Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta, Simona ColariziProf.ssa Simona Colarizi, Lei è autrice del libro Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta edito da Laterza: a distanza di mezzo secolo, quale bilancio storiografico si può tracciare degli anni Sessanta e Settanta per la storia del nostro Paese?
Si è ormai sedimentata una ricca storiografica su questi vent’anni della storia repubblicana anche se non si può sostenere si sia arrivati a un’interpretazione largamente condivisa; ed è un segnale positivo non solo perché spesso le interpretazioni condivise finiscono col passare del tempo per lasciare in un cono d’ombra snodi storici fondamentali nella vita del paese su cui non si accende più il faro del dibattito, elemento vitale per il progresso delle conoscenze. Al contrario proprio il confronto che continua tra gli studiosi marca appunto l’importanza di questi anni ancora al centro dell’attenzione, malgrado sia passato mezzo secolo. Una parte del dibattito tra gli storici ruota intorno al problema della crescita generale dell’Italia innescata dal boom economico alla fine dei Cinquanta sulle cui conseguenze in ogni campo economico, sociale, civile e valoriale c’è un generico accordo, anche se poi ci si divide sull’accentuazione dei lati positivi o negativi di una trasformazione così profonda e accelerata. Un altro punto assai più controverso del dibattito sta nell’analisi e nella valutazione delle risposte offerte dalla classe politica, vale a dire sull’efficacia delle riforme. Valutazione che incidono sulla successiva questione, cioè il significato da attribuire alla contestazione studentesca e operaia di fine anni Sessanta. La gran parte delle analisi, in estrema sintesi – e sono ben conscia di radicalizzare posizioni in realtà assai meno assertive – oscilla tra la celebrazione e la demonizzazione di questa straordinaria mobilitazione, per alcuni seme avvelenato degli anni di piombo, per altri alla base della grande maturazione democratica e civile dell’Italia. Il che però apre a mio avviso una questione di periodizzazione che ho proposto come dirimente in questo mio libro.

Gli anni Sessanta sono stati gli anni del boom economico: come è cambiata la società italiana in quegli anni?
La seconda domanda che mi ponete riporta appunto a questa periodizzazione. E consentitemi di unire la domanda due con la tre. A mio avviso i Sessanta e i Settanta non si possono leggere come due decenni separati dalla cesura del 1968: il primo decennio marcato dal boom economico con le trasformazioni e le riforme; il secondo letto come gli “anni del disordine”, della contestazione, ma anche delle stragi nere, del terrorismo, della mafia. Questi venti anni hanno invece una continuità evidente che porta a una lettura unitaria dell’intero periodo, un intero ventennio dal 1958 circa (data di inizio di un boom di cui naturalmente le premesse erano state già gettate) fino al 1978, circa, (assassinio di Moro, crisi economica, crisi dei partiti). Fino al 1978 pur scontando le nuvole sempre più nere sull’economia italiana e mondiale, la maggioranza della popolazione non ha ancora una netta percezione che sia finita l’età dell’oro. E le percezioni contavano ieri quanto contano oggi: vale a dire che la divaricazione tra la realtà e come questa realtà sia percepita ha un peso non indifferente. Certo i cittadini si allarmano al momento della crisi petrolifera del 1973 e nel 1976 quando la disoccupazione comincia a mordere le fasce giovanili, mentre alla stessa data l’inflazione è ormai entrata in una spirale di crescita irrefrenabile. Eppure quella cesura che gli studiosi individuano già all’inizio dei Settanta nella fine dell’età dell’oro, nella crisi monetaria internazionale e nel rallentamento dell’economia, non è ancora percepita perché i salari continuano a crescere, i consumi si espandono, diritti civili, libertà, provvidenze e tutele aumentano negli anni Settanta assai più che nei Sessanta. In questo scenario il 1968 (anno degli studenti) e il 1969 (autunno caldo) non marcano una rottura, cioè un evento che divide un prima da un dopo. Sono due eventi in un continuum storico con le manifestazioni operaie che dai primi anni Settanta mettono a rumore le piazze (piazza Statuto a Torino è del 1962) e con le occupazioni delle università iniziate anch’esse tra il 1962 e 1963. Il Sessantotto-Sessantanove è solo una punta nella spirale conflittuale che continua nei Settanta e si salda alla contemporanea mobilitazione di un’intera società civile la cui origine sta proprio nei movimenti già in atto nel paese fin dai primi anni Sessanta. Mi piace usare la metafora dei corridori che si passano il testimone: i giovani operai studenti borghesi che si mobilitano nei primi anni sessanta trasmettono parole d’ordine, valori e voglia di modernizzare il paese ai fratelli minori e così via per le generazioni successive.

