“Uniformità, frammentazione e conflitto. Capitalismo e azione collettiva nell’Italia liberale (1861-1914)” di Valerio Torreggiani

Dott. Valerio Torreggiani, Lei è autore del libro Uniformità, frammentazione e conflitto. Capitalismo e azione collettiva nell’Italia liberale (1861-1914), pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: quali vicende segnarono la formazione e lo sviluppo dei gruppi di interesse padronali nell’Italia liberale?
Uniformità, frammentazione e conflitto. Capitalismo e azione collettiva nell’Italia liberale (1861-1914), Valerio TorreggianiLo sviluppo storico dell’associazionismo dei gruppi d’interesse padronali durante il periodo dell’Italia liberale (1861-1914) è un processo estremamente complesso e sfaccettato, sul quale agiscono una molteplicità di fattori, sia interni che esterni. Tra le tante vicende che si potrebbero menzionare, mi pare che tre siano quelle che costituiscono i punti di svolta principali: la creazione del Regno d’Italia; la crisi agraria degli anni Ottanta; infine, l’aumento della conflittualità sociale negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Iniziamo proprio dalla conclusione del processo di unificazione politica del 1861. Com’è noto, una delle conseguenze più importanti della creazione del Regno d’Italia fu l’estensione della legislazione del Regno Sabaudo in materia economica e doganale a tutta la penisola e il parallelo avvio del processo di unificazione del mercato nazionale. I primi governi dell’Italia unita continuarono in tal modo ad applicare senza soluzione di continuità le idee libero-scambiste proprie di Cavour e di quelle classi dominanti che avevano guidato il processo d’unificazione, posizionando l’Italia sui mercati internazionali come esportatore di beni alimentari. L’associazionismo dei gruppi economici dominanti, che si era espresso negli anni preunitari attraverso una serie di società e accademie, venne utilizzato come strumento di questo processo più generale al fine di aumentare il grado di coesione delle élites e accelerare la costruzione del mercato nazionale mediante l’assorbimento delle diverse realtà associative territoriali da parte delle strutture del nuovo Stato nazionale. Questo avvenne principalmente con la creazione di una serie di organismi, sia centrali che periferici, che avevano il compito di controllare, indirizzare e uniformare i comportamenti degli esponenti delle categorie economiche al progetto generale del nuovo Stato unitario. Le forme che assunse l’associazionismo degli interessi agrari e industriali nel primo periodo postunitario, dunque, erano conseguenti ad un quadro generale in cui il potere pubblico concepì e promosse una organizzazione associativa periferica – i comizi agrari (1861) e le camere di commercio (1862) – a cui corrispondeva, al centro del sistema, il Consiglio superiore d’agricoltura (1868) e il Consiglio dell’industria e del commercio (1869).

Un secondo momento chiave per l’evoluzione dell’associazionismo del capitalismo italiano è costituito dalla crisi economica internazionale che investì il paese a partire dagli anni Ottanta. Le dinamiche internazionali dei prezzi, fortemente al ribasso per via dell’invasione di prodotti alimentari a basso costo provenienti da oltreoceano attraverso il miglioramento dei trasporti ferroviari e navali, finirono per causare una recessione che costituisce uno spartiacque di cruciale importanza nella vita dello Stato italiano. Per quanto riguarda l’azione collettiva del capitalismo italiano, la crisi mise in moto un processo di creazione di rappresentanze degli interessi economici maggiormente organizzate per la difesa settoriale e che iniziavano ad allontanarsi sempre più dalla sfera pubblica all’interno della quale erano state fino a quel momento immaginate e praticate.

Questo processo investe tanto il settore agrario quanto quello industriale ed è caratterizzato da un’ampia frammentazione della rappresentanza degli interessi economici.

