“Una disciplinata guerra di posizione. Studi sul Pci” di Alessandro Barile

Dott. Alessandro Barile, Lei è autore del libro Una disciplinata guerra di posizione. Studi sul Pci, edito da FrancoAngeli; a più di cento anni dalla sua nascita, ma anche a più di trenta dal suo scioglimento, di quale interesse è, per gli storici, il Partito comunista italiano?
Una disciplinata guerra di posizione. Studi sul Pci, Alessandro BarileSi potrebbe dire che del Pci si sappia ormai tutto. A seconda delle stagioni e delle tendenze storiografiche, ne è stata sviscerata la dialettica politica interna, il rapporto con il movimento comunista internazionale, le ragioni ultime dei suoi militanti, l’orizzonte morale, i multiformi rapporti con la cultura accademica e con quella di massa. Si è passati dalla contrapposizione ideologica allo stigma liberale degli anni ottanta-novanta, fino alla nostalgia pienamente bipartisan dell’ultimo ventennio. Eppure, continuo a credere che una vicenda storica di un qualche significato non esaurisca mai del tutto ciò che ha da dire, perché è il modo in cui leggiamo gli eventi che muta, “resuscitando” continuamente l’interesse verso storie apparentemente consumate. Non è la “storia contemporanea” di Croce – secondo il quale ogni storia è sempre storia del presente; piuttosto, sono persuaso che sia la società a generare quelle domande su cui poi si interrogano anche gli storici (ma non solo loro e neanche principalmente loro, sia detto per inciso). Oggi il Pci è usato “gramscianamente” per continuare a ragionare non tanto delle ragioni del movimento operaio, quanto per capire la storia d’Italia del secondo Novecento, per capire dunque le vicende del nostro paese attraverso una “grande sineddoche” come quella del partito comunista. È un proposito legittimo, senza dubbio, ma il modo in cui avviene questo uso strumentale suscita – almeno a me, non so al resto degli studiosi – qualche perplessità. Si studia il Pci in chiave funzionalista e politologica, degradando il valore reale dell’ideologia. Ma è questa ideologia a muovere l’azione del Partito comunista italiano, un’ideologia che lavora nella storia, si affina attraverso le sue grandiose sconfitte, e da Robespierre e Blanqui (per rimanere alla modernità) arriva sino a Togliatti e Stalin in un processo che fa del realismo del movimento comunista del Novecento un (precario) punto d’arrivo, e non un carattere originario, come se fosse un qualsiasi partito borghese, che avesse dunque nel suo codice genetico l’idea di politica come contrattazione di potere o “rappresentanza di interessi”. È questo a generare quella “doppiezza” che è uno dei caratteri fondamentali non solo del partito nuovo togliattiano, ma di tutto il movimento comunista legato a Mosca. Capisco le ragioni di chi, nel tentativo di difendere la storia del partito, smentisce questo carattere, comprovando la natura assolutamente democratica del partito. Lo capisco ma, anche qui, non mi convince. Ma se il Pci era dunque un partito pienamente “democratico”, se il suo obiettivo non era altro che rafforzare la democrazia nel paese, modernizzando il suo sistema produttivo attraverso una vasta opera di redistribuzione della ricchezza privata, si starebbe affermando che il Pci non era altro dalla socialdemocrazia. E invece il Pci non era una socialdemocrazia, pur nel suo disperdere progressivamente la sua origine rivoluzionaria. Il Pci è un’altra cosa, ma per giustificare storicamente e politicamente questa altra cosa bisogna rapportare la sua storia a quella del movimento operaio, non alla storia del sistema politico del paese. La storia del Pci è la storia della rivoluzione al tempo dell’Unione sovietica e della bomba atomica: al tempo, cioè, in cui il movimento operaio aveva da perdere ben più delle proprie catene. C’era mezzo mondo da governare, cosa che ha gradualmente ridotto le possibilità del “colpo” rivoluzionario – fino a non poterlo pensare neanche più, non solo nella forma storicamente “irreplicabile” dell’Ottobre, ma anche nelle varie sfumature intermedie della “democrazia progressiva”.

