Prof.ssa Sotera Fornaro, Lei è autrice del libro Un uomo senza volto. Introduzione alla lettura di Luciano di Samosata edito da Pàtron: di quale attualità è un autore come Luciano di Samosata?
Un uomo senza volto. Introduzione alla lettura di Luciano di Samosata, Sotera FornaroIl nome di Luciano è conosciuto da coloro che hanno frequentato il liceo classico come uno degli autori dei passi scelti per gli esercizi di versione, ossia di traduzione dal greco all’italiano, per il suo greco puro, ispirato ai grandi modelli attici del V e del IV secolo a.C. Si tratta di uno dei paradossi della storia degli studi, perché il greco non fu la lingua madre di quest’autore che veniva da una lontana regione dell’Impero romano, corrispondente all’odierna Siria. Tuttavia, Luciano non è uno degli autori che più si studiano a scuola: nelle storie letterarie, il profilo delle sue opere occupa una pagina o due ed è un peccato: perché Luciano è autore di opere di intrattenimento, come di un romanzo, intitolato ironicamente Storie vere, che racconta invece episodi del tutto fantastici, di un viaggio sulla luna, ad esempio, oppure di personaggi che finiscono ingoiati nel ventre di una balena. Possiamo ancora pensare alle sue scenette ambientate nel mondo divino, che sono un vero spasso: la compagnia toscana dei Sacchi di sabbia ne ha tratto uno spettacolo, che consiglio a tutti di vedere, davvero esilarante: http://www.sacchidisabbia.com/dialoghidei.html. Quindi Luciano è sicuramente attuale come scrittore, ma c’è di più. Bisogna forse fare un discorso più ampio, che non riguarda solo Luciano, ma tutta la letteratura greca d’età imperiale, ossia prodotta sotto l’Impero romano, che resta comunque schiacciata dalla letteratura cosiddetta ‘classica’. Sappiamo – o dovremmo sapere – che il ginnasio e il liceo che noi chiamiamo classico fu inventato all’inizio dell’ ‘800 in Germania, e che contemporaneamente fu istituita a Berlino la prima cattedra universitaria di filologia classica: nei programmi costituitivi del ginnasio, la cultura e la letteratura greca considerata formativa ed esemplare era solo quella del V e del IV secolo avanti Cristo, e in questo modello storico tutta la fase post classica veniva vista come un’inesorabile decadenza. Secondo questo pregiudizio idealistico, autori come Luciano di Samosata, esemplari per l’uso della lingua greca, non lo erano dal punto di vista morale e letterario: si trattava di un autore di secondo piano, protagonista di un’epoca deteriore e per nulla originale, che copiava gli antichi modelli ma non era in grado di produrre nulla di nuovo. Per giunta su Luciano cadeva una condanna già antica, che troviamo accennata ad esempio nel lessico bizantino Suda, per cui era un eretico, un autore anticristiano. Sicuramente Luciano fu una personalità scomoda, per la sua critica feroce ai costumi del suo tempo, e per l’ironia arguta, divertente ma pericolosa, per cui metteva in discussione le autorità intellettuali del suo tempo, prendeva in giro i santoni che circolavano arringando le folle e facendo il pieno di seguaci, non risparmiava con la sua comicità neppure gli antichi dei. Luciano sembra avercela in particolare con gli arrivisti, con gli incolti che pure con le loro ricchezze acquistavano lussuose biblioteche, comprando libri di pregio che non capivano, spesso buggerati anche da antiquari che con facilità propinavano loro dei falsi. Rispetto all’autorità politica romana, sembra avere un sentimento ambivalente: da un lato, sembra non rinunciare alla libertà e soprattutto alla parrhesia, ossia al diritto di parlare liberamente, senza paura e condizionamenti. D’altro canto, sembra essere stato lui stesso vittima delle lusinghe della vicinanza ai potenti e dei vantaggi che queste amicizie potevano procurargli, e forse ebbe anche una carica amministrativa nell’ Impero. Dopo la seconda metà del ‘900 il pregiudizio classicistico nella storia degli studi si è molto attenuato: autori come Luciano, ma anche come il suo quasi contemporaneo Dione Crisostomo, in generale gli autori della tarda antichità, non sono più considerati ‘minori’, anzi, vi è stato uno straordinario incremento negli studi su di loro e sul periodo storico in generale. In particolare, oggi si può dire molto studiata una corrente intellettuale, conosciuta con il nome di ‘Seconda Sofistica’, in cui possiamo comprendere la