– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
– Credevo guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
– Mi pende? A me? Il naso?

Della penna e del genio di Luigi Pirandello, il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita” – come l’autore stesso ebbe modo di sottolineare in una lettera autobiografica – è certamente “Uno, nessuno e centomila”. Pubblicato a puntate nel dicembre del 1925, e solo nel 1926 in volume, l’ultima opera dello scrittore e drammaturgo siciliano è anche la più completa espressione del suo pensiero sulla vita, sulla realtà, sull’io di ognuno.

Come Mattia Pascal, il protagonista, Vitangelo Moscarda, è un antieroe, un uomo immaturo e inconcludente. Tra le pagine è proprio lui a raccontare le sue vicende, come se si stesse rivolgendo direttamente al suo interlocutore, ovvero il lettore.

Ripercorriamo insieme la storia.

Vitangelo Moscarda, un uomo sulla trentina d’anni, è figlio di un banchiere dal quale eredita la banca. Grazie a questa donazione può permettersi di vivere di rendita, senza neppure lavorare. Un giorno sua moglie Dida gli fa notare che il suo naso è leggermente storto. Di contro, lui inizia ad avere una crisi di identità perché capisce che le persone attorno a lui hanno una percezione diversa della sua immagine e allora si pone l’obiettivo di distruggere le percezioni diverse che la società ha di quel Vitangelo Moscarda. Da qui la volontà di scoprire chi è veramente: decide di cambiare vita.

Dapprima sfratta un povero squilibrato, Marco di Dio, dalla catapecchia che persino il padre, per pietà, gli aveva concesso gratuitamente, poi con un improvviso colpo di scena rivela alla folla indignata di aver donato un’altra casa migliore a di Dio; impone agli amministratori di liquidare la banca paterna, maltratta la moglie Dida (che pur ama) e la induce a lasciarlo. Insieme ad altre persone lei inizia un’azione legale contro di lui, avvalorata da quei comportamenti poco equilibrati che fanno pensare a una sua follia. Viene informato della macchinazione da Anna Rosa, amica di Dida, ed egli, rivelandole le sue idee fa saltare il suo equilibrio psichico, al punto che la donna, con gesto improvviso e inspiegabile, gli spara, ferendolo gravemente. Ne nasce uno scandalo enorme nell’intero paese.

«Siamo molto superficiali, io e voi. Non andiamo ben addentro allo scherzo, che è più profondo e radicale, cari miei. E consiste in questo: che l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare. E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che una data forma, un dato atto non è questo e non è cosí. Ma inevitabilmente, poco dopo, se ci spostiamo d’un punto, ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è questo e non è cosí; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che non sarà mai né questo né cosí in nessun modo stabile e sicuro; ma ora in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci parranno sbagliati, o tutti veri, che è lo stesso».

Vitangelo allora inizia a percorrere un viaggio alla ricerca di sé, scoprendo ogni giorno di non essere per gli altri quello che invece lui crede di essere. Su consiglio di Monsignor Pantanna rinuncia ai suoi beni in favore dei meno fortunati e si rifugia in uno ospizio (che egli stesso ha donato alla città). In questo luogo si sente libero da ogni regola, in grado di vedere il mondo da un’altra prospettiva, lontano dalle mille maschere che lo hanno circondato una vita intera.

Moscarda conclude che, per uscire dalla prigione in cui la vita ci rinchiude l’unico modo è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso.

«La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita».

Nel romanzo è chiara la percezione pirandelliana dell’io: l’uomo si sente unico e uno per tutto il resto delle persone, ma egli in realtà è un nulla (e quindi nessuno) perché viene percepito in innumerevoli modi diversi (o meglio centomila maniere) dagli altri e finisce con lo sgretolarsi totalmente. Torna quindi il concetto di “maschera” su cui si concentra l’intera poetica dello scrittore: un individuo viene visto in forme diverse dal resto della società e in questa moltiplicazione si perde individualità. Per ogni circostanza, per ogni interlocutore, esiste una maschera che allontana dal vero senso di sé.

“Uno, nessuno e centomila” resta uno dei romanzi da leggere assolutamente se si vuole conoscere a fondo Luigi Pirandello e, perché no, se si vuole riflettere su stessi, sul modo in cui si pensa di essere e sul modo in cui gli altri ci vedono.

Angelica Sicilia