“Un re non muore. Corso letterario di scacchi” di Ivano Porpora

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Dott. Ivano Porpora, Lei è autore del libro Un re non muore. Corso letterario di scacchi edito da UTET; un inno all’amore per quello che definire «gioco» è certamente riduttivo: cosa sono gli scacchi?
Un re non muore. Corso letterario di scacchi, Ivano PorporaPiù che un inno all’amore, è una sorta di riflessione lunghissima che parte dalla domanda: perché mi piacciono gli scacchi? Detta così potrebbe risuonare come una domanda strana: perché mi piace la cioccolata? Perché è buona, libera le endorfine, eccetera. Ma gli scacchi non sono solo una passione come tante – né credo sostanzialmente che esistano, le “passioni come tante”: credo esistano modi noiosi per percepire le passioni altrui -, ma fanno scaturire una serie di riflessioni esistenziali, filosofiche, spirituali, personali che a un certo punto mi fanno credere che siano una sorta di fisica della vita, o di arte della vita: è un gioco che è apparentemente esterno alla vita, ma la definisce, in qualche modo la illustra.

Provo a spiegarmi. Negli scacchi ci sono pochissime regole: riguardano sostanzialmente la conformazione della scacchiera, il movimento dei pezzi, il concetto di vittoria, patta o sconfitta, l’andamento della partita e il comportamento mentre si gioca. Ma già il motto della Federazione Internazionale, Gens una sumus, riassume alla perfezione un elemento che gli scacchisti tutti si riconoscono: siamo una sola gente. In positivo e in negativo. E da qui, e da quelle regole, sgorga l’insieme di riflessioni che ho voluto mettere al centro del mio saggio sui generis: quando, nella vita, hai l’opportunità di avere di fronte a te un avversario e di giocare – chiunque egli sia – a mosse alterne, prima io, poi te? Che sia Kasparov o un principiante totale, negli scacchi muoverai prima tu, poi l’avversario, poi tu. E che cos’è il Destino? Come lavora il Destino alla scacchiera? Perché è importante capire che il Destino e il Caso sono sostanzialmente opposti tra di loro? E ancora: dove si gioca, esattamente, una partita, e perché una foto celeberrima di Duchamp e Dalì che giocano può spiegare perfettamente questo concetto? E ancora: cos’è il genio?

Spoiler: il genio non infrange le regole, ma lavora, ridefinisce e sfrutta le regole percepite.

Ecco. Questo sono gli scacchi, a partire dalla leggenda che li ha partoriti, quella famosa del chicco di grano sulla prima casa, e giungendo per varianti linguistiche assolutamente affascinanti a noi. E sono convinto che tutte le volte che giochi a scacchi, sempre, puoi ignorare questi elementi: ma loro non ignorano te.

«Io non amo gli scacchi: io penso come gli scacchi»: da cosa nasce la passione scacchistica?
Dal bisogno di salvarmi. Ho sempre avuto bisogno di salvarmi, e per me salvarmi significa capire. Dove non capisco una cosa, o mi ci abbandono, come l’amore, o perdo. Questo ti porta ad acuire i tuoi sensi, a cercare spiragli, appigli, punte di salvezza. Perdere una partita non significa solo accettare che il tuo avversario è stato migliore di te – un vecchio detto dice “Vince chi fa il penultimo errore” -, ma che in qualche modo ti sei sconfitto da solo. Per questo la passione nasce da una sconfitta, sempre. Ed è un pensiero gioioso: quando si prega ci si inginocchia, ed è un punto di onore, non di svilimento; e anche quando insegno scrittura spiego ai miei allievi che l’errore è il solo punto su cui intrecciare i propri ragionamenti per migliorare: uno scritto inattaccabile è uno scritto impermeabile.

Poi, se invece la domanda riguarda il mio passato, allora andiamo a quando guardai la scacchiera, oggetto denso per eccellenza, e me ne innamorai. I miei genitori regalarono una scacchiera a me e mio fratello, di legno, bellissima; giocavamo, e quando vinceva lui celebrava, quando vincevo io mi mandava i pezzi all’aria.

Ora però sono più forte io.