produzione di Luciano. Questi autori erano ‘sofisti’ nel senso di ‘sapienti’, ‘secondi’ rispetto ai sofisti dell’Atene del V sec. a.C., ed esercitavano la loro attività intellettuale come oratori itineranti per tutto l’Impero; alcuni di loro insegnavano anche retorica. Si tratta di figure interessanti, che reagivano alla crisi del loro presente rifugiandosi nel passato, riesumando gli antichi maestri della filosofia antica, ma soprattutto predicando una filosofia pratica, intesa cioè come forma di vita. Costoro, come Luciano, credevano nel valore della cultura, e perciò disprezzavano le masse di incolti, che si lasciavano trascinare da spettacoli volgari oppure emozionali, nel senso deteriore del termine come le corse di cavalli, o addirittura la messa in scena del proprio suicidio, come aveva osato l’inviso Peregrino Proteo, o gli oracoli con effetti speciali, come quello messo in piedi dal truffatore Alessandro; d’altro canto, si scagliavano contro le schiere di pseudo-filosofi che circolavano nell’Impero, che dei filosofi antichi avevano solo l’aspetto, il mantelletto alla maniera di Socrate e la barba lunga, ma che non praticavano buoni costumi, né la disciplina degli studi e delle passioni. Questi uomini, come Luciano, erano professionisti della paideia, ossia dell’educazione, credevano (e non a torto) che solo la cultura potesse dare i mezzi per resistere alla corruzione, alla severità del dominio politico, pensavano che la libertà fosse caratteristica solo dell’uomo colto. La libertà di pensiero costituiva il loro vero ideale, anche perché – essendo schiavi dei dominatori romani – solo grazie a questa libertà era possibile resistere al potere, continuare a mantenere la propria autonomia, la propria capacità di giudizio. Luciano vuole trasmettere questo messaggio con i suoi discorsi, ma con levità, cioè raccontando situazioni e creando personaggi che divertono, prima ancora di insegnare qualcosa. Si, è un altro paradosso: Luciano, divenuto poi autore per la scuola, come abbiamo detto, fu un nemico giurato di tutte le scuole, insofferente dei sedicenti maestri, e perciò dubita di tutti i sapienti, guarda con scetticismo le scuole e le conventicole, mette sotto inchiesta uomini anche autorevoli e con molto seguito, specie se dichiarino di possedere la verità. Per lui la cultura è spirito critico, acutezza di sguardo, capacità di sezionare il reale, per non cadere vittima di efficaci comunicatori di fake news: c’è forse qualcosa di più attuale?

Cosa sappiamo di Luciano?
In realtà non sappiamo nulla, questo scrittore è un enigma, perciò ho dato al libro come titolo un’espressione, che mi è sembrata efficace, di un suo grande interprete, Alberto Savinio. Luciano è un uomo senza volto. Ciò che crediamo di sapere di lui, deriva dalle notizie che ricaviamo dalla sua opera, che non hanno alcun valore storico. Inoltre abbiamo a che fare con un autore straordinariamente capace di usare tutte le strategie comunicative e letterarie per creare empatia con il lettore. Così anche i discorsi in prima persona, come accade in gran parte della letteratura, non possono essere intesi come ‘autobiografici’, tutt’altro. Alla base dell’uso di queste tecniche letterarie, c’è anche un presupposto più generale, di tipo filosofico, a cui abbiamo accennato: per Luciano la ‘verità’ non esiste, ma solo le rappresentazioni della verità. È vero ciò che noi siamo indotti a credere vero, da qui la grande responsabilità dei maestri e il compito specifico della cultura nello smascherare la menzogna. Comunque, ogni volta che nelle opere di Luciano leggiamo ‘io’, non siamo autorizzati a riferire all’ ‘io’ storico di Luciano quelle asserzioni o quelle situazioni. Di storico sappiamo solo che veniva da Samosata, sull’Eufrate, nella Commagene, una regione liminare ad occidente della provincia romana della Siria; morì dopo il 180 d.C. Lo menziona Eunapio (IV-V sec. d.C.), nelle Vite dei Sofisti, viene tirato in causa nel commentario del contemporaneo Galeno alle Epidemie di Ippocrate, che possediamo solo nella traduzione araba, e infine il lessico bizantino Suda gli dedica una voce specifica. Le scarne notizie che ricaviamo da queste testimonianze derivano però tutte dagli scritti traditi sotto il suo nome. Così in Eunapio emerge la sua tendenza a essere raramente serio e a indurre al riso il proprio pubblico; nella Suda, invece, gli