Dottor Di Bartolomeo, Lei è autore del libro Una storia in tempo reale. La Rivoluzione francese raccontata dai suoi protagonisti (1789-1796) pubblicato per i tipi di Aracne: un’opera che demolisce l’affermazione di Georges Lefebvre secondo cui “per la storia i rivoluzionari non provavano interesse”
Una storia in tempo reale. La Rivoluzione francese raccontata dai suoi protagonisti (1789-1796) Daniele Di BartolomeoNel libro ho cercato di dimostrare che i primi a raccontare la storia della Rivoluzione francese sono stati proprio i suoi stessi protagonisti e osservatori e che tale racconto ha influenzato non solo il modo in cui nei secoli successivi si è guardato all’evento più importante della storia moderna ma anche l’andamento dei suoi fatti principali. Ed è così che i francesi, ancora impegnati a fare la storia, hanno iniziato a scriverla e, sorprendentemente, sono riusciti a cambiarla nell’istante stesso in cui provavano a raccontarla. Questo gioco di specchi ha interessato, ovviamente, l’intera epoca rivoluzionaria. Questo volume, però, è dedicato al 1789, a come quest’anno fatidico è stato previsto, pensato in tempo reale e poi raccontato fino al 1790. Si tratta quindi di un’analisi che predilige l’immediatezza della reazione.
Ho voluto attirare l’attenzione sulle interpretazioni degli eventi rivoluzionari fornite in tempo reale dai protagonisti e dai primi interpreti poiché ritengo, diversamente da come ha sostenuto a lungo la storiografia, che la battaglia politica della Rivoluzione si sia combattuta anche sul terreno della ricostruzione “storica” dei suoi eventi principali. Possiamo dire, anzi, che la narrazione in presa diretta ha fatto la storia della Rivoluzione francese nel duplice senso di averne plasmato il volto passato e condizionato l’esito futuro.
Storici come Georges Lefebvre, invece, ritenevano che i testi e i discorsi prodotti dai rivoluzionari fossero ininfluenti, poiché la Rivoluzione era essenzialmente mossa da forze e conflitti economico-sociali che la trascinavano inesorabilmente verso un certo esito (la società borghese), perfino al di là della volontà dei suoi stessi artefici. Quando Lefebvre scriveva che “per la storia i rivoluzionari non provavano interesse” esprimeva il suo disappunto per l’assenza di grandi opere storiche e grandi scrittori capaci di raccontare l’attualità durante la Rivoluzione. L’idea di fondo era che i rivoluzionari, ipnotizzati dal futuro e disgustati dal passato, si fossero disinteressati alla scrittura della storia o ne avessero sottovalutato l’importanza. Così, in realtà, non è stato.

Quando e come si sviluppa la storiografia di matrice rivoluzionaria sui fatti dell’Ottantanove?
Potrei rispondere in modo sintetico dicendo che la storiografia di matrice rivoluzionaria sull’Ottantanove è iniziata nell’Ottantanove, contestualmente allo svolgersi dei primi eventi della Rivoluzione. Anzi, potrei anche dire che essa è iniziata addirittura prima: quando, in attesa che si riunissero gli Stati Generali, in molti cercavano di prevedere cosa sarebbe accaduto, raccontando in presa diretta l’attualità e paragonandola con i suoi precedenti storici, con ciò che di simile era accaduto nel passato. A quest’ultimo argomento, ovvero alla tendenza degli attori della Rivoluzione a paragonarla alle rivoluzioni e ai fatti esemplari del passato antico e moderno, è dedicato il mio precedente libro (Nelle vesti di Clio. L’uso politico della storia nella Rivoluzione francese, Viella, Roma 2014). I francesi, è bene precisarlo, non avevano la palla di vetro, non potevano vedere il futuro, ma nel mentre ci provavano finivano per condizionarlo.
Gli storici, invece, finora si sono occupati essenzialmente di quei libri di storia della Rivoluzione scritti durante l’evento e, negli ultimi tempi, soprattutto di quelli pubblicati nel periodo napoleonico e all’epoca della Restaurazione. L’attenzione è stata sempre posta a quei pochi e già noti autori di storie rivoluzionarie come i deputati dell’Assemblea Costituente Rabaut Saint-Étienne, Barnave e Mounier, o altri commentatori e protagonisti come Mallet du Pan, Soulavie, Prudhomme, Madame de Stael, Lacretelle e Toulongeon. Esiste, infatti, una cronologia ben consolidata delle prime storie della Rivoluzione, che di solito costituisce il capitolo introduttivo dei libri dedicati alla storiografia dell’evento rivoluzionario.
Nel mio libro, invece, ho cercato di spostare l’attenzione da questa produzione storiografica di tipo per così dire tradizionale a quei tanti modi e luoghi in cui la storia della Rivoluzione è stata costruita nel mentre essa accadeva. Il mio obiettivo è stato quello di sfumare la distinzione tra eventi e racconti, di mostrare come essi siano intrecciati e si condizionino vicendevolmente. Scrivere o rappresentare la storia di un fatto rivoluzionario significava voler imporre un certa visione della realtà, condizionare lo svolgimento della Rivoluzione attraverso una particolare interpretazione del suo passato recente. La Rivoluzione francese è diventata da subito una tradizione politica, un modo esemplare di fare politica che veniva usato dai suoi interpreti per dettare le regole del gioco. Stabilire le cause e lo svolgimento di un evento rivoluzionario significava, infatti, identificare un modo autorevole e legittimo per continuare a fare la Rivoluzione, per fermarla ad un certo punto o per farla tornare indietro.