Nel settore primario cominciarono ad emergere i contrasti interni della classe dominante, in particolar modo tra i grandi latifondisti e gli affittuari-imprenditori sul tema del capitolato d’affitto, dando vita ad una disputa che si condensava nella contrapposizione tra la nuova Associazione italiana dei conduttori di fondi (1883) e la vecchia Società agraria di Lombardia, baluardo dei proprietari terrieri. Molto interessante è qui l’emergere di un elemento che, come vedremo, caratterizzerà con più decisione il periodo successivo, ovvero quello della conflittualità sociale. Agli inizi degli anni Ottanta, infatti, a causa della crisi erano divampate grandi proteste e rivolte bracciantili. In risposta a queste ultime, nel 1885 si rinnovava l’alleanza tra proprietari terrieri e grandi affittuari con la creazione della Lega di difesa agraria, strumento a cui le classi dominanti delegavano la contrapposizione contro gli scioperanti. Nello stesso periodo, sempre a testimonianza della accentuata frammentarietà associativa in agricoltura, veniva creata la Società generale dei viticoltori (1884), ancora legata alle autorità pubbliche, da cui traeva cospicui finanziamenti, e con una forte tendenza liberista in materia doganale, che favoriva l’esportazione del vino in un periodo di crescente chiusura protezionistica.

Un medesimo sviluppo si può osservare anche per il settore industriale. Proprio quando, con la crisi economica internazionale, s’avvicinava la scadenza dei trattati commerciali internazionali e dunque si rendeva necessaria la rinegoziazione dei medesimi, gli industriali, da sempre su posizioni protezioniste per difendersi dalla concorrenza dei prodotti stranieri più a basso costo, si cominciarono ad organizzare settorialmente per difendere gli interessi del proprio comparto produttivo, soprattutto in materia di difesa doganale. Nel 1875 che il governo italiano aveva denunciato gli accordi commerciali con la Francia e la Svizzera, dando inizio ad una serie di serrate trattative per il loro rinnovo. Non è dunque un caso che le prime associazioni industriali settoriali vengano fondate tutte nel 1877: l’Associazione dell’industria laniera di Biella, il 14 gennaio; l’Associazione dell’industria e del commercio delle sete, ai primi di marzo a Milano; e l’Associazione cotoniera italiana il 27 marzo a Torino. In questi anni si assiste dunque alla presa di coscienza dell’esistenza di diversi interessi economici all’interno delle classi dominanti, che si risolve in una frammentazione dell’universo associativo padronale.

La terza ed ultima svolta si ha intorno alla fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in conseguenza dell’esponenziale aumento, tanto nelle campagne quanto nelle città, della conflittualità sociale. A sua volta, quest’ultima era la conseguenza delle caratteristiche dello slancio industriale, ed in una certa misura agricolo, che l’Italia visse durante la cosiddetta epoca giolittiana tra il 1898 e il 1914. Tra le masse contadine cominciava a diffondersi una prima coscienza di classe a cui s’accompagnava una più strutturata organizzazione dei moti di protesta, trovando una stabile proiezione associativa con la fondazione della Federterra nel 1901. Negli anni successivi, una serie di scioperi dilagò nel paese, in particolar modo nelle zone più progredite della Val Padana, come quelli del 1901-1902 e del 1907-1908. La reazione padronale fu altrettanto violenta, consegnata ad una serie di organizzazioni locali sorte in particolar modo nelle aree dove la protesta era maggiore, come le zone di Vercelli, Novara, Milano, Pavia, Mantova, nel Polesine, nonché a Parma, Ferrara, Ravenna e Rovigo, che si riunirono poi nel 1907 nella Federazione interprovinciale agraria. La qualità di queste nuove associazioni era nettamente diversa rispetto a quelle del passato: la resistenza alle richieste delle leghe contadine e l’aiuto reciproco, anche attraverso il reclutamento di crumiri in altre zone del paese, l’assistenza economica e la circolazione di liste nere, occupavano un posto di primissimo piano, mentre non v’era traccia di temi quali il miglioramento tecnico, la promozione della cultura agraria o il protezionismo doganale.