si rimprovera pesantemente la rabbia con la quale mordeva ogni cosa, anche la verità cristiana, al punto da meritarsi la maledizione di ardere nel fuoco eterno con Satana. Il lessico bizantino accenna inoltre alla leggenda per la quale Luciano morì sbranato da cani, una specie di contrappasso per colui che come un cane aveva morso tutti, con un’allusione, forse, anche al fatto ch’egli non avesse risparmiato i cinici, ossia quella scuola che derivava il nome dal ‘cane’. Significativa per la storia della cultura dell’età imperiale risulta la notazione di Galeno, che lo ricorda come un abile falsario, specificamente di sentenze eraclitee, e che in effetti trova conferma negli scritti del corpus lucianeo, dove si usa spesso con perizia il lessico tecnico delle scuole filosofiche e in generale nella sua abilità di falsificare il discorso letterario, con un uso costante dell’allusione letteraria e filosofica, che però rovescia e spesso parodizza i testi originari. Il nome ‘Luciano’, del resto, non ci dà indicazioni, poiché si tratta di un nome romano per un autore che scrive in greco e che ama presentarsi spesso come barbaro e straniero. Luciano, chiunque si nasconda dietro questo nome, volle consapevolmente celarsi dietro le sue opere e non dire niente di preciso su sé stesso. Nella tradizione dei suoi Opuscoli, il primo è un opuscolo con il titolo ‘Il Sogno o la vita di Luciano’. Lì si racconta come Luciano, da bambino, fosse stato destinato dal padre a diventare scultore: ma lui fu conquistato, invece, dalla cultura, ossia dagli studi, e lasciò quell’arte manuale. Personalmente, credo che qui Luciano stia ironizzando, come è solito: innanzitutto prende un giro un grande modello, Socrate, che sappiamo essere stato figlio di scultore e lui stesso scultore da giovane. Ma soprattutto la ‘conversione’ del protagonista agli studi avviene in una sola notte, in sogno: Luciano qui prende in giro coloro che credono che dedicarsi agli studi sia un sogno, che costi poca fatica, e che studiare garantisca successo e fama, senza alcun sacrificio. Si sbaglia, dunque, a pensare che l’opuscolo racconti un episodio reale dell’infanzia dell’autore.

Su Luciano l’antichità ha steso il silenzio: quali giudizi sono stati espressi nei secoli su di lui?
I motivi del silenzio dei contemporanei su Luciano possono essere vari: si tratta di un autore acre contro tutti gli intellettuali della sua età, poco disposto agli elogi, poco disposto a prestarsi a quelle forme di spettacolarizzazione a cui si prestavano invece i suoi contemporanei. Non sembra nemmeno essere stato molto vicino ai potenti, insomma non fu un intellettuale integrato. Inoltre la sua produzione si caratterizza per varietà e polimorfia: Luciano scrive dei trattati di estetica, ma anche degli sketch o dei dialoghi di tipo morale, dei romanzi e delle satire. Suggerisce che la sua opera è come un ‘ippocentauro’, un essere cioè misto, perciò strano e mostruoso, che però proprio per questa sua originalità sconcerta, diverte, attrae. Dunque, da quel che sappiamo da queste testimonianze interne, la ricezione dei discorsi e degli scritti di Luciano non fu facile e non fu poco problematica. Ma anche questa potrebbe essere una posa: almeno sin da Aristofane, uno dei modelli privilegiati da Luciano, gli autori si lamentano di non essere compresi dal proprio pubblico, a cui invece offrono prelibatezze. Dunque, il silenzio potrebbe essere frutto di incomprensione. Si sbaglierebbe però a pensare che Luciano sia stato un autore dimenticato nei secoli: è vero che nella tarda antichità abbiamo su di lui uno scarso numero di testimonianze (Lattanzio, Eunapio, Isidoro di Pelusio), o di autori che sembrano tradirne l’influenza: gli epistolografi Alcifrone ed Aristeneto, i romanzieri Longo ed Achille Tazio, l’epigrammatista Pallada, forse Libanio e Giuliano imperatore. Una parafrasi in lingua siriaca del Sulla calunnia, redatta nel VI sec. da un certo Sergio Resainita (morto nel 536), e conservata nel codice Brit. Mus. Syr. 1003 (VIII-IX sec.), può forse indicare che la sua opera continuò a circolare nella sua patria d’origine anche nei secoli successivi. Fu riscoperto con la cosiddetta rinascita bizantina: il patriarca Fozio lo aveva nella sua biblioteca; Leone Magistro (IX-X sec.) scriveva epigrammi su di lui e Giovanni Georgides (dopo il IX sec.) ne includeva citazioni