Innanzitutto bisogna sottolineare che lo Zibaldone è un’opera d’eccezione, non solo perché è stata pubblicata postuma, ma anche perché non è nata per la pubblicazione: è un diario intellettuale privatissimo che si forma per accumulo di carte. Questo già suggerisce un legame inscindibile tra l’opera e il suo manoscritto autografo e di questo legame le prime cento pagine raccontano una storia ancor più singolare.Questa sezione costituisce davvero un ‘a parte’ rispetto a tutte le pagine che seguiranno, una sezione che è stata definita da Blasucci «un magazzino di appunti» in quanto i pensieri qui sono frammentatissimi, le pagine sono fitte di scrittura: un ‘magazzino’ dove viene raccolto quello che non trova collocazione altrove.
La scrittura si stende in tre anni circa, dal luglio 1817 al gennaio 1820, anni cruciali per la formazione poetica e intellettuale dell’autore: egli, appena emerso da uno «studio matto e disperatissimo», impregnato di erudizione, si dichiara, nel 1817, poeta e inizia ad aprirsi al mondo intellettuale fuori dai confini recanatesi. È durante quest’anno che avvia una corrispondenza con Pietro Giordani, il quale riconosce nel giovane «il primo scrittore d’Italia»: un’investitura che ha avuto un peso enorme per Leopardi. Lo Zibaldone dei primi anni si nutre dello scambio che lo scrittore porta avanti con quello che elegge a suo maestro e che presto potrà considerare un amico. È questo l’anno in cui Leopardi comincia a rompere simbolicamente le mura di casa, ma presto verrà il 1818, con l’esordio poetico, e il 1819, l’annus horribilis, quando la malattia agli occhi non gli darà tregua e quando progetterà una fuga con direzione Roma che, inevitabilmente, fallirà.
Sono anni, insomma, di piccole e grandi scosse, in cui lo Zibaldone, nel suo nascere, agisce da sismografo. Ma le prime cento pagine sono mosse da una diversa intenzione rispetto alle successive, la cui più evidente caratteristica si coglie nell’assenza di un elemento destinato a diventare costante successivamente: l’apposizione della data. Il riferimento cronologico, a conclusione di ogni pensiero, è la misura dello scarto tra la prima sezione dello Zibaldone e le pagine che seguono.
Quando e come nasce lo Zibaldone?
È l’estate del 1817, quando Giacomo Leopardi, costretto tra le mura della casa paterna, mette la penna su un foglietto di 17×15 centimetri, che ripiega in modo che possa entrare in una tasca. È questo l’impensato inizio dello Zibaldone, i segni di quelle pieghe sono ancora visibili sulla prima pagina che ora è rilegata insieme alle altre 4525, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Ma lo stimolo a trovare in quella carta una certa organicità credo venga proprio dallo scambio con Pietro Giordani. La prima è una carta di scarto che poi, grazie allo stimolo giordaniano, si farà trattato di letteratura: trovando una iniziale organicità nel segno della storiografia letteraria, essa stabilirà legami con le pagine successive e quindi una propria esistenza al di là della mera occasionalità.
In questi primi anni lo Zibaldone è una presenza incostante nella vita di Giacomo (nel 1820 si contano 368 pagine, nel 1821, l’anno più produttivo, l’autore ne scrive 1853) e la scrittura procede per nuclei tematici e temporali: a un inizio disgregato nell’estate del 1817, segue una trattazione su temi estetico-letterari derivati non solo dallo scambio epistolare con Giordani, ma anche dalla lettura delle riviste e dall’avvicinamento poetico a un’opera di Alfieri che segnerà Giacomo nel profondo, la Vita.
Altre letture reagiranno chiaramente con le pagine del diario del 1818. A gennaio Leopardi legge sullo «Spettatore italiano» un articolo di Lodovico di Breme, le Osservazioni sopra il Giaurro di Byron, e lo Zibaldone a stretto giro ne registra la reazione del suo autore, in sette pagine appassionate e polemiche che riflettono sulla poesia moderna e romantica e che costituiscono i prodromi del Discorso di un italiano sopra la poesia romantica. Un secondo nucleo, che esaurisce la riflessione di quell’anno, raccoglie invece alcune osservazioni sui lirici del Seicento, compiute ancora nel segno di Pietro Giordani, che, in occasione della sua visita a Recanati nel settembre dello stesso anno aveva consigliato alcuni nomi da approfondire al giovane.
Fin qui sembra che lo scartafaccio si lasci addomesticare: è possibile individuare i motivi sottesi ai pensieri, le letture che li nutrono. L’anno 1819 scombinerà quest’ordine, con una forza centrifuga e frammentaria, con i progetti che esplodono in tutte le direzioni, lasciando sul diario le tracce più residuali, ma, allo stesso tempo, più costanti. Lo Zibaldone comincia a rappresentare una presenza un po’ più quotidiana per l’autore, fino all’apice della lettura di un libro fondamentale per Leopardi, la Corinne ou l’Italie di Madame de Staël, avvenuta tra la fine del 1819 e l’inizio del 1820, che sarà condotta con le carte dello Zibaldone accanto. La radiografia di questa lettura, che lo Zibaldone testimonia sul finire delle cento pagine, permette un cambio di passo nella scrittura, accompagnando lo scartafaccio nel suo mutamento verso la direzione di «diario intellettuale».
