Professor Losurdo, la Sua ultima fatica, appena uscita per i tipi di Carocci, si intitola Un mondo senza guerre: è possibile un mondo senza guerre?
Un mondo senza guerre di Domenico LosurdoIl mio libro è anche la descrizione del fallimento dei diversi progetti di realizzazione di un mondo senza guerre che storicamente si sono succeduti. Pur accomunati dal fallimento, questi progetti non possono essere messi sullo stesso piano. Storicamente, la «pace perpetua» è stata invocata abbracciando l‘umanità nel suo complesso oppure con lo sguardo rivolto solo ai popoli «civili», escludendo quindi i popoli coloniali nei confronti dei quali erano giustificate la conquista, l’assoggettamento, la schiavizzazione, le guerre di ogni genere comprese quelle di carattere genocida.
L’unico italiano ad aver conseguito il Premio Nobel per la pace è stato nel 1907 Ernesto Teodoro Moneta, che però quattro anni dopo non aveva difficoltà a dare il suo appoggio alla guerra dell’Italia contro la Libia, legittimata e trasfigurata, nonostante i consueti massacri coloniali, quale intervento civilizzatore e benefica operazione di polizia internazionale. Peraltro, nel rivendicare la sua coerenza di «pacifista», egli aveva il merito di esprimersi con chiarezza: ciò che veramente importava era la pace tra le «nazioni civili», tra le quali egli chiaramente non annoverava né la Turchia (che sino a quel momento esercitava la sovranità sulla Libia) né tanto meno i libici. La «fatalità», le «leggi della storia e dell’evoluzione mondiale» spingevano le grandi potenze «a portare le loro energie esuberanti nel continente africano». Ciò era «nell’interesse stesso della pace europea» (e occidentale), che poteva essere preservata proprio grazie all’espansionismo coloniale: scaricando all’esterno le sue «energie esuberanti», la comunità delle «nazioni civili» rinsaldava al suo interno i legami di cooperazione e di amicizia. Chi realmente aveva a cuore la causa della pace (tra le «nazioni civili») non poteva non salutare favorevolmente l’impresa libica così come le altre analoghe imprese coloniali. D’altro canto – concludeva il Premio Nobel per la pace – la guerra intrapresa dall’Italia era in realtà «una semplice dimostrazione militare» a fini chiaramente civilizzatori.
A un secolo di distanza la tragedia e la farsa si sono ripetute. Nel 2011, la NATO è intervenuta massicciamente contro la Libia di Gheddafi. Per dirla con un filosofo autorevole (Todorov): «Oggi sappiamo che la guerra ha fatto almeno 30.000 morti, contro le 300 vittime della repressione iniziale» rimproverata al regime che l’Occidente era deciso a rovesciare. A questa guerra ha dato il suo bravo contributo anche l’Italia. L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha giustificato tale infamia, affermando che non di guerra si trattava ma di un’operazione di polizia internazionale tesa a difendere i diritti umani e il ristabilimento dell’ordine e della pace. Allorché esplicitamente o di fatto esclude i popoli coloniali, l’idea di pace e persino di «pace perpetua» finisce col legittimare i peggiori crimini.

Nel Suo testo Lei tratta del concetto di “pace perpetua”: cos’è e come nasce?
Contrariamente alle rappresentazioni correnti, l’ideale di un mondo liberato definitivamente e nella sua totalità dal flagello della guerra e del pericolo di guerra, non rinvia a tempi remoti. Si può dire che esso data dalle lotte che precedono e accompagnano lo scoppio della rivoluzione francese. Erano gli anni in cui il tradizionale discorso che deprecava la guerra e invocava la pace – questo sì con una lunga o lunghissima storia alle spalle – si arricchiva di elementi radicalmente nuovi: la pace da conseguire era pensata in termini universalistici, era chiamata ad abbracciare l’intero genere umano; per di più, da un’aspirazione vaga, che alimentava solo sospiri e sogni, si passava a un progetto politico, che non rinviava la sua realizzazione a un futuro indeterminato e utopico ma intendeva affrontare in tempi ravvicinati o non troppo remoti il problema della trasformazione radicale dei rapporti politico-sociali esistenti, in modo da divellere una volta per sempre – così si sperava – le radici della guerra.