Gli anni Settanta sono ricordati come gli anni della lotta armata, «anni di piombo»: sono stati solo questo?
Ovviamente non è possibile sottovalutare gli anni di piombo che sono contemporanei a quelli della crescita civile e democratica di questo ventennio. Del resto anche gli estremismi nero e rosso esplosi nei Settanta hanno le loro radici nei Sessanta: gli uni sono reazioni e resistenze sempre più violente alle trasformazioni democratiche in atto. Si veda il caso Sifar, ma anche la mobilitazione degli studenti neo fascisti all’assalto delle università occupate dagli studenti della sinistra; gli altri risalgono alla fiammata di ideologie rivoluzionarie, già accesa nei Sessanta all’interno delle fabbriche dove le teorizzazioni degli operaisti venivano lette in chiave di contestazione ai sindacati e facevano da base culturale alla nascita dei CUB (Comitati unitari di base operai- studenti). Ideologie rivoluzionarie del passato rinnovate nei nuovi miti terzamondisti del presente erano diffuse tra gli studenti già nelle prime occupazioni (Pisa, in particolare) e poi nei gruppuscoli extraparlamentari nati nel Sessantotto – tutti con denominazioni operaie (Potere operaio, Avanguardia operaia, ecc.). La loro minorità nel mare della mobilitazione – certificata del resto anche dagli ininfluenti risultati elettorali del 1972 – non diminuisce la loro incisività nell’intera vicenda degli anni Settanta, proprio perché da queste fasce di estrema sinistra provengono i militanti del terrore rosso mentre molti giovani neo fascisti fanno da manovalanza allo stragismo nero.

Quali importanti riforme segnano la società italiana negli anni Sessanta e Settanta?
Gran parte delle riforme, alcune approvate, alcune impostate negli anni Sessanta sono poi riviste e perfezionate nei Settanta che pure è una ricca stagione di riforme: si va dalla riforma della scuola, fiore all’occhiello del primissimo centrosinistra del 1962-1963, alla riforma urbanistica non approvata nel 1963 ma ripresentata e infine parzialmente ridisegnata alla fine dei Settanta; così come la riforma dei manicomi impostata da Basaglia nel 1968 e poi perfezionata e tutte le riforme sociali varate tra i Sessanta e i Settanta: pensioni, sanità, istruzione (asili nido, scuola materna), dallo allo Statuto dei lavoratori (1970), al divorzio (1970 confermato dal referendum del 1975) alle Regioni (1970), al voto ai diciottenni (1974-75), al finanziamento pubblico ai partiti (1974), al nuovo diritto di famiglia, al nuovo codice penale, alla liberalizzazione dell’etere, alla riforma della Rai (1975), all’aborto (1978). E sicuramente dall’elenco ne mancano molte. Una stagione riformatrice che nel complesso riesce a chiudere i conti con il passato fascista che malgrado la repubblica e la costituzione democratica per troppi anni aveva continuato a permeare la società italiana con una legislazione e con norme morali di cui i cittadini italiani si liberano solo nei Sessanta- Settanta.

Qual è l’eredità degli anni Sessanta e Settanta in Italia?
L’Italia subisce un cambiamento irreversibile. Si potrebbe addirittura dire che questi anni segnano il passaggio del paese nel mondo moderno, nell’Europa occidentale e in genere nell’Occidente avanzato e non solo perché l’Italia entra a pieno titolo tra le più grandi potenze industriali del mondo. Conta anche il progressivo processo di omologazione nei valori, nei comportamenti, nelle mentalità e negli immaginari già evidente nei giovani del Sessantotto e poi diffuso in tutta la società sempre più secolarizzata. Bisogna rileggere la storia degli anni Cinquanta per capire la portata della trasformazione il cui esempio più clamoroso riguarda l’universo femminile. Del resto numerosi studiosi considerano il movimento femminista come la sola reale rivoluzione del Sessantotto. Una riflessione più che condivisibile e non solo per quanto riguarda il problema dell’eguaglianza (il cui percorso è per molti aspetti ancora da compiere), ma per il vero e proprio sconvolgimento nei rapporti uomo-donna. Divorzio e aborto sono solo la punta dell’iceberg che viene aggredito ancor più nel profondo dal nuovo diritto di famiglia e dallo smantellamento del codice Rocco (le pratiche contraccettive e l’aborto come delitto contro la stirpe) e delle pratiche giuridiche che finivano con l’assolvere gli stupratori (matrimonio riparatore) e gli assassini (delitto d’onore), per non parlare delle norme sui figli illegittimi e sugli adulteri che negli anni Cinquanta erano costate il carcere alle colpevoli – alla moglie colpevole non al marito fedifrago. Naturalmente non si torna indietro sui diritti acquisiti dai lavoratori, né su quel cambiamento di mentalità, di costumi e di linguaggi che proprio la componente giovanile – essenziale per capire quanto accade in questo ventennio – marca anche gli anni futuri. Il tramonto delle ideologie totalizzanti e il declino della fede religiosa (a parte le fiammate ideologiche delle minoranze violente) consegna al futuro un’intera generazione assai più svincolata dalle appartenenze partitiche e assai più lucida nel cogliere gli elementi di degrado di un sistema politico bloccato da troppo tempo. Da qui anche i primi segni di un declino dei partiti che si andrà approfondendo negli Ottanta fino al crollo della prima Repubblica nel 1992-1994. Così come i primi segni di un’intera epoca storica che si viene chiudendo in tutto il mondo alla fine dei Settanta, sono rintracciabili già nei movimenti di questo ventennio. Va ricordato che già nel 1976-78 negli Stati Uniti la riflessione sulla stagione movimentista appena trascorsa aveva portato osservatori politici e studiosi a definire i Settanta «il decennio dell’io» (Wolf, 1976) oppure gli anni in cui aveva prevalso «La democrazia del narcisismo» (Lasch, 1979), in sostanza una stagione in cui pur nell’apparente trionfo dell’azione collettiva, erano diventati centrali i valori individuali destinati poi a segnare la società degli Ottanta e oltre.