Chi sono i principali interpreti della storia rivoluzionaria in tempo reale?
Gli studiosi, per lungo tempo, hanno prestato attenzione soprattutto alle prime grandi storie della Rivoluzione scritte in tempo reale o durante il periodo napoleonico e della Restaurazione (e per larga parte continuano a farlo ancora oggi). Rispetto a questo panorama, il mio intento è stato quello di occuparmi di quei tanti discorsi e di quelle tante rappresentazioni del passato recente della Rivoluzione che si tenevano quotidianamente nelle forme e nelle sedi più svariate. Stiamo parlando di una miriade di discorsi e rappresentazioni “storiche” che ritroviamo nei resoconti dei dibattiti politici (tenutisi nelle assemblee parlamentari, nei club, durante le ricorrenze pubbliche etc.), sui giornali, nei pamphlets e nella più ampia produzione artistica (compresa quella architettonica) e letteraria.
Dal mio punto di vista, perciò, gli artefici principali della scrittura della storia rivoluzionaria sono stati i deputati dell’Assemblea Costituente, i giornalisti, i registri teatrali, gli intellettuali e i giudici di un importante tribunale parigino. La mia attenzione, ad ogni modo, non si è concentrata tanto sui singoli interpreti della storia rivoluzionaria, ma più generalmente sui momenti, sui modi e sulle forme (scritte, orali e materiali) attraverso cui è stata pensata la Rivoluzione tra 1789 e 1790.
Nel primo capitolo ho analizzato una selezione di libri, pamphlet, giornali, discorsi parlamentari ed epistolari, dai quali emergono le prime interpretazioni degli eventi in corso e le prime previsioni sul loro esito. È questo il tempo incerto in cui la Rivoluzione come la conosciamo non c’è ancora, ma già circolano alcune sue storie e soprattutto molte previsioni circa il suo possibile avvento.
La storia della Rivoluzione è stata anche una storia collettiva, che non si è fatta solo attraverso le parole o gli scritti, ma anche nello spazio: un’esperienza performativa cui hanno partecipato materialmente migliaia di persone. Lo dimostra l’esempio della Festa della Federazione del 1790, a cui ho dedicato il secondo capitolo, che è a mio modo di vedere è una vera e propria storia collettiva della Rivoluzione che prende forma in occasione del primo anniversario della presa della Bastiglia. Il 1790 è l’anno in cui la Rivoluzione, evento del futuro per eccellenza, diventa un ricordo da commemorare.
Un altro ambito fondamentale in cui si pratica la ricostruzione a caldo della Rivoluzione è quello giudiziario, da cui emerge una delle prime e più pervasive modalità di interpretazione dei fatti rivoluzionari. Nel terzo capitolo ho focalizzato l’attenzione proprio sulla ricostruzione giudiziaria dei fatti rivoluzionari di luglio e ottobre del 1789 a partire dalle inchieste condotte dal Comité des recherches della municipalità parigina: l’organo deputato ad indagare su complotti e sulle cospirazioni del 1789 e ad istruire l’accusa nei processi di lesa-Nazione presso il tribunale dello Châtelet de Paris.

Nel Suo testo Ella dedica particolare attenzione al Moniteur apocrifo del 1796
A questo tema è dedicato per interno l’ultimo capitolo del libro. In questa parte ho analizzato il modo in cui il 1789 è stato ricostruito nel volume introduttivo del Moniteur: il giornale più importante della Rivoluzione. Pubblicato nel 1796, questo tomo contiene una lunghissima ricostruzione delle origini e dei fatti del 1789, comprensiva di una selezione di fonti storiche. Tale scelta, eccentrica rispetto alla cronologia compatta dei restanti capitoli del mio libro, si spiega in ragione del fatto che la redazione del Moniteur si comportò come se stesse raccontando la storia del 1789 in tempo reale, a mo’ di cronaca giornalistica e non nelle forme di un racconto più strutturato costruito a distanza di così tanto tempo. Quella del Moniteur è quindi una testimonianza emblematica della tendenza alla storicizzazione immediata della Rivoluzione operata dai suoi stessi attori e osservatori a cui è dedicato il mio libro.

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