In cosa consisteva l’originalità del marxismo italiano?
Il “marxismo italiano” è il capolavoro edificato da Togliatti a partire dal suo rientro in Italia nel 1944. Se collocato, come si dovrebbe sempre fare, nelle vicende del movimento operaio del Novecento, il Pci è un partito che declina il marxismo in senso profondamente “eversivo”. Eppure, è anche un partito “ortodosso”, che non rompe mai ideologicamente con l’insieme del movimento operaio e la sua ipostatizzazione ultima: l’Unione sovietica. Gramsci e Togliatti giungono al marxismo attraverso la venatura storicista di Spaventa e Labriola, e poi del primo Croce molto interessato al pensiero di Marx, e ancora, in Gramsci, attraverso Bergson, Sorel e Gentile. Ovviamente questa declinazione va a sua volta storicizzata: c’era stata la disfatta della Seconda internazionale e del materialismo gradualista della socialdemocrazia tedesca. Occorreva tornare ad “agire nella storia”, liberandosi da un determinismo che si era tramutato in collaborazionismo con le borghesie nazionali. Di qui la “filosofia della prassi”, la postura “soggettivistica” che assumerà il partito, che sarà non a caso molto criticata in sede Comintern, e da Lenin stesso, nelle sue celebri polemiche con Terracini. Questa declinazione “idealistica” rimane anche dopo, nel “partito nuovo”, perché è in un certo idealismo che Togliatti individua alcuni dei (rari) caratteri democratici del pensiero politico italiano, quelli che vanno da Vico a De Sanctis. Insomma, nel tentativo di presentarsi come soggetto politico nazionale – e non semplice emanazione di un movimento politico “straniero” – Togliatti fa del Pci l’erede ultimo e più compiuto di una tradizione locale, non di una sovversione importata dall’estero. Questo continua a sembrarmi un vero e proprio capolavoro di Togliatti, perché permette al partito di “fare politica”, e non solo agitazione e propaganda “di classe”. Permette di non essere marginalizzato dal discorso pubblico, di non essere liquidato (anche attraverso provvedimenti repressivi), permette, infine, di collegare a sé pezzi di società molto più ampi della sola classe operaia del nord Italia. La cosa funziona bene fino alla fine degli anni cinquanta. Poi le profonde trasformazioni della società italiana in seguito al boom economico rendono questo approccio “nazionale” (e “populista”, sia detto alla maniera di Asor Rosa) meno preparato e predisposto a rappresentare i caratteri della nuova società che la modernizzazione economica andava producendo. Rimane la forza elettorale, che si espande fino al 1976, ma “consegnata” a una strategia sempre meno comprensibile in termini di alternativa politica. Non sono discorsi col senno del poi: negli stessi anni in cui in Italia il partito si avvia alla sua crisi irreversibile, in Francia il governo delle sinistre di Mitterrand governa con quattro ministri comunisti. Dura poco, ma il senso è che si poteva fare, anche in una fase di profonda restaurazione liberista come quella dei primi anni ottanta.

Come si esplicò il tentativo del Pci di tenere insieme socialismo e democrazia?
Detto della “doppiezza”, e quindi del carattere “non pacificato” delle intenzioni ultime del partito, rimane il fatto incontrovertibile che il Pci (non il Pcd’I) fu sin dall’inizio un partito democratico. Non sappiamo quali scelte avrebbe operato se fosse giunto al potere ovviamente – ma anche qui, i due anni al governo tra il 1945 e il 1947 dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio della caratura democratica del partito. Eppure – come ho già detto – questo non ne faceva una socialdemocrazia mascherata o irrisolta. Vi era, in Gramsci e Togliatti, una strategia politica che aveva inscritto un destino: quello di fare dell’Italia un paese socialista. Vi era questo elemento di rottura, di irriducibilità all’orizzonte capitalistico, che procedeva sperimentando i modi in cui realizzare questo passaggio evitando la fase traumatica dell’azione di forza. I rapporti di forza non lo permettevano, non solo per l’evidente esempio greco del 1946-1949. Sin dalla guerra in Spagna in Togliatti si innesta la convinzione di addivenire al socialismo senza provocare strappi nella società italiana, strappi che avrebbero compromesso la forza acquisita dal movimento operaio durante la Resistenza. Non esistevano teorie da applicare quanto un procedere empirico che provava a saggiare gli spazi di agibilità e di tenuta del sistema. Se vogliamo una definizione “teorica”, questa sarebbe il frontismo. Semmai, il “problema” (sempre se ragioniamo nei termini del “come si fa una rivoluzione in Occidente” – cioè nei termini interni alla storia del movimento operaio, non esterni ad esso), il “problema”, dicevamo, non risiede nella cautela togliattiana, ma nella declinazione eccessivamente parlamentare della lotta politica del partito. È, questa, la tradizionale critica “secchiana”: spostiamo la lotta politica nella società, sosteniamo con maggiore presenza le rivendicazioni sindacali della classe operaia, vediamo che succede se tentiamo di “attaccare” – sempre, evidentemente, con juicio. Di fronte a questa ipotesi, aveva gioco facile Togliatti a raffreddare gli umori sovversivi di una parte del gruppo dirigente (e non solo della base militante): l’intenzione secchiana aveva delle ragioni, ma non costituiva una strategia. Nel momento in cui il partito aveva accumulato una impressionante forza militante, sindacale, politica ed elettorale, significava tornare indietro, ridurre il suo intervento e radicalizzarlo, esasperando lo scontro politico col rischio di favorire soluzioni autoritarie. Per questo, dunque, il Pci rimane sin dall’inizio un partito al tempo stesso comunista e democratico. Un carattere contraddittorio, praticato più che teorizzato, ma la storia dice questo e non altro: nei fatti, il Pci fu un fattore di democratizzazione della società e della politica italiana.

