Una coscienza europea. Zeno e la tradizione moderna, Claudio GiganteProf. Claudio Gigante, Lei è autore del libro Una coscienza europea. Zeno e la tradizione moderna edito da Carocci: quale evoluzione si manifesta nella Coscienza di Zeno riguardo alle questioni del “male di vivere”, della “malattia” e dell’“inettitudine”?
Nel suo “memoriale” Zeno si considera un «malato»; nelle ultime pagine coltiva invece l’illusione della guarigione. La sua è una malattia “moderna” che la psichiatria ottocentesca avrebbe considerato paradossale: è la nevro­si di un uomo che – stando ai parametri tradizionali per stabilire se si è in salute – sta bene. I personaggi di indole pratica (sua moglie Augusta, suo suocero) lo considerano un malato immaginario; ai vecchi e ai bambini (suo padre, la piccola Anna) sembra un matto; la bella Ada, che ignora le sfumature e le arguzie dell’umorismo, lo crede un tipo bizzarro e poco affidabile. Guido, il rivale fraterno, sembra l’unico che lo prende sul serio: pagando a caro prezzo, con il fallimento economico e con la vita, le presunte competenze di Zeno come contabile e come chimico. Dopo aver vagato da una facoltà universitaria all’altra come altri personaggi “senza qualità” (da Octave, il protagonista della Confession d’un enfant du siècle di Musset, a Richard in Bleak House di Dickens­, a Lazare nella Joie de vivre di Zola, al Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila­), Zeno non ha un titolo di studio né una professione, anche se è ricco e può permetterselo. Come i suoi predecessori, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani (i protagonisti di Una vita e di Senilità), Zeno è consapevole della propria incapacità e, non diversamente da loro, ha una visione tragica del futuro, che troviamo espressa nella straordinaria profezia apocalittica con cui il libro si conclude. Ma a differenza di loro, Zeno scopre progressivamente le risorse nascoste del proprio male e soprattutto che la sua malattia non è curabile, perché è parte anch’essa del ciclo naturale: la sua è un’epifania paragonabile a quella che ha, nel capolavoro di Mann, Thomas Buddenbrook dopo aver letto Schopenhauer o, prima di lui, Oblomov che scopre, dopo vari, inutili tentativi per cambiare la propria natura, che la sua anima «timida e pigra» non può essere curata. È nato così, così morirà.

Quali tracce dei protagonisti di Una vita e Senilità si ritrovano in Zeno Cosini?
Quello sguardo sornione e spietato che il narratore dei primi due romanzi rivolge ad Alfonso Nitti e a Emilio Brentani è sostituito nella Coscienza dal punto di vista di Zeno. In Una vita e in Senilità le disfatte dei due protagonisti sono presentate come il risultato della loro abitudine di confondere le proprie illusioni (i propri sogni a occhi aperti) con la realtà; invece il lettore del terzo romanzo di Svevo, in mancanza di un narratore eterodiegetico, dispone soltanto della testimonianza del protagonista.

La “coscienza” non è un organo cognitivo alterato, ma l’unico filtro possibile, per Zeno e per noi, per rivivere il passato, per far sì che siano sopportabili le sconfitte, per rendere raccontabili i sentimenti ambigui e magari le cattive azioni. Può sembrare che Zeno, a differenza di Alfonso ed Emilio, risulti alla fine un “vincitore”: un inetto divenuto in extremis un ricco commerciante. Ma non è questo il modo in cui si conclude la Coscienza. Ognuno dei tre romanzi di Svevo ha come epilogo un suicidio, che ha un evidente significato simbolico: Alfonso Nitti in Una vita, Amalia Brentani in Senilità; nella Coscienza di Zeno è la volta di un uomo «come tutti gli altri», un Edipo “uomo qualunque”, «ma degli altri un po’ più ammalato», deciso a distruggere con se stesso l’intera umanità. Il finale è stato concepito da Svevo arrovellandosi intorno alla medesima questione che aleggia nei primi due romanzi: se sia possibile liberarsi del male di vivere. La risposta è formulata in termini drammatici: per eliminare il male di vivere bisognerebbe eliminare l’uomo stesso. È una risposta che dimostra quanto sia fragile la convinzione di Zeno di essere guarito: finché c’è vita non c’è guarigione.

Del resto, la scrittura umoristica e il piglio sorridente del narratore rischiano di distogliere l’attenzione, come può avvenire anche con i romanzi maggiori di Pirandello, dal pessimismo della ragione che anima tante pagine del romanzo. La «poesia nera» di Schopenhauer non ha influenzato solo la composizione di Una vita e di Senilità.

