

Teofrasto è stato definito «il primo botanico della storia». Come si articola la sua riflessione sul mondo vegetale?
La formula può essere accettata, ma va chiarita. Teofrasto è autore di due trattati sulle piante che costituiscono un unicum nel loro genere perché non hanno precedenti nel passato né prosecuzioni in epoche successive. A lungo considerate dagli interpreti come opere di erudizione, questi trattati rappresentano invece momenti qualificanti nella costituzione della disciplina, che, quale che sia il loro apporto, assicurano all’autore un diritto di primogenitura rispetto allo stesso Aristotele. Nei suoi scritti conservati, infatti, Aristotele accenna a una sua opera sulle piante; ma forse perché mai scritta o forse perché perduta, una sua opera autentica sulle piante non è pervenuta. C’è il rischio però che a un botanico moderno i trattati teofrastei possano sembrare solo archeologia del sapere botanico. La botanica di Teofrasto non è una scienza sperimentale ma non è neppure una disciplina autonoma, bensì una botanica filosofica perché nutrita dei principi su cui è incardinata la filosofia della natura di Aristotele, del quale Teofrasto fu allievo diretto. Un botanico moderno si stupirebbe forse anche di scoprire che i trattati teofrastei si occupano di arte agricola senza essere un manuale per agricoltori. Né meno sorprendente potrebbe essere scoprire che, oltre a studiare le proprietà utili delle piante come i loro poteri medicamentosi, Teofrasto raccoglie anche indicazioni su usi impropri a fini di commercio e di lucro, nonché su usi censurabili come quelli magici e superstiziosi. Da aristotelico avvezzo a fare ricerche basate sulla raccolta di tutti i dati empirici disponibili, anche opinioni reputate e credenze diffuse, da sottomettere poi al vaglio del ragionamento, Teofrasto raccoglie anche informazioni eccentriche rispetto a temi strettamente disciplinari. Di qui la menzione degli usi artificiosi delle piante, di figure di commercianti e costruttori di amuleti, ma anche di figure di ricercatori a lui precedenti, che egli affianca senza soluzione di continuità alle sue indagini specialistiche: dalle malattie delle piante alla loro longevità, dalle anomalie nella crescita e nella fruttificazione alla formazione di succhi e profumi al loro interno, dai modi della loro generazione e crescita ai loro rapporti con la natura–ambiente. L’inserimento dell’agricoltura nel quadro si spiega tenendo presente che nel caso delle piante non solo la natura è causa della loro generazione, ma anche la tecnica della coltivazione. Infatti, imitando la natura, essa pure opera allo scopo di promuovere il bene della pianta e deve perciò essere guidata ad applicare le misure procedurali e conoscitive necessarie al conseguimento del fine. C’è dunque finalità nella natura come nella tecnica, anzi nella natura prima che nella tecnica, ma l’una è la finalità delle piante per l’uomo, l’altra delle piante per sé. Non si comprenderebbe infine la botanica di Teofrasto senza collocarla nell’ambito della concezione aristotelica della scienza, cioè come conoscenza causale e generalizzabile dei propri oggetti. Di qui nasce in Teofrasto la classificazione dei generi delle piante, la prima a mia conoscenza che sia stata data, nel tentativo di dare configurazione per quanto possibile ordinata ad un mondo come quello delle piante di incontenibile vitalità.

Luciana Repici, già professore ordinario di Storia della filosofia antica nell’Università di Torino, si occupa, oltre che di logica e teoria delle argomentazioni, di filosofia della natura, con studi su fenomeni della vita animale come la percezione, il sonno e i sogni e sulle piante. I suoi interessi si estendono da Aristotele e dalla prima generazione dei suoi allievi, da Teofrasto a Stratone Lampsaco, alle filosofie ellenistiche fino all’epoca romana. Tra le sue pubblicazioni, La logica di Teofrasto. Studio critico e raccolta dei frammenti e delle testimonianze (1977); La natura e l’anima. Saggi su Stratone di Lampsaco (1988); Aristotele e i sogni: Il sonno e la veglia, I sogni, La divinazione durante il sonno (2003); Teofrasto. Metafisica (2013); Uomini capovolti. Le piante nel pensiero dei Greci (20001; 20202); Nature silenziose. Le piante nel pensiero ellenistico e romano (2015); Aristotele, La fiamma nel cuore: Lunghezza e brevità della vita, Gioventù e vecchiaia, La respirazione, La vita e la morte (2017). Sulla presenza della botanica aristotelico-peripatetica in epoche successive, ha pubblicato i saggi Teodoro Gaza traduttore e interprete di Teofrasto (2003) e Il De plantis pseudo-aristotelico nella tradizione antica e medievale (2009).

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