“Una teoria istituzionale della democrazia” di Giuseppe Ieraci

Prof. Giuseppe Ieraci, Lei è autore del libro Una teoria istituzionale della democrazia edito da UTET Università: cos’è, oggi, la democrazia?
Una teoria istituzionale della democrazia, Giuseppe IeraciVerrebbe troppo facile rispondere indicando ciò che non è la democrazia, questa sicuramente non è quanto accaduto il 6 gennaio 2021 negli Stati Uniti in occasione della proclamazione della vittoria di Joe Biden alla Presidenza. Quando i politici non hanno “autocontrollo democratico” – per dirla con Joseph A. Schumpeter – tutto si complica. L’autocontrollo democratico è infatti una condizione del successo della democrazia e indica la disposizione ad accettare gli atti emessi dalle autorità politiche e giuridiche competenti, oltre a segnalare – scrive Schumpeter – “un livello intellettuale e morale abbastanza elevato per resistere alle lusinghe di truffatori e maneggioni, per non lasciarsi indurre a seguirli sulla stessa via”. I contestatori delle elezioni di Joe Biden non hanno un livello morale tale da renderli indifferenti ai richiami del “truffatore e maneggione” Donald Trump.

Tuttavia, la democrazia, quando si è consolidata e si è stabilizzata, sopporta bene le crisi momentanee, perché è il regime che istituzionalizza la responsabilità politica ed è congegnata per impedire ai governanti di far danni, più che per farli governare a loro piacimento. Il potere è esercitato pro tempore, attraverso ruoli ai quali sono collegate risorse di carattere normativo e procedurale, che lo rendono prevedibile e facilmente trasferibile da un soggetto a un altro che sia chiamato a svolgere, in un dato momento, quel certo ruolo. I nomi, in democrazia, sono “purissimi accidenti”, conta la preservazione dei ruoli istituzionali, delle garanzie e dei poteri ad essi connessi. Il principio razionale-legale limita fortemente l’esercizio discrezionale del potere e lo spersonalizza.

Da questo punto di vista, la democrazia non è cambiata nei secoli: era una competizione aperta per le cariche di governo nella polis greca, durante la fase repubblicana dell’antica Roma e nei comuni tardo medioevali italiani (prima dell’avvento delle signorie) ed è rimasta tale oggi. Se due problemi cruciali della politica sono come sbarazzarsi dei governanti e come impedire che non compiano troppi danni nella loro gestione, la democrazia è il regime che meglio ha fin qua soddisfatto entrambe le necessità. Il potere in democrazia non appartiene ai titolari come una riserva personale, il suo raggio è definito e limitato, è agganciato pro tempore ad alcuni ruoli istituzionalizzati di autorità con attribuzioni formali e procedurali. In questo sta la forza della democrazia, la sua capacità di resistere meglio di altri regimi a corrotti e corruttori, la sua capacità di superare con slancio le crisi ricorrenti. Come avverrà anche negli Stati Uniti.

Quali sfide affronta la democrazia contemporanea?
Oggi, facile dirlo, la sfida cruciale è quella lanciata dal populismo, dal trumpismo, che è un mix di cose, una reazione contro le élite intellettuali, contro la classe politica e le istituzioni, l’affermazione dogmatica delle virtù del popolo e dei suoi umori contro tutto ciò. Per quanto la questione sia aperta a discussione, non credo che questi tratti costituiscano una vera e propria ideologia, nel senso di una dottrina politica con i suoi “testi”, le sue “teorie” e i suoi “messia”. Più opportuna mi pare invece la nozione di “mentalità caratteristica”, coniata decenni fa da Theodor Adorno e dalla sua scuola. Vale a dire che saremmo in presenza di tratti psicologici diffusi e profondi, che non possono indicare un contenuto preciso del messaggio politico. Ad esempio, dire che la “volontà del popolo” è sovrana nulla ancora ci dice su cosa vuole quella volontà.

