Professoressa Giusti, Lei è co-autrice del libro Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani, 1940-1945 da poco ripubblicato per i tipi del Mulino: innanzitutto, come nacque l’avventura militare italiana nei Balcani?
Una guerra a parte. I militari italiani nei Balcani, 1940-1945 Maria Teresa Giusti Elena Aga RossiGli obiettivi della politica estera del regime fascista durante la seconda guerra mondiale non sono stati del tutto chiariti. Senza dubbio, nel piano espansionistico fascista era contemplato il controllo del Mediterraneo, un’aspirazione che spiega l’attacco alla Francia per intaccarne l’impero, e la guerra nei Balcani. Sin dagli anni Trenta, dopo la conquista dell’Abissinia e l’avvicinamento alla Germania, Mussolini aveva cominciato a elaborare un piano espansionistico che prevedeva il controllo italiano nel Mediterraneo e nei Balcani e l’esclusione dell’influenza britannica e francese dall’area. Il progetto, la cui realizzazione non era prevista a breve termine, prese l’avvio con la cosiddetta «guerra parallela», attraverso la quale il duce mirava a compiere le conquiste territoriali non realizzate nel 1918, a rafforzare la sua immagine di fronte all’opinione pubblica italiana e a tenere lontani i tedeschi dall’area mediterranea.

Quali motivazioni geopolitiche e strategiche spinsero il regime all’occupazione dei Balcani ?
Come aveva già osservato Renzo De Felice, manca ancora uno studio «su come da parte italiana si concepivano l’“ordine nuovo” postbellico e il posto e il ruolo che in esso avrebbe dovuto avere l’Italia fascista», ma anche sui tentativi di Mussolini finalizzati a «contrastare i progetti nazionalsocialisti e affermare la propria visione o, almeno, per ritagliarsi un proprio spazio all’interno di esso». Mussolini in sostanza mirava alla costruzione del «nuovo ordine mediterraneo», con una supremazia italiana su quello che era considerato il «mare nostrum», senza però tenere in conto né la scarsa preparazione italiana ad affrontare una simile impresa né le aspirazioni dell’alleato tedesco. Nei Balcani infatti, più che altrove, si scontravano più direttamente gli interessi di Germania e Italia, e il «conflitto di interesse» tra i due paesi si manifestò in tutta la sua imbarazzante evidenza nell’ambiguo tentativo di “condominio” dello spazio di conquista balcanico. La scelta della penisola balcanica come base di partenza per conquiste più ampie era infatti comune sia ai tedeschi sia agli italiani, dato che si trattava di territori ricchi di risorse naturali ma frammentati dal punto di vista etnico, nonché deboli sul piano politico ed economico.
Geograficamente, i Balcani si trovavano vicino all’Italia, ma anche alla Germania cui erano ben collegati grazie a efficienti vie di comunicazione, alla potenza delle infrastrutture, ai sistemi di navigazione interna del Reno e del Danubio. Sul piano economico, il vantaggio tedesco aumentò specie dopo l’annessione dell’Austria, quando le commesse commerciali e industriali austriache nei Balcani passarono in toto alla Germania.
L’Italia da parte sua vantava già un possedimento, le isole del Dodecaneso, dal 1912 e dal 1926 un protettorato sull’Albania. Questi erano anche i presupposti per allargare i possedimenti italiani in quella zona. Ciò che tuttavia venne a mancare all’Italia per realizzare il progetto fascista, e poi per assicurarsi il controllo di Albania, Grecia e Jugoslavia una volta occupate, furono la debolezza militare e i forti limiti del suo sistema economico-finanziario, elementi di cui invece disponeva la Germania. Questi fattori avrebbero fatto naufragare il progetto di Mussolini e dopo l’attacco alla Grecia, avvenuto nell’ottobre del 1940, avrebbero portato a un intervento massiccio della Wehrmacht a sostegno dell’esercito italiano. A questo punto la guerra da parallela si trasformò in guerra subordinata.