A partire dalla rivoluzione francese si sono susseguiti diversi e contrapposti ideali di pace perpetua, tutti però conclusisi, sia pure con modalità diverse con un insuccesso. Ho già detto che sarebbe un grave errore descrivere la storia dell’ideale della pace perpetua come la storia di un fallimento generalizzato che discredita e travolge allo stesso modo i diversi progetti. Non ha senso mettere sullo stesso piano progetti che, pur non avendo conseguito il loro obiettivo, hanno comunque fatto avanzare la causa dell’eguaglianza dei popoli e del loro eguale diritto a vivere nella sicurezza e nella pace, e progetti di segno colonialista, imperialista e persino razzista, che hanno rimesso radicalmente in discussione l’approccio universalistico scaturito dalla rivoluzione francese e hanno additato quale momento essenziale dell’auspicato sradicamento del flagello della guerra la scomparsa delle «razze guerriere»: negli USA della seconda metà dell’Ottocento l’agitazione della bandiera della pace perpetua è andata di talvolta di pari passo con la politica di decimazione e annientamento dei nativi, dei pellerossa, considerati congenitamente legati alla pratica della caccia e della guerra e per natura incapaci di apprezzare le ragioni della convivenza civile e della pace. Qual è allora il discrimine che occorre tener presente? Nei movimenti ispirati prima dalla rivoluzione francese e poi (su scala più larga e con più grande intensità) dalla rivoluzione d’ottobre, ideale della pace perpetua e pathos universalistico sono strettamente connessi l’uno all’altro: alla luce di tale intreccio, risulta intollerabile un ordinamento fondato sulla schiavitù nera o sull’assoggettamento dei popoli coloniali. Il momento più alto della rivoluzione francese è l’abolizione della schiavitù nera a Santo Domingo-Haiti; a sua volta la rivoluzione d’ottobre ha ispirato e promosso la rivoluzione anticolonialista mondiale, sviluppatasi nel corso del Novecento. Ben diversi sono gli altri progetti di «pace perpetua»…

Per Marx la guerra è figlia del capitalismo.
Il discorso di Marx ha due meriti. Nell’Ottocento autori quali Benjamin Constant e Herbert Spencer possono raffigurare la società commerciale, industriale e capitalistica quale sinonimo di pace, solo in quanto fanno astrazione dalle guerre coloniali. Tale astrazione è inaccettabile sia sul piano filosofico che morale: è proprio nelle colonie che le guerre provocate dall’espansionismo delle grandi potenze capitalistiche manifestano tutto il loro orrore e assumono forme più o meno genocide. Pr dirla con Marx: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude».
Anche a voler fare astrazione dalle guerre coloniali, non è affatto vero che la società industriale e capitalistica, scaturita dal crollo dell’Antico Regime feudale e aristocratico, promuova la pace. Al contrario – mette in evidenza il Manifesto del partito comunista – «la borghesia è sempre in lotta […] contro la borghesia di tutti i paesi stranieri», e si tratta di una lotta così aspra da sfociare in una «guerra industriale di annientamento tra le nazioni». Forse ancora oltre si spinge Engels che nel 1895 – l’anno stesso della sua morte – vede profilarsi all’orizzonte «una guerra mondiale di un orrore inaudito e di conseguenze assolutamente incalcolabili». È la previsione della prima guerra mondiale, che non può essere pensata senza la gara delle grandi potenze capitalistiche per la conquista delle colonie, delle materi prime e dei mercati, dell’egemonia mondiale.