La sensazione è che Leopardi, almeno nel 1817-1819, non sia autore intenzionale dello Zibaldone: tra le altre cose, l’aggiunta della data in maniera sistematica a partire dalla centesima pagina (8 gennaio 1820) contribuisce a dare alle carte una forma più definita fino a farne un vero e proprio diario intellettuale che accompagnerà l’autore fino a Napoli, alla fine della sua vita, dove lo Zibaldone tutt’ora è conservato.
Quale innovativo sguardo critico offre il Suo studio, su quell’imperfetto capolavoro leopardiano che è lo Zibaldone di pensieri?
Il mio libro nasce dalla sfida, affrontata durante gli anni di dottorato, di datare le prime cento pagine dello Zibaldone. Naturalmente quest’impresa ha avuto degli antecedenti, non molti, ma importanti: il primo, Giulio Augusto Levi, nel 1909 pubblica un breve studio in cui vengono messe a fuoco alcune date, grazie al confronto con la produzione leopardiana contemporanea, in primo luogo le lettere che il poeta scrive a Giordani. Passerà molto tempo, quasi ottant’anni, prima che qualcuno torni sulla questione: Giuseppe Pacella, tra gli studi di preparazione all’edizione critica che uscirà per Garzanti, dà alle stampe un articolo che, sempre su base esclusivamente tematica, fissa meglio i confini cronologici delle prime cento pagine. Sono partita da qui, ma nella convinzione che un confronto tematico non bastasse a gettare luce su pagine così complesse.
Questo lavoro ha cercato di raccogliere e mettere a sistema molteplici dati, quelli già emersi delle coincidenze tematiche e testuali, i parallelismi con le opere abbozzate, incompiute o pubblicate, le letture effimere, “di un giorno”, o quelle lunghe e lente, ma anche i dati del confronto paleografico, tenendo sempre come punto di partenza e approdo il manoscritto autografo. Connettere insieme questi elementi mi ha permesso di confermare alcune datazioni o proporne di nuove, ma credo anche che abbia contribuito meglio a fare luce sui primi anni di vita dello Zibaldone, sulle spinte che lo animano, attraversato com’è da stimoli esterni e riflessioni interne.
Nel tentare di far ciò ho indagato le cento pagine attraverso un doppio sguardo, con una prospettiva ravvicinata sul testo e sul manoscritto, tenuta insieme da una lettura ‘a distanza’.
Già il flashback sulla storia editoriale dello Zibaldone, che apre il libro, condotto ritornando alle fonti, dimostra come ci sia stato, per esempio, un momento in cui Leopardi aveva ipotizzato la pubblicazione di parte dell’«immense portefeuille», tanto da consegnarne delle carte al filologo svizzero Louis De Sinner. Si nota subito come, nell’approcciare a quest’opera, sia necessaria un’ottica policentrica, in quanto vi agiscono forze sotterranee che si agitano nel profondo e che il manoscritto, a ben guardarlo, talvolta riesce a disvelare.
È per queste ragioni che il mio studio comincia con una descrizione dell’autografo, analizzando a tappeto tutti i fenomeni che intervengono sulla pagina, le modalità di composizione, l’architettura che si regge su una costruzione di rinvii e richiami, che in queste pagine comincia a delinearsi.
Parallelamente il mio studio ha scandagliato la formazione leopardiana dalla metà del 1817 alla fine del 1819, con uno sguardo privilegiato al ruolo che ha avuto lo Zibaldone in questo percorso, mettendo i pensieri in dialogo tra loro e con l’universo leopardiano che si costruisce dalla conversione letteraria fino a quella che Leopardi chiama la «mutazione totale», avvenuta nel 1819.
Gli elementi che emergono da un’analisi così ravvicinata vengono poi messi in prospettiva, i dettagli vengono connessi. Da questo libro emergono non solo nuove proposte di datazione, ma anche un inedito sguardo sulle modalità di lavoro di Leopardi, prese in esame attraverso le autocorrezioni, il ritorno su quanto già scritto, il dialogo speciale che instaura con sé stesso e con le sue scoperte letterarie.
Tutto ciò, credo, permette di considerare le prime cento pagine sotto una luce nuova, come un laboratorio vivente e vitale, in equilibrio tra influenze endogene e spinte esogene, di cui le carte possono ancora raccontare moltissimo.
Roberta Priore svolge la sua ricerca presso l’Università di Bologna. Si occupa di filologia e letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento e di filologia digitale (VaSto Digital Edition). Si è dedicata all’opera di Giacomo Leopardi, studiando i suoi manoscritti autografi presso la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III. Ha pubblicato per Mimesis Una biografia dello Zibaldone. Le prime cento pagine (1817-1820).