Una medesima tendenza alla contrapposizione sindacale caratterizzava anche le nuove associazioni industriali che nacquero in quegli anni. In questo caso, gli scenari principali della conflittualità sociale erano le città economicamente più progredite del nord-ovest come Milano, Torino e Genova. Nel 1901 era stata fondata la Federazione italiana degli operai metalmeccanici, mentre nel 1906 era nata la Confederazione generale del lavoro. Specularmente a quanto accadeva in agricoltura, anche le punte più avanzate del comparto industriale cominciarono dunque ad approntare gli strumenti associativi che ritenevano più adatti per contrastare le proteste operaie. Nacquero così su tali basi il Consorzio fra industriali meccanici e metallurgici di Milano, nel 1898; il Consorzio industriale ligure, nel 1901; la Federazione fra gli industriali di Monza, nel 1902; ed infine, la Lega industriale di Torino nel 1906, che sarà il nucleo centrale per la fondazione, nel 1910, della Confederazione italiana delle industrie. Tutte queste associazioni si fondavano sull’idea centrale che in una moderna società industriale il conflitto sociale non poteva mai essere soppresso del tutto. La contesa tra gli interessi opposti di lavoratori e datori di lavoro era una parte ineliminabile della società capitalista contemporanea. La creazione di associazioni del lavoro e del capitale diveniva, a questo punto, opportuna proprio al fine di non ignorare una evidente e naturale contrapposizione d’interessi economici e sociali. L’obiettivo era invece quello di regolamentare e gestire i contrasti in modo tale da non sconvolgere più di tanto il funzionamento produttivo, riducendo al minimo le manifestazioni più apertamente conflittuali.

Quali logiche presiedettero alla loro azione collettiva?
La domanda è centrale, ma deve essere posta in relazione ad un’altra questione, che mi pare altrettanto centrale: per quale motivo il capitalista, il cui destino economico è legato ai profitti che riesce a ricavare dalla sua impresa, sente il bisogno di formare o partecipare attivamente ad un’associazione costruita insieme ai suoi stessi rivali in affari? A meno che non si voglia credere che gli imprenditori si organizzino e sostengano tali associazioni per motivi puramente irrazionali o casuali – e ricordiamo che sostenere la vita di un’organizzazione collettiva implica dei costi – si deve presumere che le organizzazioni padronali abbiano sempre agito in base a precise ragioni strategiche, svolgendo dunque un ruolo significativo nel processo politico.

Quella che viene proposta nel volume è un’interpretazione generale delle logiche che sostengono l’azione collettiva del capitalismo italiano nel periodo 1861-1914, che si lega a doppio filo con le svolte storiche già richiamate in precedenza. Quest’interpretazione generale ha una sua complessiva validità ma, come tutte le proposte di questo genere, mostra anche una eccezione rilevante, di cui dirò meglio a breve. In via generale, nel volume vengono identificate tre fasi cronologiche distinte – quelle indicate nel titolo, dunque la fase dell’uniformità, della frammentazione e del conflitto – ognuna delle quali è caratterizzata da una diversa tipologia di logica dell’azione collettiva.

Nella prima di queste tre fasi – che inizia con l’unificazione politica del 1861 e si protrae fino alla depressione economica degli anni Ottanta dell’Ottocento – il carattere definitorio dei processi associativi padronali è quello dell’accentramento e della statalizzazione della rappresentanza degli interessi. Le élites politico-economica del nuovo Stato liberale vantavano un alto grado di omogeneità che ruotava intorno agli interessi agrari, da cui scaturiva un modello di sviluppo fortemente liberista che portava a collocare il paese sui mercati internazionali come esportatore di prodotti delle industrie alimentari. La compattezza delle classi dirigenti si riproduceva anche nell’uniformità dei profili assunti, o per meglio dire imposti, alle rappresentanze degli interessi settoriali e periferici. In questa fase lo Stato finiva per controllare, gestire e organizzare i canali associativi attraverso i quali le élites economiche potevano accedere ai centri decisionali del paese attraverso la creazione di una rete di organismi periferici, i comizi agrari e le camere di commercio, ai quali corrispondevano al centro del sistema i consigli d’agricoltura e d’industria e commercio.

