“Una inesauribile progettualità. Saggi di Storia del pensiero economico in onore di Massimo M. Augello” a cura di Fabrizio Bientinesi, Luca Michelini e Marco E. L. Guidi

Prof. Fabrizio Bientinesi, Lei ha curato con Luca Michelini e Marco E. L. Guidi l’edizione del libro Una inesauribile progettualità. Saggi di Storia del pensiero economico in onore di Massimo M. Augello, edito da Pisa University Press: su quali temi si è indirizzata l’attività di ricerca del prof. Massimo M. Augello?
Una inesauribile progettualità. Saggi di Storia del pensiero economico in onore di Massimo M. Augello, Fabrizio Bientinesi, Luca Michelini, Marco E. L. GuidiSintetizzare i temi di ricerca non è facile vista la mole impressionante delle ricerche promosse da Massimo Augello. Fin dai suoi esordi, egli ha voluto ancorare la ricostruzione a tutto tondo del profilo degli economisti, con un’indagine sistematica della loro produzione bibliografica e una ricognizione delle carte d’archivio. Non si trattavo solo di ricostruire il profilo biografico di un autore, ma di inserirlo nel suo contesto, perché solo dalla dialettica tra testo e contesto poteva emergere il contorno preciso del pensiero economico del singolo, come di un’epoca e di una comunità, comunque circoscritta. Particolare rilevo, nel corso del tempo, ha assunto la comunità Italia. Mai alla periferia del pensiero economico mondiale, in Italia mancavano indagini sistematiche sugli autori e sul ruolo, invero fondamentale, che la scienza economica ha ricoperto nel definire la cultura delle classi dirigenti del Paese. Promuovendo tutta una serie di ricerche collettive, saldamente inquadrate sul piano metodologico, Augello, attraverso la promozione di un gruppo di lavoro al tempo coeso e libero intellettualmente nel metodo di ricerca, ha offerto contributi imprescindibili sulle cattedre di economia, sulle riviste, sui dibattiti di politica economia, sull’impegno politico-istituzionale degli economisti, in un arco temporale che va dal primo Ottocento e arriva, al momento, al periodo tra le due guerre mondiali. Si è così offerta una continuità di analisi di medio-lungo periodo finora mai tentata, per il pensiero economico italiano, se non sul piano manualistico e didattico.

Quale importanza rivestono gli studi sul pensiero economico quale strumento di riflessione critica?
Ogni volta che c’è una crisi, come è successo a partire dal 2008, si invoca la storia dell’economia come strumento per cercare di capire come possa essere successo, quali errori siano stati commessi: la storia economica e quella delle politiche economiche, in primo luogo, ma anche la storia delle teorie e anche delle ideologie economiche, perché si intuisce che affidare le sorti del sistema e la vita delle persone a qualche mirabolante algoritmo, a qualche pretesa innovazione finanziaria o, peggio, a qualche slogan falsamente libertario e falsamente progressista, porta a dimenticare che simili sbagli sono stati commessi in passato e che le parole di qualche saggio avevano già avvertito dei pericoli che minacciavano l’ordine sociale e le condizioni dei più deboli. Ecco perché studiare gli autori del passato, i grandi, ma anche i piccoli che magari hanno costruito istituzioni educative o di solidarietà sociale, ha sempre un valore terapeutico e culturale enorme. Noi rivendichiamo che lo studio della storia del pensiero economico vada però fatto con metodo e con professionalità, per non innamorarsi una volta di più di qualche slogan pericoloso.

In che modo l’antisocialismo accomuna autori così distanti come Luigi Cossa e Francesco Ferrara?
Francesco Ferrara e Luigi Cossa sono due economisti che, per ragioni diverse, hanno segnato profondamente il panorama degli studi economici in Italia. Ferrara ha dominato il dibattito teorico fino all’ultimo quarto dell’Ottocento. Cossa ha dato vita a un’impressionante mole di manuali che hanno formato intere generazioni di studiosi. I due personaggi erano però, in qualche modo antitetici. Tanto appassionato e talvolta irruento nella polemica il primo, quanto distaccato e prudente – Pantaleoni dirà “sterile fino la midollo” – il secondo nel valutare e presentare le diverse teorie e i diversi autori. I due non si stimavano, si può anzi dire che si detestassero più o meno cordialmente. Tuttavia li accomunava un elemento centrale: l’antisocialismo. Ferrara vedeva nelle dottrine “socialistiche” la negazione più totale della libertà umana e quindi del fondamento stesso dell’agire economico. Cossa a sua volta considerava il pensiero socialista, nelle sue varie forme e declinazioni, come la minaccia più grave alla coesione sociale e al progresso economico. Per entrambi, una condanna assoluta e senza appello.