Se è così, non credo che ci sia un antidoto sicuro contro il populismo. Quella “mentalità caratteristica” si può infiltrare in ogni cervello, perché riguarda le prassi della politica non i suoi contenuti. Prendiamo la reazione dei populisti contro l’Unione Europea (non solo in Italia, si badi). Qui troviamo quella “mentalità caratteristica” che dicevo, attitudini diffuse, condivise, “trasversali”. L’ostilità all’Europa si manifesta, in primo luogo, perché identificare il popolo europeo come soggetto è difficile, non vi è una effettiva comunità di destino europea e i sovranisti in genere sono abbastanza “tribali”, hanno cioè una concezione primordiale della comunità, composta da loro simili per lingua, cultura e costumi. In secondo luogo, il processo politico europeo appare ai populisti la negazione di questa comunità primordiale, perché i suoi meccanismi sfuggono al controllo del popolo e rassomigliano molto ai processi della politica e della finanza globalizzata. In terzo luogo, le istituzioni dell’EU appaiono ai populisti distanti e ostili rispetto alla genuina volontà del popolo. Infine, le élite culturali e politiche europee sembrano loro “spocchiose” (parlano addirittura inglese) e meritevoli di essere sospettate di ordire qualche complotto contro il popolo sovrano. Il populismo è un virus che si diffonde ancora tra di noi.

Naturalmente questi tratti di “mentalità” non erano assenti in passato, l’antipolitica c’è sempre stata perché è naturale diffidare dei potenti e delle élite quando non se ne fa parte, non si hanno strumenti e consapevolezza per fronteggiarle, insomma quando si è “popolo”. Ma alcuni “argini” per contenere l’antipolitica erano effettivi. Uno era rappresentato dalle istituzioni del governo democratico, che selezionavano e fornivano il personale politico di governo attraverso un cursus honorum tortuoso ed impegnativo. La signora Thatcher entra nel Partito Conservatore appena laureata e giovanissima fa una lunga trafila nel partito e nel parlamento. Analoga è la vicenda di Tony Blair nei laburisti. Prendiamo invece l’ascesa di Donald Trump: non ha mai frequentato le “sezioni” o i “club” di partito, non è stato in Congresso o in Senato, non è mai stato Governatore, o anche sindaco di qualche grande città. Niente assoluto, ma riesce a diventare Presidente degli Stati Uniti. Solo gli ideatori de I Simpson avevano preconizzato una “offesa” simile, ma era una provocazione satirica. Qui allora si rivela l’altro “argine”– accanto alle istituzioni -, ma si tratta di un argine indebolito, anzi ormai abbattuto: il partito politico. La vicenda di Trump è il fallimento del Great Old Party, il Partito Repubblicano americano, che non è in grado evidentemente di agire come canale del reclutamento politico, non è in grado di selezionare la classe di governo. Lo sa cosa mi capita come docente universitario di corsi di Scienza Politica? Che arrivano studenti e mi chiedono: “Professore, per fare politica come si fa?”. Questo è il segno di uno smarrimento profondo, di giovani che non riescono neanche ad immaginare la “forma partito” come canale di accesso alla politica e neppure qualsiasi altra “forma” che non sia la protesta confusa dei social.

Rigenerare le istituzioni del governo democratico e rifondare le organizzazioni politiche che canalizzano la partecipazione e operano la selezione delle classi politiche: queste – per me – le due sfide decisive della democrazia contemporanea. Quando dico rigenerare le istituzioni del governo democratico e rifondare le organizzazioni politiche non intendo affatto un ritorno al passato, sono consapevole che quelle istituzioni e quelle organizzazioni si possono riformare e forse renderle più “inclusive” può essere una risposta.

Come si articola il dibattito contemporaneo sui presupposti della democrazia?
Non mi pare che oggi si parli molto dei presupposti della democrazia, c’è scarsa consapevolezza dei problemi della “fondazione” della democrazia. Basti ricordare cosa è stata tra la fine degli anni ’90 e il primo quindicennio del secolo in corso l’illusione dell’ ”esportazione della democrazia”, come si trattasse d’impiantare una protesi meccanica su un qualsiasi corpo. Si pensava che la democrazia si potesse facilmente esportare in ogni angolo di mondo, proprio perché si era persa la consapevolezza di doverne fondare i presupposti.

Oggi, almeno tra i politologi e i sociologi politici di professione, si parla poco dei presupposti della democrazia, il dibattito è centrato sulle cosiddette “buone pratiche”, sulla gestione e valutazione delle politiche pubbliche, sull’implementazione dei processi deliberativi e bottom up. Tutto questo ci fa perdere di vista che anche la democrazia ha a che fare con l’uso egoistico o interessato del potere politico, con la coercizione dei comportamenti, con la gestione dei conflitti. Anche in democrazia c’è la lotta per il potere e l’affermazione di alcuni interessi contro altri, la democrazia non è necessariamente un regime per gentiluomini e dame di corte. Ecco perché siamo scossi quando vediamo le scene di fronte a Capitol Hill a Washington: ci siamo dimenticati che il conflitto è parte anche della democrazia e può talvolta degenerare.