Se l’uniformità è la cifra peculiare del periodo 1861-1881, la seconda fase è al contrario caratterizzata dalla grande frammentazione degli interessi padronali. Nuove sfide venivano infatti lanciate ad un blocco egemonico la cui compattezza usciva pericolosamente incrinata dalla crisi agraria degli anni Ottanta. In questo senso, la moltiplicazione degli interessi economici e delle loro organizzazioni fu ad un tempo riflesso e strumento dell’esplosione delle contraddizioni conseguenti alla tipologia di sviluppo capitalista imposta dalla classe egemone dei primi vent’anni dopo l’unificazione. La crisi economica degli anni Ottanta ha a tal proposito carattere periodizzante. Da un lato, difatti, la crisi rivelava le latenti divisioni interne alla classe dirigente economica liberale agraria, portando così ad una parallela moltiplicazione associativa all’interno del settore primario; dall’altro lato, nuovi interessi si erano nel frattempo formati e rafforzati, soprattutto in relazione ai diversi comparti manifatturieri che si cominciavano ad organizzare per settori all’avvicinarsi della svolta protezionista, quando più importante appariva il far sentire la propria specifica voce. Questa seconda fase va dunque dalla depressione economica fino alla fine del secolo, quando nuove forme produttive iniziavano a produrre conflitti e necessità inedite. In questo caso, se volessimo scegliere una data simbolica per far terminare questo secondo periodo potremmo optare per il 1898, anno di nascita della prima associazione settoriale industriale con importanti caratteristiche sindacali, il Consorzio fra industriali meccanici e metallurgici di Milano.

È proprio quella del conflitto sindacale, infatti, la qualità specifica della terza ed ultima fase dello sviluppo dell’azione collettiva del capitalismo italiano in età liberale. Quest’ultima coincide grosso modo con l’accelerazione dello sviluppo industriale in età giolittiana e si forma come conseguenza specifica della montante lotta di classe, tanto a livello industriale quanto rurale, che si diffondeva nelle grandi città del nord Italia e nelle campagne della Val Padana. Quando, come scriveva Schumpeter, il borghese «scopre con stupore che l’atteggiamento razionalista non si ferma alle credenziali di re e pontefici, ma muove all’assalto anche della proprietà privata e dell’intero schema dei valori borghesi», egli modifica di conseguenza anche le sue armi di difesa collettiva, che passano dall’essere organizzazioni volte prevalentemente alla pressione sul governo ad essere strumenti di contrapposizione sindacale. Precedendo ed in qualche modo preparando l’associazionismo su scala nazionale, quella giolittiana fu dunque una fase di profonda e intensa sindacalizzazione dell’azione collettiva del capitale, dominata dalla nascita di combattive associazioni imprenditoriali che avevano come propria cifra peculiare una crescente solidarietà di classe esercitata attraverso un’aggressiva contrapposizione con i sindacati operai. Un medesimo discorso può essere d’altronde fatto anche per le molteplici iniziative organizzative degli agrari, tutte nate nelle zone più calde del conflitto sociale della Val Padana in opposizione alle leghe contadine. Com’è noto, la Prima guerra mondiale porrà un freno artificiale allo scontro tra classi e gruppi di interessi; tra lavoratori e industriali; tra contadini e possidenti terrieri. Tuttavia, la guerra non rimuoverà definitivamente i problemi di fondo che si agitavano nella società italiana: l’esito sarà la nuova stagione di agitazioni sociali del biennio 1919-1920, cui farà da corollario una rinnovata, stavolta intensamente violenta, reazione.

In via generale, dunque, possiamo affermare che sono i rapporti sociali di produzione prevalenti in ogni fase a determinare la tipologia associativa di coloro che la guida dello sviluppo economico del paese detenevano, desideravano difendere o si muovevano per conquistare. Questo non perché il sostrato economico-produttivo sia il solo fattore dal quale dipendano le forme dell’associazionismo padronale, ma perché quando si ha a che fare con un sistema complesso può essere utile considerare come causa causans quell’elemento che più d’altri è soggetto a variazioni e dal quale gli altri fattori finiscono in larga parte per dipendere.