Certo, anche il progetto di pace caro a Marx, Engels, Lenin si è concluso con un insuccesso. E, tuttavia, a un’analisi attenta, la messa in stato d’accusa del capitalismo finisce con l’emergere anche ai giorni nostri, in personalità e autori insospettati. Si pensi al presidente statunitense Dwight D. Eisenhower. Questi, nel suo discorso di addio alla nazione del 17 gennaio 1961, metteva in guardia contro il pericolo che alla pace faceva correre il «complesso militare-industriale»: nell’ambito del capitalismo, per le industrie impegnate ad alimentare un gigantesco apparato militare, il consumo accelerato e massiccio di armi e materiale bellico, e cioè la guerra, poteva essere occasione di espansione economica e di arricchimento. O si pensi al modo in cui in Italia Sergio Romano ha spiegato l’espansione della NATO in Europa orientale. Quest’avanzata, senza dubbio minacciosa per Mosca, era invece assai gradita «alle industrie americane degli armamenti». La cosa ben si comprende: «Se l’organizzazione militare del Patto Atlantico si fosse allargata sino a comprendere gli ex satelliti dell’URSS, quanti sarebbero stati gli aerei, i carri armati, i cannoni e altro materiale militare di cui i nuovi soci avrebbero avuto bisogno per inserirsi adeguatamente nel sistema atlantico? […] La prospettiva di nuove commesse piaceva anche a quei deputati e senatori che avevano industrie militari nei loro collegi. E non potevano spiacere al presidente, infine, i voti con cui le lobby nazionali lo avrebbero ringraziato per avere esaudito i loro desideri». Democratico o no che sia, il sistema capitalistico non è senza responsabilità per la nuova guerra fredda, che sciaguratamente potrebbe diventare assai calda…

Cos’è il “teorema di Wilson”?
Nel 1917 il presidente statunitense Wilson decideva l’intervento del suo paese, in un conflitto che si svolgeva al di là dell’Atlantico e a migliaia di chilometri di distanza, come la doverosa partecipazione a una crociata per il trionfo nel mondo della causa della libertà e della pace: era necessario sventare «la minaccia alla pace e alla libertà, insita nell’esistenza di governi autocratici»; la diffusione su scala mondiale della «libertà politica» e della «democrazia» e l’instaurazione di una «partnership di nazioni democratiche» avrebbero finalmente reso possibile «la pace definitiva (ultimate peace) del mondo».
Il «teorema di Wilson» (così da me definito) è sgangherato, e non solo per il fatto che a formularlo è stato un campione della white supremacy negli USA e nel mondo, un presidente che, per affermare la dottrina Monroe e il dominio neocoloniale di Washington sull’«emisfero occidentale», ha messo in atto un numero record di interventi armati (cioè di guerre) in America Latina. C’è di più. La democrazia universale quale sinonimo della «pace definitive nel mondo»? Il paese «democratico» per eccellenza (gli USA) ha sterminato i nativi con guerre genocide e schiavizzato i neri (e, secondo la grande lezione di Rousseau, la schiavizzazione di un popolo è di per sé una guerra, e una guerra infame). Il «teorema di Wilson» fa chiaramente astrazione dai popoli coloniali. Sennonché, anche a voler considerare ammissibile tale astrazione, i conti non tornano. Si prenda la prima guerra mondiale. Quando essa scoppiò – ha osservato Henry Kissinger – «in Europa la maggior parte dei paesi (compresi Gran Bretagna, Francia e Germania) erano governati da istituzioni essenzialmente democratiche. Tuttavia, la prima guerra mondiale – una catastrofe dalla quale l’Europa non si è mai ripresa del tutto – fu entusiasticamente approvata da tutti i parlamenti (democraticamente eletti)».
In realtà, la guerra non ha risparmiato neppure quelle che amano autocelebrarsi come le più antiche democrazie del mondo. Gran Bretagna e Stati Uniti sono stati in guerra dal 1812 al 1815. E in tale occasione è stato persino uno dei Padri fondatori della repubblica nordamericana, e cioè Thomas Jefferson, a invocare contro la Gran Bretagna una «guerra eterna» e persino totale, una guerra che poteva concludersi solo con lo «sterminio (extermination) di una o dell’altra parte». Non si tratta solo di una vicenda ormai remota. Ancora tra le due guerre mondiali, per qualche tempo gli Stati Uniti continuarono a considerare la Gran Bretagna come il nemico più probabile. Il piano di guerra da loro approntato nel 1930 e firmato dal generale Douglas MacArthur contemplava persino il ricorso ad armi chimiche.

I romani sostenevano: “Si vis pacem, para bellum“: nello scenario internazionale attuale, su cosa può basarsi una pace duratura?