Come si è articolato il dibattito italiano sulla nascita dell’euro?
La nascita dell’euro è stata preceduta da un generale dibattito politico favorevole, e da qualche cautela espressa dai nostri economisti accademici. Giustificata soprattutto dall’incompiutezza di un progetto che unificava solo la politica monetaria, senza fornire strumenti alternativi di riaggiustamento rispetto a shock asimmetrici (ossia che colpissero in modo diverso i vari paesi).

L’impegno politico unanime (a livello europeo) ad ‘andare avanti’, costruendo dopo l’euro il percorso che avrebbe portato ad una costituzione europea convinse tuttavia anche i più scettici che queste carenze sarebbero state presto risolte.

Il fallimento della Convenzione costituente (coi referendum del 2005) e successivamente la crisi finanziaria globale, poi trasformatasi col 2010 in una crisi specifica dei debiti sovrani in Europa, misero in evidenza tutte le carenze di un progetto rimasti incompiuto.

È da quel momento, e dalla risposta intergovernativa (basata sul mito dell’austerità espansiva) dei governi europei che la narrazione dominante in Italia è radicalmente cambiata, passando da quello che nel volume è stata definita “la retorica del successo” (secondo la quale tutte le tappe dell’integrazione europea degli ultimi venticinque anni potevano essere considerate dei grandi successi) alla “retorica del fallimento”, che interpretava l’apertura del mercato dei capitali, della circolazione delle persone (Schengen), del mercato unico ed anche dell’euro come tappe fallimentari, che avevano creato distorsioni profonde e strutturali nell’economia europea.

Nel volume si sottolinea come, negli ultimi anni, ricondurre il dibattito sull’euro a contenuti meno ideologici e più problematici sia sta estremamente faticoso. E come questo sia un compito ancora non perfettamente assolto dalla letteratura e dalla divulgazione economica in Italia.

In che modo la scienza economica italiana ha affrontato l’esperienza berlusconiana?
La scienza economica italiana si è distinta da altre scienze sociali per non aver offerto alcun contributo teorico sull’esperienza imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi, che pure ha caratterizzato un’intera epoca storica del Paese. Nonostante vi siano importanti autori che nel passato si sono occupati in modo organico, nelle loro opere teoriche, del tema del rapporto tra imprenditorialità e politica – e basti pensare a Smith, a Sismondi, a Marx, a Pareto – gli economisti italiani hanno delegato ad altre discipline l’importante tematica, nonostante essa abbia una natura fortemente economica. È invece nella pubblicistica, di diversa natura (giornali quotidiani, letteratura militante o divulgativa), che gli economisti italiani si sono talvolta confrontati con la tematica. Sul piano metodologico, l’indicazione è decisiva perché spinge a ricercare in una letteratura che oggi viene considerata “minore” o comunque non immediatamente scientifica secondo i parametri oggi vigenti, la riflessione che gli economisti hanno offerto su un tema centrale della storia e dell’economia italiana. Ciò pone problemi di diversa natura, non solo per lo storico futuro, ma anche per l’oggi: si deve infatti constatare un distacco sempre più evidente e preoccupante tra cioè che viene considerata “teoria economica” e la concreta realtà dei fatti economici e del rilevo che assumo per lo sviluppo storico in generale. Si tratta, invero, di una tendenza che è risultata particolarmente evidente con la crisi del 2007/2008, dove il pensiero economico dominante si è fatto cogliere del tutto impreparato ad interpretarne le origini e gli sviluppi, recuperando solo ex-post e con grande fatica il terreno perduto, per esempio ricoprendo la tradizione keynesiana. Più in generale, il distacco tra teoria e storia rischia di far assumere alla scienza economica un ruolo ideologico volto a giustificare e a implementare un assetto economico e sociale determinato.

Quali erano le idee di Adam Smith sul ruolo sociale delle donne?
A partire dagli anni ’80 del Novecento, Adam Smith è stato accusato da alcune autrici femministe di aver impresso un pregiudizio di genere alla teoria economica moderna, ignorando il ruolo delle donne nel sistema economico, non indagando le ragioni dei loro più bassi salari e ripetendo stereotipi di genere tipici del suo tempo. Un’analisi più attenta delle principali opere di Smith permette di correggere, almeno in parte, questo giudizio.

Nella Ricchezza delle Nazioni Smith fa riferimento a molte attività economiche tipicamente svolte dalle donne (filatrici, tessitrici, etc.) e spiega le difficoltà incontrate dalle lavoratrici nelle alterne fasi del ciclo economico, quando queste si pongono a cavallo fra economia domestica e attività di mercato; i bassi salari delle donne vengono spiegati anche dalle pratiche monopolistiche di industriali e commercianti.