Torniamo ora all’eccezione richiamata precedentemente. A ben vedere, è proprio per i motivi appena richiamati che l’organizzazione del comparto creditizio sfugge alla tripartizione individuata per i settori primario e secondario. Le banche percorsero un cammino diverso rispetto a quello degli agrari e degli industriali, seguendo ritmi specifici e non rispondendo alle sollecitazioni riscontrate per gli altri due settori. D’altronde, siamo di fronte ad un settore che, inizialmente non particolarmente sviluppato né articolato, era anche del tutto estraneo a logiche di dura contrapposizione tra datori di lavoro e lavoratori. Dunque, la storia dell’associazionismo bancario è caratterizzata dalla formazione di unità rappresentative create principalmente in risposta a progetti governativi che andavano a toccare gli interessi delle specifiche categorie creditizie rappresentate – principalmente di natura fiscale – o avevano l’obiettivo di promuovere forme di cooperazione tecnico-finanziaria tese ad aumentare la clientela ed i profitti. Fino alla fondazione nel 1919 dell’Associazione bancaria italiana, quindi, l’associazionismo del settore creditizio si sviluppò all’interno dei settori più vitali del panorama creditizio italiano dell’Ottocento: dunque tra le banche popolari – che esprimono il primo organismo collettivo del settore già nel 1876; le casse di risparmio, la cui vita associativa è certamente fertile ma meno stabile, con una salda organizzazione che nasce solo al termine del periodo preso in esame, nel 1913; ed infine le casse rurali, con un panorama estremamente frammentato e mutevole, caratterizzato in primo luogo dalla presenza di due correnti principali, una laica, l’altra confessionale.

Per concludere, un’ultima riflessione va fatta sul nesso cooperazione e competizione. Se nel mondo capitalista ottocentesco il successo s’identificava con il profitto e quest’ultimo si legava automaticamente all’istinto di potere, i rappresentanti del capitalismo italiano introdussero strategie collettive volte ad aumentare le probabilità di successo – e dunque di profitto – del proprio investimento commerciale, agricolo, industriale o finanziario. In questo senso, cooperazione e competizione appaiono come due facce della stessa medaglia, con la prima che veniva spesso ritenuta presupposto o momento preparatorio della seconda. In una società che si avviava a diventare una società di massa, le lotte collettive divenivano strutturali ed essenziali alla stessa sopravvivenza del singolo capitalista. L’azione collettiva era quindi spesso preferibile rispetto a quella individuale proprio in quanto consentiva maggiori vantaggi relativi nella gestione delle relazioni con i poteri pubblici, dei quali si comprendeva l’importanza a fini regolatori ed economici; e dei rapporti con gli altri attori economici rivali, fossero essi settori concorrenti o sindacati di lavoratori, anch’essi progressivamente organizzati su base collettiva.

In che modo l’analisi delle forme e delle strategie dell’associazionismo padronale nei decenni dell’Italia liberale getta luce sull’evoluzione storica del paese nel periodo che va dall’Unità fino alla Prima guerra mondiale?
Come ha scritto una decina d’anni fa Sabino Cassese, in Italia i poteri pubblici hanno da sempre mostrato una endemica incapacità di emanciparsi delle pressioni esercitate dagli interessi economici più forti e radicati. Questi ultimi, sfruttando quella «porosità dello Stato» che sempre Cassese ha identificato come uno dei tratti caratteristici dell’Italia unita, hanno penetrato all’interno dei poteri pubblici, traendo vantaggi dalla natura intrinsecamente corporativa dello Stato per conseguire obiettivi di parte. Per questo motivo, una ricostruzione storica delle forme e delle strategie assunte dall’associazionismo padronale nei decenni dell’Italia liberale costituisce una chiave di lettura di grande importanza per comprendere l’evoluzione storica del paese in quel periodo di fondamentale importanza che va dall’Unità fino alla Prima guerra mondiale. È proprio in questo arco temporale, infatti – quando alla «poesia» del Risorgimento succede la «prosa» dell’ordinario lavoro economico dell’Italia unita, per dirla con Benedetto Croce – che fanno la loro comparsa e poi si sviluppano quelle strutture associative economiche di tipo collettivo tipiche di un moderno sistema capitalistico che ancora oggi rimangono un elemento fondante della società, dell’economia e della politica contemporanea.