nella sua raccolta di massime. L’interesse esegetico produsse un compendio degli scoli di Areta che ebbe una tradizione indipendente e al X sec. risalgono i codici più antichi. Michele Psello (XI sec.) ne raccomanda la lettura, accanto ad Achille Tazio, Eliodoro e Filostrato. Giovanni Tzetzes (XII sec.) lo cita frequentemente nelle Chiliadi e Tommaso Magistro vi attinge per la sua Scelta di nomi e verbi attici. Certo, alcuni dialoghi, più filosofici nei contenuti, erano letti più degli altri. In alcuni ambienti (Fozio, Areta) era considerato un anti-cristiano, ma la popolarità di Luciano restò ininterrotta sino alla caduta di Costantinopoli, come mostrano parafrasi poetiche e rielaborazioni di alcune sue opere tra gli autori bizantini. La più frequente forma di imitazione è il dialogo ambientato nell’oltretomba, come il Timarion (forse XII sec.), che si trova alla fine del corpus lucianeo nel Vat. Gr. 90 e il Mazaris (scritto intorno al 1416-1417). Luciano ebbe influenza sulla poesia italo-bizantina dei secoli XII-XIII (Eugenio da Palermo, Nettario, Nicola di Otranto, Giorgio di Gallipoli). Le più antiche traduzioni latine si collocano invece nei primi anni del Quattrocento. Importato direttamente da Bisanzio, Luciano fu tra i primi autori ad essere impiegato nell’insegnamento del greco. Numerose, dunque, le traduzioni latine, di nomi illustri, come Guarino da Verona e Poggio Bracciolini, o anonime. Tuttavia non tutto il corpus di Luciano fu tenuto in considerazione, ma soprattutto gli scritti spiccatamente retorici e quelli più moraleggianti, senza subire censure dalla Chiesa. Anzi, alcuni dialoghi di Luciano furono portati in scena con intendimenti pedagogici in scuole e collegi. La prima rappresentazione di cui si ha sicuramente notizia è quella del venticinquesimo dei Dialoghi dei morti, data a Napoli nel dicembre 1441 in onore del re Renato d’Angiò. La più famosa di queste drammatizzazioni fu quella che Matteo Maria Boiardo, lavorando sulla versione italiana di Niccolò da Lonigo, fece in terzine del Timon (1490-1491 circa;). Un altro capitolo è costituito dall’immensa fortuna di Luciano nelle arti figurative: la Calunnia di Apelle, ossia l’ekphrasis che si trova nel Sulla calunnia, a cui Leon Battista Alberti dette un rilievo paradigmatico nel De pictura (1435), determinò la grande fortuna del tema nell’arte rinascimentale, Botticelli e Mantegna in primis. Anche le nozze di Alessandro e Rossane e l’Eracle gallico, due opere d’arte descritte da Luciano, furono temi diffusi nell’arte rinascimentale. L’imitazione di Luciano satirico divenne una vera e propria moda a partire dal XV secolo, cioè dalla complessa imitazione che nel Momus (intorno al 1450) ne dà Leon Battista Alberti, e poi immediatamente dopo l’editio princeps (Firenze 1496). La fortuna letteraria di Luciano nel 1500 è stata forse senza paralleli nella storia letteraria. Non sconosciuto agli umanisti tedeschi (da Rudolph Agricola a Johannes Reuchlin a Johann Sieder) furono soprattutto le traduzioni di Erasmo da Rotterdam (1506) a diffondere la conoscenza di Luciano, insieme ad altre sue opere modellate appunto sullo scrittore di Samosata (soprattutto l’ Elogio della follia e molti dei Colloquia familiaria). D’altro canto, gli intellettuali che si occuparono di Luciano erano amici o corrispondenti di Erasmus, e quindi generalmente inclini alla riforma religiosa, e le prefazioni a scritti di Luciano, come quelle di Willibald Pirkheimer, servirono per prendere posizione in controversie accademiche e teologiche. Così tutta l’opera di Luciano fu sentita come potenzialmente pericolosa contro ogni forma di religione rivelata, e perciò messa al bando dall’Indice Romano nel 1590. Ma anche Lutero si era espresso severamente nei confronti di Luciano. Ciononostante, dopo Platone e Plutarco, Luciano restò l’autore greco più noto e frequentato della prima metà del Cinquecento. Continuano anche gli adattamenti teatrali, soprattutto del Timone (incerta una sua possibile influenza sul Timone di Atene di Shakespeare). Nel XVI sec. il dialogo satirico su modello di Luciano ebbe molta diffusione, soprattutto come strumento di propaganda antiromana, in Germania (Ulrich von Hutten, ‘der deutsche Lukian’), Francia (Bonaventure Des Périers), Spagna (Alfonso de Valdés, Bartolomé Leonardo de Argensola). Fénelon e George Lyttleton usarono i loro