Quale fisionomia aveva la cultura politica del partito e come si traduceva, questa, in politica culturale?
La politica culturale del partito (una volta superati le tensioni originarie, legate alla formazione del Cominform e alla direzione di Emilio Sereni) era parte di una strategia più complessiva, quella che potremmo definire, sulla scorta delle note riflessioni gramsciane, “guerra di posizione”. Organizzare cioè la propria presenza nella società, in modo ramificato e capillare. Imporre la presenza del partito, conquistando alle sue ragioni porzioni sempre più vaste di società civile. Questo poteva darsi soprattutto attraverso una politica di alleanze, tra cui, appunto, quella con gli intellettuali del paese, cioè con un pezzo di borghesia giudicata più o meno “illuminata” – comunque non avversa al partito e anzi disponibile a sostenerlo pur di sprovincializzare la cultura nazionale. Di qui la necessità di elaborare una “politica culturale”, che è un concetto intimamente politico più che culturale in senso stretto. A Togliatti e più in generale al partito non interessa imporre una visione politica sulle cose della cultura; interessa, al contrario, divenire referente del ceto intellettuale. La “lotta alla censura” e per la libertà d’espressione è uno dei terreni su cui si stabilisce questa alleanza. Al partito non preme diffondere il marxismo nelle schiere intellettuali: l’apertura e la laicità, in tal senso, è notevole, persino spregiudicata vista con gli occhi di oggi. In tal senso, la cultura politica del partito – ovvero pervenire al socialismo attraverso una gradualità di passaggi conseguenti – si intreccia e forma la sua politica culturale – ovvero lo strumento attraverso cui rafforzare il partito nella società – favorendo così la transizione la più “naturale” possibile a un’altra forma di società. Detto della politica delle alleanze, l’altro grande carattere della politica culturale comunista è il “nazionale-popolare”: favorire cioè una cultura capace di esprimere le istanze delle più larghe masse popolari, non solo dei reparti più avanzati della classe operaia. Anche questo è un tema che negli anni sessanta giunge un po’ a esaurimento, data la capacità capitalistica di diffondere prodotti culturali avvicinando produttori e consumatori di cultura. Problemi da cui l’intera sinistra non si riprenderà più, incapace di elaborare un diverso modello di lotta politica al tempo stesso originale e “comunista”. Lo scontro con la nuova sinistra negli anni settanta, in ultima istanza, deriva anche da questo: dal procedere incerto di un partito che si vuole comunista e rivoluzionario, ma che non riesce più a pensare in termini innovativi questa rivoluzione da compiere, pur nella necessaria gradualità determinata dal contesto. Ovviamente non è solo responsabilità del Pci, ma se la sinistra italiana – per un quarantennio presa a modello in tutto l’Occidente – vive da decenni una sua crisi che appare sempre più irreversibile, alcuni tratti genetici di questa crisi andrebbero rinvenuti in questa dimensione di problemi.

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