Quali vicende accompagnarono l’invasione di Albania, Grecia e Jugoslavia?
Se l’occupazione dell’Albania si rivelò facile, difficoltà ben maggiori sorsero riguardo alla Grecia e alla Jugoslavia. Nella prima, l’inaspettata resistenza greca e il conseguente intervento decisivo della Wehrmacht a sostegno del Regio esercito determinarono la spartizione dei territori ellenici in aree di occupazione, rivelando gli interessi di Hitler per i Balcani. Anche in Jugoslavia il regime fascista dovette ben presto acconsentire a un’occupazione condivisa con Germania, Ungheria, Bulgaria e Albania. I territori conquistati dall’Italia tra il 1940 e il 1943 furono suddivisi fra territori annessi e territori occupati militarmente. In tutti i territori annessi (Dalmazia, Slovenia e isole Jonie) fu attuata l’italianizzazione forzata, anche in zone, come la Dalmazia, dove erano presenti solo alcune migliaia di italiani. Croazia, Montenegro e Grecia continentale furono invece occupati. Mentre nei territori annessi fu smantellato tutto il sistema politico e amministrativo preesistente, in Croazia e in Montenegro fu concessa una pur limitata indipendenza, che permetteva di uscire dall’impasse di un’occupazione militare permanente di tipo coloniale, con tutti i costi che ciò avrebbe comportato. Tuttavia la prospettiva di un’amministrazione accettata dalla popolazione  ben presto naufragò e l’unica via di uscita per l’Italia fu l’occupazione diretta: per mantenerla il regime usò tutti i mezzi necessari, dalla collaborazione con le fazioni locali alla repressione e alle violenze di massa, dalle deportazioni di popolazioni fino alla creazione di campi di internamento per civili.

Come si sviluppò la Resistenza nei paesi occupati?
La guerra nei Balcani è stata violenta e terribile, una guerra totale, specialmente in Jugoslavia. Un reduce, che aveva  combattuto anche nella campagna di Russia, in un’intervista ha dichiarato: «Meglio la Russia che la Jugoslavia», e molti altri superstiti hanno preferito non parlare delle loro esperienze.  L’occupazione dei Balcani da parte delle forze dell’Asse e la conseguente distruzione dell’ordine politico preesistente crearono le condizioni per l’esplosione delle guerre etniche e l’inizio della resistenza. La repressione dei movimenti partigiani e le lotte intestine precipitarono presto l’intera regione in una spirale di violenza e di guerra civile che ne avrebbe segnato la storia per i decenni a seguire. Le prime forme di resistenza contro gli occupanti nei Balcani furono quelle organizzate dalle formazioni nazionaliste, alle quali solo in un secondo momento si affiancarono le forze di ispirazione comunista.
Gli episodi di resistenza scatenarono rappresaglie violente da parte degli occupanti. Di fronte all’insorgere della guerriglia, gli occupanti reagirono in due modi: da una parte con una brutale repressione, in risposta a singole azioni partigiane, dall’altra con una serie di operazioni militari, coordinate per lo più su iniziativa tedesca, che avevano lo scopo di «estinguere» tutte le forze di resistenza.
Le azioni di repressione italiane in Jugoslavia, ad esempio, vennero regolate dalla famigerata Circolare 3 C (marzo e dicembre 1942), a firma del generale Mario Roatta, comandante della 2ª armata. Essa costituì la direttiva di base per la «normalizzazione» dei territori occupati, con cui i comandi italiani si allineavano alla volontà tedesca di «estinguere» la resistenza e di deportare i civili. Il tono della premessa è chiaro: il «trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente!”».
Il 24 aprile 1942 Roatta emanò un bando che autorizzava rappresaglie sugli ostaggi in caso di attentati i cui autori fossero rimasti ignoti. Molti generali italiani furono solerti esecutori delle disposizioni emanate dai comandi. Il comportamento violento degli occupanti italiani nei Balcani  originava dall’incapacità di reagire agli episodi di guerriglia, alla quale il regio esercito  risultava impreparato; e in generale all’inadeguatezza delle autorità militari e civili ad arginare la resistenza e la guerra civile che si scatenò tra le forze  locali, impegnate soprattutto ad ingaggiare una lotta per il futuro controllo politico del paese.