Gli scacchi rappresentano una metafora proteiforme: quali parallelismi tracciano con la vita?
Mi pare fosse stato Deleuze, ma non ci giurerei, a dire che il montaggio è una lingua e il cinema non è come la vita: è la vita. Allo stesso modo gli scacchi non sono esattamente un linguaggio simbolico per afferrare la realtà, ma sono una proiezione della realtà in pochi elementi limitati su sessantaquattro case, bianche e nere. Nel libro osservo tutti i pezzi; ma guarda per esempio i soli pedoni. A volte, come nei libri di Lewis Carroll, vengono tradotti in italiano come [pedine]; ma la pedina della dama va a sinistra e a destra in diagonale, può scegliere, è indifferenziata rispetto alle altre, e quando va a dama non si differenzia in maniera evidente dal suo passato: ci metti un’altra pedina su, e in quelle due pedine impilate, se ci pensi, riconosci una dama che è stata pedina. Negli scacchi questo, semplicemente, non accade. Il pedone della colonna a – la prima, a sinistra – è già, per un giocatore, diverso dal pedone della colonna e – la quinta, al centro: quest’ultimo potrà giocare al centro, e facilmente convoglierà il senso del gioco, mentre l’altro lavorerà sulle ali, ai lati. Non ha grandi scelte, un pedone: può muovere solo in avanti, di due se vuole alla prima sua mossa, poi solo di uno. Quando mangia sì, può scegliere se farlo diagonalmente di uno, a destra o sinistra; ma sempre in avanti. Un motto in inglese sull’irrevocabilità delle scelte – nella vita – dice Pawns can’t move backwards: i pedoni non tornano indietro. Ma lo guardi sulla scacchiera, e mentre nella dama una pedina è uguale a tutte le altre, un pedone è diverso dal cavallo, dall’alfiere, dal re. E infine, magia: promuove, e diventa altro. Una Donna che proviene da un pedone promosso non la distingui in nulla da una Donna non promossa. È un evento talmente simbolico che nel 1475 ci fu chi si oppose alla promozione a Donna: averne due sulla scacchiera avrebbe in qualche modo giustificato moralmente il concubinato…

E a questo punto, e dopo questa lunga introduzione concludo: nella vita puoi essere cavallo, Donna o anche pedone. Ma poi, quando tutto cambia, sei altro, sei diverso; e un operaio non ha forse il diritto di esserlo, Donna? Se pensi alla poesia ‘A livella, di Totò, questo dice.

Re, regina, torre, cavallo, alfiere, pedoni che, come diceva «Philidor – probabilmente il miglior giocatore al mondo nel Settecento – sono l’anima degli scacchi»: quali simbologie animano i pezzi degli scacchi?
Qui la risposta chiederebbe un altro libro, o un capitolo di questo. Le simbologie sono tante. Ne prendo solo una, che mi incuriosisce parecchio. L’alfiere gioca solo in diagonale. Vuol dire che l’alfiere ha una potenza di fuoco notevole, ma, per dire, gioca a metà scacchiera: quello che parte dalla casa nera resterà sempre sulle case nere (è facile, guardando una scacchiera, vedere che se ti muovi in diagonale resti su case dello stesso colore). E quello che parte dalla casa bianca resterà sempre sulle case bianche. Sai come si chiama, l’alfiere, in Francia? Le fou. [Le fou] vuol dire, testualmente, il folle o il giullare – come da noi [torto] può significare rigirato su se stesso o azione ingiusta.

Ecco: le fou in arabo è fīl, l’elefante, in danese è il corridore, in inglese il vescovo. La mia domanda è: stiamo davvero giocando allo stesso gioco? Un inglese e un francese stanno mettendo in campo gli stessi pezzi, sì, ma giocano la medesima partita?

Nella sesta partita tra Fischer e Spasskij, nel match di Reykjavík del 1972, Spasskij, vinto e superato, si alzò in piedi ad applaudire l’avversario: di cosa è fatta «l’arte delle sessantaquattro case»?
Di mille cose, ma me ne piace citare una: il rispetto. Negli scacchi c’è e si insegna il rispetto. Ogni partita inizia stringendosi la mano e augurandosi buon gioco, se tocchi un pezzo per metterlo a posto sulla sua casa (perché magari ti dà fastidio come è girato, o perché non è perfettamente centrato) dici Acconcio; rispetti il silenzio per il tuo avversario e per gli altri giocatori; e quando perdi stringi la mano dell’avversario e dici Abbandono.

Poi nel mezzo c’è la guerra, l’arte, la performance, la bellezza, l’errore marchiano, la devastazione, l’assalto, le lunghe manovre, e il silenzio – che prende tutto e tutto illumina; ma ogni partita si gioca sotto l’insegna del rispetto.

Gli scacchi offrono possibilità infinite, le «possibilità combinatorie», che già dopo poche mosse danno vita a migliaia di alternative: negli scacchi, come nella vita, c’è sempre una sola mossa giusta?
Questo è un – altro – argomento che ho molto a cuore. Negli scacchi non c’è una sola mossa giusta. C’è a volte, la sola mossa giusta, come nella vita; ma spesso, come nella vita, quando hai una sola mossa giusta è perché le altre te le sei tagliate via alcune mosse fa. Il mio maestro dice: quando hai trovato la mossa giusta, cercane un’altra; e quando hai trovato la seconda, cerca la terza. E poi analizzale tutte e tre. Questo lo insegno in scrittura, ne parlo ai miei nipoti e alle persone che amo: quando pensi di avere una sola mossa, spesso, ce ne sono altre due; e la terza indica la via della libertà, dove esplode la bellezza.

Ivano Porpora è nato nel 1976 a Viadana. Ha pubblicato i romanzi La conservazione metodica del dolore (Einaudi, 2012), Nudi come siamo stati (Marsilio, 2017) e L’Argentino (Marsilio, 2018). È direttore della scuola di scrittura Penelope Story Lab

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