Osservare quali strumenti collettivi il capitalismo italiano mette in campo durante il secolo XIX per rispondere alle diverse fasi dello sviluppo economico e sociale del paese, permette di analizzare da una diversa angolatura alcuni temi storiografici di fondamentale importanza. Complessivamente, è stato possibile avanzare alcune formulazioni generali. In primo luogo, il processo organizzativo dei gruppi di interesse dell’Italia ottocentesca non appare legato alla contrapposizione tra origini aristocratiche o borghesi dei diversi attori presenti sulla scena, ma emerge in relazione al ruolo che i singoli individui e i loro gruppi di riferimento occupavano nel panorama produttivo del paese. Al mutare di quest’ultimo, mutavano anche le posizioni relative degli agenti economici e dunque i loro obiettivi e i loro strumenti associativi. In secondo luogo, e conseguenzialmente, l’associazionismo economico padronale può essere considerato come uno degli strumenti – che con il passare degli anni acquista progressivamente in importanza, fino a diventare, dopo la Prima guerra mondiale, imprescindibile e di carattere nazionale – del posizionamento sociale dei diversi interessi del capitalismo italiano nel periodo considerato: un mezzo, dunque, per tentare di piegare a proprio vantaggio le relazioni sociali e i rapporti di potere. Questo ci porta a sostenere che le organizzazioni degli agenti economici in età liberale furono, da un lato, il riflesso di determinate ma mutevoli condizioni economiche e produttive; e, dall’altro lato, attori attivi sulla scena politica alle cui azioni le stesse condizioni economiche e produttive reagivano, modificandosi e trasformandosi continuamente.

Sulla base di quanto detto, quello che emerge dallo studio condotto sull’età liberale è il fatto che la logica dell’azione collettiva del capitalismo dal 1861 al 1914, per quanto mutevole, è sempre una logica essenzialmente politica, in quanto i capitalisti si organizzavano al fine di massimizzare il loro potere potenziale e al fine di produrre collettivamente nuove risorse del potere per ottenere quello che individualmente non avrebbero potuto ottenere. In tal senso, quindi, le dinamiche politiche ed economiche dello Stato liberale italiano devono essere lette in maniera dialettica, sottolineando come lo spazio della politica economica era un luogo all’interno del quale i diversi gruppi di interesse si incontravano, dialogavano e mediavano tra loro e con lo Stato. Tutto ciò dava vita ad un sistema – non molto diverso, a ben vedere, da quello esistente ancora oggi – che produceva interessi e distribuiva i benefici dello sviluppo economico in maniera diseguale, cosicché ogni gruppo socioeconomico aveva interesse ad organizzarsi collettivamente per difendere o migliorare la propria posizione rispetto a quella di gruppi concorrenti.

Se l’epoca borghese era stata inaugurata all’insegna dell’individualismo economico simboleggiato dallo scioglimento delle associazioni a base professionale, con la legge Le Chapelier francese del 1791 poi applicata anche in Italia fin dall’inizio del secolo XIX, con il passare dei decenni gli esponenti del capitalismo, all’estero come in Italia, si resero conto che non potevano più esimersi dall’utilizzo di strumenti associativi di tipo collettivo che la loro stessa azione aveva prima distrutto, nella loro antica forma corporativa, e poi reso sempre più imprescindibili, con profilo nuovo e diverso. La preziosa posta in gioco era il posizionamento sociale inteso come lotta per l’acquisizione e il mantenimento di posizioni strategiche all’interno delle relazioni di potere da parte di rappresentanze di interessi economici tra loro antagonisti. D’altronde, come notava già Adam Smith nel 1776, «di rado si sente parlare di coalizioni di padroni, mentre spesso si sente di quelle degli operai. Ma chiunque su questa base immagini che i padroni si coalizzano di rado, conosce altrettanto poco il mondo quanto questo argomento particolare».

Valerio Torreggiani è ricercatore in Storia presso l’Istituto di Scienze Sociali dell’Università di Lisbona. Tra le sue pubblicazioni: Stato e culture corporative nel Regno Unito (Giuffré 2018) e, insieme a Leandro Conte, Istituzioni, capitali e moneta. Storia dei sistemi finanziari in età contemporanea (Mondadori 2017).

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