Quali conseguenze ebbe l’armistizio dell’8 settembre nei paesi occupati?
L’armistizio dell’8 settembre 1943 per le truppe italiane stanziate nei Balcani costituì un punto di svolta: si trattava di ben 650.000 uomini, inquadrati su 35 divisioni, schierate tra Albania, Grecia e Jugoslavia, lasciati per lo più senza ordini o in balia di ordini ambigui e contraddittori. La maggior parte dei comandanti nei Balcani seppe dell’armistizio per radio. L’irresponsabile decisione del governo Badoglio e dei vertici militari di non  avvertire  della resa le truppe stanziate nei Balcani, l’impreparazione dei comandi locali e la loro inadeguatezza ad affrontare la gravissima situazione di emergenza hanno avuto ovunque conseguenze drammatiche, consegnando di fatto ai tedeschi centinaia di migliaia di italiani. Sia i tedeschi sia le forze di resistenza locali cercavano di accaparrarsi le armi. L’8 settembre i comandi si trovarono a dover  scegliere, senza aver chiara la situazione né le conseguenze di tale scelta, in balia dei tedeschi e dei  partigiani, tutti interessati ad accaparrarsi le armi. In molti casi i tedeschi chiesero  ai comandi italiani di continuare a combattere al fianco della Germania, violando apertamente l’armistizio. 94.000 uomini, per lo più camicie nere aderirono sin da subito. A questi si sarebbero uniti altri 103.000 pressati dalle dure condizioni di prigionia in cui li costrinsero i tedeschi. La maggior parte delle unità nei Balcani decise di arrendersi ai tedeschi, dopo che questi avevano promesso loro il ritorno in Italia. Cosa che non avvenne. Un’altra parte invece scelse di combattere, ma al fianco dei partigiani. Data la situazione e l’impossibilità di tornare in patria, furono molti i militari italiani che preferirono rifugiarsi sulle montagne e unirsi ai partigiani piuttosto che arrendersi ai tedeschi, con il rischio di essere uccisi dagli stessi partigiani e dalla popolazione che li considerava pur sempre degli occupanti.
Queste decisioni dipesero da vari fattori: l’atteggiamento di simpatia dei comandanti delle varie unità per i tedeschi; la maggiore o minore presenza di truppe tedesche o partigiane nella zona; e, soprattutto, l’impossibilità di rimpatriare. Dall’Italia infatti non arrivarono navi che potessero recuperare le truppe.

Quale fu il destino dei prigionieri italiani?
In totale dopo l’8 settembre 1943 su 2 milioni di effettivi, i tedeschi ne disarmarono 1.007.000. Di questi, 197 mila circa riuscirono a fuggire; dei rimanenti 810 mila, 186 mila aderirono alla collaborazione con i tedeschi nel periodo tra la cattura e la primavera del 1944. Nei Balcani e nelle isole del Mediterraneo furono catturati dai tedeschi 430 mila uomini. Il trattamento dei militari italiani da parte dei tedeschi, a parte qualche eccezione, fu subito punitivo, un atteggiamento dovuto all’applicazione puntuale ed esasperata degli ordini emanati dai comandi. Definiti «traditori badogliani», furono rinchiusi in campi nei Balcani e per la maggior parte nei lager del Reich: in Polonia, Germania, Bielorussia. Inizialmente essi furono considerati prigionieri di guerra; successivamente, con un ordine del Führer, il 20 settembre – poco prima della nascita ufficiale della Rsi – i prigionieri italiani furono dichiarati Internati militari italiani (Imi). Erano da considerarsi Imi tutti quei militari italiani che avevano rifiutato qualsiasi forma di collaborazione e che quindi esercitavano una sorta di resistenza passiva. L’internato militare era una via di mezzo tra il prigioniero di guerra e il prigioniero politico. La decisione di trasformare in Imi i militari italiani era legata alla istituzione della Rsi: Hitler si rendeva conto di non poter definire «prigionieri di guerra» militari appartenenti a uno stato alleato, a Rsi appunto. Inoltre, la denominazione di Imi dimostrava un certo riguardo nei confronti del duce: così facendo, il Führer riusciva a convincere Mussolini che tale definizione – anche se di fatto questi militari erano privi di tutela – fosse migliore di quella di «prigionieri di guerra».