Dialoghi dei morti (rispettivamente 1712 e 1760) come strumento di critica delle convenzioni morali, religiose e sociali. Il genere del dialogo lucianeo fu praticato da Boileau, Fontenelle, Voltaire, specie nel suo dialogo ‘multiculturale’ tra Luciano, Erasmo e Rabelais (1725). La ricezione del dialogo lucianeo satirico-filosofico, invece, raggiunge nel XVIII sec. il culmine in Francia con Denis Diderot e in Germania con Christoph Martin Wieland, il primo traduttore tedesco di tutti gli scritti di Luciano (1788-1789) ed autore lui stesso di numerose opere ‘lucianee’. Dopo la Rivoluzione, il dialogo lucianeo fu soppiantato da forme di discorso più scientifiche e sistematiche: ma la tradizione lucianea sopravvive in Giacomo Leopardi (a Luciano sono ispirate alcune tra le Operette morali) e più tardi nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese (1947). I riflessi della satira lucianea in tempi più recenti attendono, d’altro canto, di essere studiati: ad esempio nell’attualizzazione del poeta espressionista Albert Ehrenstein (Milesische Märchen, 1918, 1925 seconda edizione), dove l’autore antico serve da Identifikationsfigur al poeta e come modello per la satira sociale e la distruzione dei valori e delle norme tradizionali; o nella satira di Kurt Tucholsky (1890-1934), autore – sempre nel 1918 – di una poesia rivolta a Luciano, in cui identifica il rappresentante massimo dell’ illuminismo razionalista e della libertà di parola; o nel ‘riso che morde il potere’ dell’ultimo romanzo, Petrolio, di Pier Paolo Pasolini. Oltre al dialogo, Luciano ha influenzato in maniera decisiva il genere del ‘viaggio immaginario’ (da Tommaso Moro a Rabelais a Cyrano a Swift a Jules Verne), e Bachtin ne fa (a ragione) l’archegeta del romanzo moderno.

In che modo i discorsi e i dialoghi di Luciano ci offrono ancora oggi materiale di riflessione?
Nella premessa al mio libro, mi faccio scudo, per così dire, di tre grandi nomi di intellettuali del secolo scorso: Alberto Savinio, Leonardo Sciascia, Pier Paolo Pasolini. Tutti e tre hanno trovato in Luciano di Samosata materiale di riflessione, da diversi punti di vista. Il primo, il più simpatetico con l’autore antico, vi ritrovò la fantasia creatrice che sa trasformare la realtà e renderla accettabile, l’orgoglio e la dignità dell’artista che proprio attraverso l’arte riesce a porre un argine alla realtà e alle sue brutture e storture e si rifugia in un mondo tutto suo; il secondo vi ritrovò la libertà di pensiero, quella che non si rende succube delle fedi o delle religioni, nonché delle scuole filosofiche, e anche erge a propria religione la ragione e ha fede solo nella razionalità del mondo: anche in questo caso, la fede nella ragione rappresenta uno strumento di resistenza rispetto ai fenomeni irrazionali del mondo. Pasolini, infine, in un certo senso si identificò con lo scrittore di Samosata, in quanto scrittore della crisi e della consapevolezza che il passato era ormai morto, senza poter per questo capire quale fosse la direzione del futuro. Pasolini vide in Luciano un nostalgico del tempo che fu, di una cultura, quella greca antica classica e pagana, ormai alla fine, dunque un uomo che avrebbe voluto tornare indietro, ma che – consapevole di non poterlo fare – si struggeva nella malinconia del presente. Per Luciano, il mondo è un gran teatro, in cui ognuno deve recitare una parte che gli è imposta dal caso, e non è detto che questa rimanga fissa per tutta la durata della vita: il ricco può diventare povero, il potente può diventare debole, il bello può essere sconfitto dalla malattia. Gli uomini sono delle comparse effimere, in cui forse qualcuno può spiccare tra gli altri per la sua bravura attoriale, ma tutto è in fin dei conti vanità, ed il grande mistero della morte oscura tutte le ambizioni e i sogni umani. Luciano, dunque, è un autore che diverte, come ho detto, ma contemporaneamente fa pensare, in particolare nei momenti di passaggio storici, in presenza di avvenimenti tragici che hanno il valore di cesura: quando è scoppiata la pandemia, avevo da tempo finito di scrivere il libro, che è uscito proprio nei mesi del lockdown. Ma se lo scrivessi adesso, lo riscriverei in maniera assai diversa proprio perché quello che è successo e che sta succedendo mi avrebbero suggerito ancora nuove maniere di leggere un’opera così varia come quella di Luciano.