«Si vis pacem, para bellum» è il motto che in modo esplicito ha presieduto all’edificazione e all’espansione dell’Impero romano, con lo scatenamento di una guerra dopo l’altra. È il motto che di fatto ha presieduto all’espansionismo coloniale dell’Occidente, deciso ad assicurarsi e a mantenere una schiacciante superiorità militare sul resto del mondo. Ha osservato a suo tempo Adam Smith al tempo della scoperta-conquista dell’America, «la superiorità di forze risultava così grande a vantaggio degli europei, che essi poterono commettere ogni sorta di ingiustizia in quei paesi lontani». È l’«epoca colombiana», l’epoca che ha visto l‘Occidente aggredire, assoggettare, decimare e persino sterminare un popolo dopo l’altro.
Per comprendere di dove provengono i pericoli di guerra su larga scala, di guerra mondiale, che tornano a gravare sull’umanità, dobbiamo chiederci se c’è un paese che mira ad assicurarsi una potenza militare tale da metterlo in grado di dettar legge al resto del mondo. Sono chiaramente gli Stati Uniti d’America che, non contenti del loro apparato militare senza pari e delle basi militari installate in ogni angolo del mondo, mirano ad assicurarsi il monopolio di fatto dell’arma nucleare. Essi – ha osservato Sergio Romano – da un pezzo aspirano a garantire a se stessi «la possibilità di un primo colpo [nucleare] impunito». Per questo Washington ha denunciato, il 13 giugno 2002, il trattato stipulato trent’anni prima, in base al quale Stati Uniti e Unione Sovietica si impegnavano a limitare fortemente la costruzione di basi antimissilistiche, rinunciando così al perseguimento dell’obiettivo dell’invulnerabilità nucleare e quindi del dominio planetario che tale invulnerabilità dovrebbe garantire. Successivamente gli USA hanno dato inizio all’installazione di un sistema antimissilistico ai confini della Russia e della Cina. È un fatto senza precedenti nella storia: una superpotenza cerca di assicurarsi un assoluto potere di vita e di morte.
Piuttosto che al motto «Si vis pacem, para bellum», conviene richiamarsi a un altro motto: «il potere tende a corrompere, il potere assoluto corrompe in modo assoluto». A esprimersi così è stato Lord Acton, un classico del liberalismo, il quale però, a metà dell’Ottocento, al momento della Guerra di secessione negli USA, si schierava a favore del Sud schiavista. E cioè, il principio della limitazione del potere veniva fatto valere nell’ambito della comunità bianca, ma non per quanto riguarda il rapporto che quest’ultima intratteneva con la popolazione di colore e di origine coloniale: il potere assoluto che il padrone bianco esercitava sui suoi schiavi neri e sui nativi (espropriati, deportati e decimati) non costituiva un problema per Lord Acton. In polemica con lui, dobbiamo invece tener fermo un punto: la massima per cui «il potere assoluto corrompe in modo assoluto» è valida solo se viene fatta valere a ogni livello e quindi anche nei rapporti internazionali. Pertanto: nulla di buono promette il tentativo perseguito dagli USA di assicurarsi il monopolio di fatto dell’arma nucleare e quindi un assoluto potere di vita e di morte sul resto del mondo e dell’umanità.

Papa Giovanni Paolo II affermava che “Non c’è pace senza giustizia“: attraverso quale percorso a Suo avviso si può giungere alla pace?
In primo luogo occorre saper individuare le guerre e chiamarle con il loro nome. Anche quelle che vengono comunemente chiamate «operazioni di polizia internazionale». È interessante notare la storia alle spalle di questa categoria. Riallacciandosi alla dottrina Monroe e reinterpretandola e radicalizzandola, nel 1904 Theodore Roosevelt (presidente degli Usa e campione dell’imperialismo e del razzismo) teorizzava un «potere di polizia internazionale» che la «società civilizzata» doveva esercitare sui popoli coloniali e che, per quanto riguarda l’America Latina, spettava agli USA. Siamo così ricondotti alla realtà del colonialismo e delle guerre coloniali, alla realtà che invano la neo-lingua cara all’ideologia oggi dominante cerca di rimuovere. A questo medesima storia ci riconduce la categoria di «guerra umanitaria»: le spedizioni coloniali, anche quelle più infami, sono state regolarmente condotte agitando la bandiera della civiltà e dell’umanità. Anche per quanto riguarda i giorni nostri la realtà è sotto gli occhi di tutti. Tutti possono vedere il risultato di una lunga serie di «operazioni di polizia internazionale» e di «guerre umanitarie»: centinaia di migliaia di morti, paesi smembrati e distrutti nei Balcani e nel Medio Oriente, milioni di feriti e milioni di profughi, cumuli di rovine e focolai di nuove e più gravi conflagrazioni.