Nelle Lezioni di Giurisprudenza confuta argomenti tipicamente maschilisti come il cosiddetto “Doppio standard” sull’infedeltà maschile e femminile e si dichiara fiducioso sulle prospettive di emancipazione delle donne nell’ambito della società commerciale moderna, nella quale la mera forza fisica perde di importanza nei processi produttivi.

Nella Teoria dei Sentimenti Morali, Smith attribuisce un ruolo centrale alle madri nell’educazione sentimentale e morale dei figli, grazie alle loro doti naturali di sensibilità, nell’ambito di un approccio educativo non autoritario, nel quale anche i padri sono chiamati ad allacciare rapporti di empatia nell’ambito domestico ed extra domestico.

Le prudenze che Smith pone, in alcune parti della sua opera, ad una piena omologazione della donna all’uomo in ambito economico sembrano, dunque, derivare dal timore che l’indebolimento del ruolo educativo della donna, possa erodere quei legami e quelle fonti di moralità sulle quali si basa, in ultima analisi, la possibilità di uno sviluppo ordinato della società e del mercato stesso.

In che modo autori come Luigi Taparelli d’Azeglio, Carlo Maria Curci, Matteo Liberatore e Giuseppe Toniolo si inseriscono nella rinascita tomistica?
La ripresa della filosofia tomista, sancita da Leone XIII nel 1879 con l’enciclica Aeterni Patris, rappresentò un importante passaggio nella reazione del mondo cattolico di fronte ai radicali mutamenti che interessarono l’Europa sin dagli inizi del XIX secolo, sia in ambito culturale che economico. A quest’ultimo riguardo il pensiero va a quella questione sociale che richiedeva con urgenza una risposta alternativa a quella socialista.

Se l’attenzione per la filosofia tomista era stata prima tenuta viva soprattutto dai domenicani, nel XIX secolo ciò avvenne in particolar modo ad opera dei gesuiti. Determinante fu il ruolo della loro rivista, La Civiltà cattolica, fondata nel 1850 da Carlo Maria Curci, presto affiancato da Luigi Taparelli d’Azeglio, Matteo Liberatore e Antonio Bresciani. Essa divenne subito un importante strumento di diffusione di quel neotomismo che si proponeva di competere con il pensiero moderno su molteplici fronti, compreso quello economico. Fu in quest’ultima prospettiva che il padre generale dei gesuiti J.P. Roothaan sollecitò Luigi Taparelli d’Azeglio, sebbene questi non fosse di formazione economista, a interessarsi di temi economici. Con riferimento sempre all’ambito economico si rivelano di particolare interesse le analisi di altri due gesuiti, Carlo Maria Curci e Matteo Liberatore, che subirono l’influsso di Taparelli d’Azeglio. Mentre però il primo, recependo la metodologia taparelliana, manifestò un’attenzione critica per gli sviluppi teorici del tempo, il secondo guardò ai temi economici per lo più attraverso la lente della sacra scrittura e della filosofia tomista.

Anche Toniolo si collocò a pieno titolo nell’ottica di un ritorno alla filosofia tomista, proponendo una ripresa di alcuni aspetti del mondo medievale. Tale approccio lo pose talora in aperto contrasto con gli sviluppi teorici del tempo; egli, ad esempio, fece propria la condanna dell’usura di San Tommaso d’Aquino e respinse la teoria neoclassica del tasso d’interesse. Anche se Toniolo operò alcune opzioni che condizionarono la sua elaborazione teorica, con la conseguenza che egli non riuscì a dar conto di alcuni profili essenziali dell’economia capitalistica, gli va riconosciuto il merito di aver introdotto i cattolici alla scienza economica, dando un significativo contributo alla loro formazione.

Hanno collaborato: Stefano Figuera, professore associato presso l’Università di Catania; Fabio Masini, professore associato presso l’Università di Roma Tre; Sebastiano Nerozzi, professore associato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Fabrizio Bientinesi, dottore di ricerca in storia economica e in storia del pensiero economico, è professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del pensiero economico italiano, la storia delle teorie del commercio internazionale, la storia delle teorie monetarie.

Marco E.L. Guidi, dottore di ricerca in Storia del pensiero politico presso l’Università di Torino, è professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università di Pisa. I suoi interessi spaziano dalla storia del pensiero economico italiano allo studio della istituzionalizzazione e circolazione delle idee economiche in Europa dal XVIII al primo XX secolo. Altri campi di interesse sono la metodologia delle scienze economiche, i rapporti tra etica, politica ed economia e i problemi di economia dell’informazione.

Luca Michelini, dottore di ricerca in Storia del pensiero economico presso l’Università di Firenze, è professore ordinario della materia presso l’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca vertono sul pensiero economico italiano, sul rapporto tra economia e politica, sui sistemi economici comparati.

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