Ma gli italiani in quei territori furono anche prigionieri degli jugoslavi, dei greci e degli albanesi. Dalla data dell’armistizio a oltre il 1947, la Jugoslavia trattenne fra i 62.500 e i 67 mila prigionieri italiani. Si trattava di militari e civili caduti in mano jugoslava in seguito a vicende diverse. Proprio in Jugoslavia si verificò una situazione paradossale: mentre alcune formazioni italiane combattevano a fianco dei partigiani nello spirito di «fraterna collaborazione» per liberare il territorio jugoslavo dai tedeschi, e rimpatriarono nel 1945 con tutti gli onori (come il caso della divisione italiana partigiana «Garibaldi»), in alcuni campi di prigionia altri militari italiani subivano soprusi e torture per vendetta contro gli ex occupanti. Dalla Jugoslavia 47.700 militari italiani rimpatriarono entro la fine del 1945. Restavano ancora 30 mila prigionieri circa, che rientrarono negli anni successivi, divenendo vera e propria merce di scambio nelle trattative  tra il nuovo stato jugoslavo e l’Italia.
In Grecia, paradossalmente, a cadere prigionieri furono proprio gli italiani che avevano scelto di collaborare con i partigiani. Si trattava per lo più dei militari della divisione Pinerolo e dei reparti di altre unità che avevano raggiunto la divisione per combattere i tedeschi. Questi, in totale 8.000, dopo una breve collaborazione militare con i partigiani dell’Elas, nell’ottobre 1943 furono disarmati e internati in quattro campi. A causa delle condizioni durissime, alla mancanza di cibo e ai lavori pesanti che dovevano svolgere, i prigionieri italiani furono decimati; furono liberati solo quando le truppe britanniche sbarcarono in forze in Grecia.
In Albania il governo comunista trattenne contro la loro volontà come prigionieri sia militari sia civili italiani (tra questi molti tecnici specializzati di aziende italiane in loco), con vari pretesti, utilizzandoli come manodopera gratuita per il risarcimento dei danni di guerra e come merce di scambio per ottenere dall’Italia e dagli Alleati il riconoscimento del nuovo governo. Il loro rimpatrio si svolse a scaglioni tra il 1945  e il 1948.

Quali conseguenze storiche produsse l’avventura italiana nei Balcani?
L’avventura  del regime fascista nei Balcani ha lasciato lunghi strascichi nella storia e nella società italiane. Innanzitutto va tenuto presente che c’è stato un forte fenomeno di rimozione: basti pensare che in molti manuali di storia si accenna o si ignora del tutto l’esperienza dell’occupazione italiana nei Balcani. Questo perché la guerra è stata persa e perché l’esercito italiano lì si è macchiato di crimini di guerra. L’eredità della guerra nei Balcani è complessa e tocca ovviamente i rapporti con la Slovenia, con l’Albania. Con quest’ultima le relazioni furono riprese solo nel maggio 1949, dieci anni dopo l’annessione italiana. Nella difficile ricostruzione di quella storia drammatica ci sono le accuse di crimini di guerra e la giustizia mancata.
La mancata consegna dei criminali di guerra ai governi che li richiedevano per giudicarli ha generato ambiguità e compromessi, lasciando in sospeso questioni scabrose  nel dopoguerra. Gli eventuali processi avrebbero permesso infatti  di fare chiarezza  e di prendere  le distanze con il passato regime fascista. Invece, il governo italiano  adottò una strategia tesa a eludere le richieste  dei paesi occupati, preparando una contro documentazione  che mostrava le  violenze compiute dalle forze di resistenza locali e avocando a sé il diritto di giudicare i presunti criminali di guerra.

In realtà solo pochissimi processi furono celebrati, e i pochi condannati  non scontarono la pena; molti presunti criminali fecero persino carriera nell’esercito  o nello stato. La mancata giustizia, estesa per ragioni politiche anche ai militari  tedeschi responsabili di eccidi nei Balcani, ha pesato molto sulla rielaborazione della memoria della guerra, originando una rimozione che ha  impedito a lungo di affrontare il tema dei crimini di guerra. Delle condanne anche lievi ma una presa di posizione chiara e decisa, con l’allontanamento dalle carriere pubbliche, militari e politiche degli ufficiali compromessi con il fascismo, avrebbero indicato la presa di distanza dal passato regime per ricostruire la vita civile del paese su basi completamente nuove. Un tale atteggiamento avrebbe consentito all’Italia di vantare pretese sulla consegna dei criminali di guerra tedeschi, avrebbe «pacificato» gli italiani, stretti nella perenne contrapposizione fascismo-antifascismo e, soprattutto, avrebbe consentito di rendere giustizia anche alla maggioranza degli ufficiali e dei soldati italiani che non si erano macchiati di crimini e che erano morti facendo il loro dovere.