Suppongo che mi sia concesso di consigliare la lettura del mio libro. Se dovessi allora consigliarlo è proprio perché discute essenzialmente dei presupposti della democrazia.

Quale ruolo svolgono le istituzioni all’interno di un sistema democratico?
Nelle istituzioni sta proprio, a mio modo di vedere, il presupposto della democrazia. La tesi centrale del mio libro è che la democrazia – come competizione per il potere di governo – sia un regime che istituzionalizza la responsabilità politica e che questa poggi su due condizioni. La prima riguarda il grado di autorità politica effettiva esercitato dai vincenti. Se dispongono effettivamente di autorità politica, i vincenti sono capaci di soddisfare i loro interessi e di rispondere solo a quelli ritenuti salienti, dal punto di vista della generazione del sostegno politico minimo indispensabile per mantenersi al potere. La seconda condizione dell’istituzionalizzazione della responsabilità politica riguarda, invece, il lato degli “sconfitti”. Per costoro deve sussistere quanto meno la semplice aspettativa realistica di riuscire eventualmente a scalzare gli attuali detentori del potere, vale a dire che l’istituzionalizzazione della responsabilità politica è legata al grado di ricambio dell’autorità politica. Questa condizione ha un duplice effetto. Da un lato, modera l’azione dei detentori attuali dell’autorità politica, in quanto su questi agirà il timore di perdere presto o tardi la loro posizione di privilegio. Dall’altro lato, modera anche l’intensità dell’opposizione, in quanto renderà accettabile per quest’ultima l’esclusione temporanea dall’esercizio del potere.

In democrazia, dunque, le istituzioni fissano i costi dell’inclusione (essere vincenti) nel potere politico e dell’esclusione (essere perdenti) dal suo godimento. Le istituzioni sono ciò che fissa l’esercizio del potere in certe posizioni o ruoli e mette a disposizione risorse potestative associate ai ruoli occupati. In virtù della “occupazione” solo temporanea di quelle posizioni, gli attori politici, spesso organizzati in ciò che chiamiamo partiti politici e collegati a gruppi, associazioni d’interesse e similari, sono capaci di definire, nei termini dei loro interessi, cosa sia l’interesse pubblico. Tuttavia, questa possibilità non è priva di vincoli e le limitazioni poste alla capacità di azione dei detentori del potere costituiscono la principale garanzia offerta a coloro che sono esclusi dall’esercizio di potere. Il più formidabile tra i vincoli che subiscono i detentori del potere sta nella precarietà stessa di questo esercizio, che è solo temporaneo. Altre opportunità e altri vincoli sono disegnati, dai sistemi istituzionali delle democrazie, vale a dire dalle forme del governo democratico.

Quale futuro, a Suo avviso, per la democrazia?
Sarò un inguaribile ottimista, ma mi ostino a credere che continuerà ad essere un futuro di successo, certo contrastato ma di successo. La ragione è molto semplice, l’ha spiegata una volta Karl Popper: la democrazia è l’unico regime che consenta di liberarsi dei governanti di turno senza doverli “far fuori”, senza ricorrere a brutalità. Nella Firenze di Dante, i Priori restavano in carica solo per due mesi, tanto era il timore del “governo del popolo” che l’esercizio del potere diventasse un privilegio esclusivo. Qualcuno ha letto la Storia dell’Impero dopo Marco Aurelio di Erodiano? Bene, la consiglio come lettura, magari dopo Una teoria istituzionale della democrazia. Leggendo Erodiano scoprirete che una “non-democrazia”, come per antonomasia è stata Roma nella sua fase imperiale, e così qualsiasi “non-democrazia”, non sa risolvere il problema centrale della politica che è la rimozione dei titolari del potere e il suo trasferimento ad altri. L’Impero romano non sapeva come “disporre” civilmente dei suoi governanti ed Erodiano racconta con cruda dovizia di particolari lo scempio che si faceva dei corpi degli Imperatori romani dal 180 d.C. in avanti, nel secolo dell’anarchia militare, quando la trasmissione del potere avveniva solo a seguito di efferati delitti e di disordini inenarrabili.

La democrazia è l’unico regime che l’umanità abbia istituzionalizzato per definire i limiti temporali e oggettivi dell’esercizio del potere, e per questo continuerà a sopravvivere come un regime che riduce ai minimi termini i conflitti collegati alla cessione del potere stesso e alla sua trasmissione.

Giuseppe Ieraci è Professore Ordinario di Scienza della politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Trieste

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