Nella Coscienza di Zeno, Svevo si è davvero preso gioco della psicoanalisi?
È una lettura semplificante del romanzo, ancora molto in voga, che si deve allo stesso Svevo, timoroso, forse, che l’accostamento con la psicoanalisi potesse sminuirne l’originalità o magari favorire letture banalizzanti. Ma chi legge Una vita e Senilità, dove un narratore ancora omnisciente sottopone i protagonisti a un continuo esame per mettere a nudo, in modo spietato, le loro debolezze, velleità e illusioni, nonché il fondo meschino da cui spesso muovono le loro pulsioni, si rende conto che Svevo non poteva restare insensibile di fronte alla scoperta della psicoanalisi. Era, da un punto di vista culturale, un incontro, al di là delle vicende familiari che lo hanno favorito, quasi obbligato. Quando, nel cosiddetto Soggiorno londinese, Svevo si chiede quale scrittore, dopo averla scoperta, «potrebbe rinunziare di pensare almeno la psicanalisi», sembra parlare in primo luogo proprio di se stesso. E in effetti, pur con mille cautele argomentative, finisce per ammettere: «la psicanalisi non m’abbandonò più». Se si accetta l’idea che Svevo ha voluto concepire un personaggio talmente messo a nudo dalla psicoanalisi da dovere attivare continui meccanismi di difesa, è difficile poi sostenere che l’autore e Zeno siano sulla stessa linea, che condividano lo stesso punto di vista. Zeno non è il portavoce di Svevo, come invece è stato scritto anche di recente: Svevo, con la reazione polemica del suo personaggio nei confronti dell’analista (un «bestione», un «istericone») e della psicoanalisi (una «ciarlataneria»), ha concepito una magistrale rappresentazione letteraria del rifiuto che un paziente nevrotico può opporre a una diagnosi per lui inaccettabile.

Mi limito a un solo esempio. All’origine del libro vi sono due corsi universitari tenuti all’Università di Bruxelles. Ma un primo spunto era nato riflettendo intorno all’ultimo episodio onirico presente nel romanzo. Pensando di prendere in giro il suo analista, il dottor S., Zeno inventa un sogno con una chiara impostazione edipica. Ma non raggiunge il suo scopo. Dopo avere finto di vedersi ritornato bambino mentre succhia il piede sinistro di una donna che dovrebbe essere sua madre, Zeno, nel bel mezzo della recita, è vittima di una sorta di effetto boomerang: è sul punto di vomitare, una sensazione considerata da Freud un tipico sintomo di isteria. Il sogno contraffatto, intenzionalmente irrisorio, assume così i connotati di un’involontaria ammissione, di un’imprevedibile conferma della diagnosi edipica del dottor S., respinta dal paziente con un immaginabile sdegno rabbioso. Il sogno inventato da Zeno è insomma “finto”, per quel che riguarda i contenuti manifesti, ma non “falso”: è un sogno “autentico” non dal punto di vista dei “fatti” ma dei sentimenti, delle pulsioni. In altre parole, Svevo ha fatta propria una concezione tipicamente freudiana: inventare significa creare, non mentire; una finzione costituisce in ogni caso una proiezione di significato che ha origine nell’individuo. È lo stesso principio per cui per cui, si legge nella Traumdeutung, i sogni concepiti dagli scrittori – come nel caso, noto a Svevo, della Gradi­va di Wilhelm Jensen – possono essere interpretati allo stesso modo di quelli ritenuti autentici.

Zeno non sembra intendere la psicoanalisi e alla fine apertamente la deride: ma se il suo memoriale non fosse dettato da un autore affascinato dal­la scoperta dei meccanismi di rimozione e di sublimazione, difficilmente potremmo trovarvi, come invece di solito accade, qualcosa che ci riguarda personalmente.

Quali autori influenzano maggiormente Svevo?
In generale, Svevo non è uno scrittore che usi il rampino, che tenda al travaso diretto nelle sue pagine di segmenti testuali altrui. Credo che per la Coscienza di Zeno sia necessario non tanto parlare di “influenza”, quanto di un sistema di relazioni. Il mio libro è un tentativo di tracciare le linee di tale sistema e di interpretare al suo interno il romanzo di Svevo. È una lettura della Coscienza in dialogo con la tradizione moderna, concepita non per offrire dei riscontri intertestuali – che pure credo di avere suggerito –, ma per ricollocare il romanzo nella cultura europea (e non solo mitteleuropea). Quella cultura da cui Svevo ha tratto linfa e nella quale è doveroso situarlo.

Svevo è un intellettuale poroso, dalle letture svariate, pieno di curiosità. Si interessa un po’ a tutto (come il suo Zeno, chimico dilettante, violinista a tempo perso, lettore di Strauss e Renan ma anche di libri di medicina e, in ultimo, di un trattato di psicoanalisi), ma ha una predilezione per quei pensatori, da Schopenhauer a Freud, che in forme diverse si sono occupati della vita morale, cercando di definire la natura del desiderio e le cause dei comportamenti. Proprio per questo, in ambito letterario, hanno avuto molto peso nella sua formazione i maestri del realismo (da Balzac a Flaubert, da Turgenev a Zola): la loro presenza si avverte chiaramente in Una vita e in Senilità, e perdura nella Coscienza, fondendosi con figure e situazioni della letteratura contemporanea, da France a Joyce, da Pirandello a Rilke, da Musil a Tozzi, da Mann a Wilde, senza dimenticare autori oggi meno noti, come Benco, Bourget, Ojetti e soprattutto il recupero di due libri fondamentali per la cultura europea ottocentesca, Oblomov e À rebours, per ragioni diverse rimasti estranei al perimetro dei due primi romanzi di Svevo.

Claudio Gigante è ordinario di Letteratura italiana all’Università di Bruxelles. Tra i suoi libri: Esperienze di filologia cinquecentesca (2003), Tasso (2007, 2019³), La nazione necessaria (2013), Il Rinascimento (con G. Alfano e E. Russo, 2016), Miti cristiani e forme del politico nella letteratura del Rinascimento (2017). Tra i volumi a sua cura: le edizioni critiche di due opere di Tasso (il Giudicio e il manuscritto della Gerusalemme conquistata, pubblicati nel 2000 e nel 2010) e la raccolta di saggi Rappresentazione e memoria. La «quarta» guerra d’indipendenza (2017).

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