Quali temi caratterizzano l’opera di Luciano?
Come ho detto, Luciano è autore estremamente vario, nei temi, nei generi, nelle strategie comunicative. Nel mio libro tento di dare un’introduzione generale alle sue opere, riassumendole ed enucleandole i temi principali. Spero di essere stata utile in questo, di aver suscitato la curiosità di andare a leggere gli originali. In Italia, abbiamo una vera e propria scuola di ‘lucianei’, per così dire, in cui giungo davvero ultima, e per comprendere Luciano bisogna leggere i libri di Alberto Camerotto e i suoi commenti. Ma Luciano offre ancora tantissimo materiale per tesi di laurea e di dottorato, perché non è facile commentarlo, e attraverso l’arte minuziosa del commento si arriva alla ricostruzione di un mondo. Ho cercato di dividere il libro in capitoli che potessero riassumere i temi della sua opera: la falsa autobiografia, con la creazione di altrettanti ‘alter ego’, personaggi che sembrano parlare a nome dell’autore; la polemica contro i filosofi e le scuole filosofiche; la critica d’arte, sia dell’arte figurativa che delle altre arti non verbali: sotto il nome di Luciano abbiamo l’unico trattato superstite sull’arte performativa più diffusa in età imperiale, la pantomima, che tanto ha da dirci non solo storicamente ma anche sulle tecniche attuali della performance e che andrebbe ristudiato proprio alla luce dei grandi progressi degli studi performativi. Ma Luciano sa dirci molto sul rapporto tra parola e arte figurativa, sull’espressione delle emozioni nell’arte, sulle percezioni. Poi non bisogna dimenticare l’arte del dialogo e la satira specificamente menippea, oltre alle sue riflessioni sulla storiografia contemporanea (anche queste segnate dall’ironia) e sull’arte del racconto in generale e sulla letteratura. Nonché il suo nuovo uso di forme scolastiche di retorica, come la prolalia, ossia i discorsi introduttivi ad altri discorsi, e la polemica acerba contro i dotti che vanno a servizio dei potenti, oppure i saccenti che si spacciano per esperti grammatici. Questi sono solo alcuni temi, e tutti si possono condensare, ancora una volta, nell’invito ad essere liberi, nella vita, nel giudizio, nelle scelte e a conquistarsi questa libertà attraverso la cultura e gli studi. Ma il tema forse unico di Luciano è l’uomo, osservato in tutte la sua fenomenologia, e la vita. Luciano scrive come un unico libro, che è il libro della vita.

In cosa consiste la straordinarietà di Luciano di Samosata?
Non so cosa lei intenda per ‘straordinarietà’. Sinora ho cercato di dire perché vale la pena di leggere Luciano, e perché questo autore dovrebbe avere un posto importante per chi studia letteratura e cultura greca. Come ho detto è stato considerato straordinario ed esemplare per molti secoli; non bisogna però tacere che all’inizio del Novecento fu considerato niente più che un ‘giornalista’ del mondo antico, e addirittura, visto che non era greco, fu vittima di pregiudizi razzisti. Penso che sia stato Carlo Gallavotti, in un libro del 1932 (si faccia attenzione alla data!) intitolato L’evoluzione artistica e spirituale di Luciano a riabilitarlo per la prima volta dal disprezzo anticlassicista o di altro genere. Le opere di Luciano non sfuggono al destino che caratterizza anche gli altri autori greci e latini: ogni epoca li legge riflettendo sui loro testi le proprie esigenze, aspettative, bisogni. È questo, del resto, il nocciolo dell’essere un classico. E come scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1974, «non conosco classico più classico di questo classico seriore, minore e manierista».

Sotera Fornaro è professoressa di Letteratura greca e Letterature comparate presso l’Università degli Studi di Sassari

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