Le sedicenti «operazioni di polizia internazionale» e «guerre umanitarie» sono state spesso scatenate senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU o stravolgendo il significato delle sue risoluzioni, sono state dunque scatenate in violazione del diritto internazionale. Per il movimento di lotta in difesa della pace il primo compito che s’impone è la riaffermazione della legalità internazionale: si tratta di respingere nella teoria e nella pratica la pretesa di un paese o di un gruppo di paesi di poter scatenare sovranamente la guerra in ogni angolo del mondo, calpestando la sovranità dei paesi di volta in volta aggrediti e persino smembrandoli e distruggendoli. In passato l’espansionismo coloniale è stato condotto in nome della white supremacy; cambia ben poco se al principio della supremazia bianca sostituiamo quello della supremazia occidentale. Contro il colonialismo vecchio e nuovo occorre riaffermare l’autorità dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza.
Ovviamente, questo non basta. La pretesa degli USA di essere la «nazione eletta da Dio», l’unica «nazione indispensabile», quella circonfusa dall’aura dell’«eccezionalismo», tutto ciò è di per sé la negazione del principio dell’eguaglianza delle nazioni, del principio che si è affermato a conclusione della sconfitta del nazifascismo e che è fondamento dell’ONU. Contro questa pretesa occorre ribadire il principio dell’eguaglianza tra le nazioni e realizzare nella pratica la democratizzazione dei rapporti internazionali. Sul piano più propriamente strategico, a lunga scadenza, la realizzazione di un mondo senza guerre comporta il superamento del sistema capitalistico-imperialistico di cui sono parte integrante da un lato il complesso militare-industriale (interessato allo smercio delle armi su larga scala) e dall’altro la rivendicazione dell’egemonia e dell’«eccezionalismo» da parte di un paese o gruppo di paesi.

Esiste secondo Lei il pericolo di un retorico irenismo?
L’irenismo che con la sua retorica non solo non promuove la pace ma può persino favorire la guerra è uno dei principali bersagli polemici del mio libro. Che dire del Premio Nobel per la pace assegnato nel 2012 all’Unione Europea? Vale la pena di sfogliare il lungo elenco che uno storico eminente (Charles Tilly) ha fatto delle «guerre esterne» in cui è stato impegnato un paese come la Francia. In questo contesto ci interessa solo il periodo che va dal 1945 alla prima guerra del Golfo: «1945 Guerra di Siria; 1946-54 Guerra di Indocina; 1947 Guerra del Madagascar; 1952-54 Guerra di Tunisia; 1953-56 Guerra del Marocco; 1954-62 Guerra d’Algeria; 1955-60 Guerra del Camerun; 1956 Guerra con l’Egitto; 1957-8 Guerra del Sahara Occidentale; 1962-92 Intervento nel Ciad». Per non parlare delle guerre che si sono susseguite dopo il 1991, contro l’Irak, la Jugoslavia, la Libia, la Siria…Ecco, l’irenismo retorico passa sotto silenzio le guerre coloniali e in qualche modo le legittima.
Nel 2009 il premio Nobel per la pace è stato conferito a Barack Obama, che talvolta si è atteggiato ad ammiratore di Gandhi ma che nei fatti si è impegnato, come gli altri presidenti del suo paese, a perseguire l’obiettivo del «primo colpo [nucleare] impunito». Si è riaffacciato, anzi si è imposto di nuovo all’ordine del giorno il pericolo di una guerra su larga scala, che potrebbe persino varcare la soglia nucleare. Chi non lotta concretamente contro l’«eccezionalismo», l’egemonismo, l’imperialismo, chi non riafferma nella teoria e nella pratica il principio dell’eguaglianza tra le nazioni, chi non contrasta il tentativo di sostituire all’ONU la volontà sovrana della NATO ovvero dell’Occidente e del suo paese-guida, chi si atteggia in tal modo non fa nulla per sventare i crescenti pericoli di guerra. La reale volontà di pace si misura non dalle belle parole e dalle dichiarazioni retoriche, ma dalla disponibilità concreta ad affrontare e sventare il pericolo mortale che pesa sull’umanità.