Un mondo di ferro. La guerra nell'Antichità, Marco BettalliProf. Marco Bettalli, Lei è autore del libro Un mondo di ferro. La guerra nell’Antichità edito da Laterza. Nessun greco e nessun romano avrebbe mai potuto concepire un mondo senza guerre: che significato aveva la guerra per loro?
La guerra, per Greci e Romani, era in primo luogo un qualcosa di inevitabile. Si poteva scegliere di non intraprendere una singola guerra, ma non si poteva evitare di fare la guerra, presto o tardi. Il conflitto era un terreno sul quale misurare il valore di una persona. Certo, non era piacevole, con i lutti e gli orrori che recava con sé, ma era necessario per risolvere le controversie che sorgevano tra le comunità. Infine, costituiva un mezzo straordinario di arricchimento per moltissime persone che altrimenti avrebbero avuto ben pochi mezzi per uscire dalla povertà: costituiva dunque, in molti casi, una opportunità.

In cosa consisteva il modello oplitico?
Il modello oplitico, più ancora che un modo di combattere basato sugli opliti, vale a dire fanti armati assai pesantemente con elmo, corazza e uno scudo circolare di circa 90 cm di diametro, disposti a falange, rappresenta un’ideologia molto potente, che esprime una forma di guerra ideale per i cittadini proprietari terrieri, sorta di classe intermedia tra gli aristocratici, legati ai combattimenti con la cavalleria, e i poveri, esclusi dai combattimenti o impegnati come marinai nella flotta. Nella pratica, solo per brevi periodi dell’età classica, il modello, che avrebbe dovuto implicare un tipo di scontro rapido, leale e relativamente non troppo cruento, fu realmente messo in pratica.

Come si combatteva in età ellenistica?
L’età ellenistica presenta alcune caratteristiche specifiche, quali l’uso assai diffuso di mercenari (i regni ellenistici furono sempre delle forze ‘di occupazione’ che non realizzarono mai, se non in qualche caso, il coinvolgimento delle popolazioni locali, più o meno asservite). Le innovazioni non furono tanto nella guerra terrestre, dove più che altro si seguitò ad adottare il modello della falange macedone, quanto negli assedi, che videro l’impiego su larga scala di macchinari, sia da parte degli attaccanti, sia da parte dei difensori. Archimede di Siracusa (seconda metà III secolo a.C.) è lo scienziato più celebre nell’utilizzazione di tali macchinari.

Quali innovazioni belliche introdusse Roma?
I Romani furono straordinari nel creare una società fortemente militarista e coesa, nonché nel darsi un’organizzazione militare efficiente; inoltre – fattore forse ancora più importante – furono maestri nella capacità di coinvolgere e, prima o poi, far diventare Romani un gran numero di popoli alleati (nel periodo repubblicano fino al II secolo, trattato nel libro, essenzialmente i popoli italici). Dal punto di vista tecnico, riuscirono più che altro a imitare e riprodurre le best practices, diremmo oggi, degli eserciti che via via incontravano, senza introdurre grandi innovazioni nel modo di combattere.

Quale ruolo avevano gli assedi nella storia greca e romana?
Gli assedi, quasi inesistenti in epoca arcaica, diventarono via via sempre più importanti in età classica ed ellenistica. Richiedevano molti mezzi, economici e umani: non è un caso che, nel mondo antico, siano comuni quando il divario tra i contendenti è notevole. L’assedio di una città, quando si risolveva a favore degli attaccanti, era la forma di guerra in cui si verificavano gli orrori più terribili (massacri, stupri, schiavitù di massa e quant’altro).

Come si combatteva la guerra sul mare nell’Antichità?
La guerra sul mare è estremamente costosa e richiede un’organizzazione che moltissime poleis greche non avevano e non potevano avere. Così, non ci si deve stupire che molte città, anche tra le più importanti, non contassero sulla flotta per la guerra: è il caso di Argo, Tebe e della stessa Sparta, che fu poi costretta a diventare una potenza navale nell’ultima fase della guerra del Peloponneso, grazie al denaro persiano. Roma, in età repubblicana, non costituisce un’eccezione: costruì un’enorme flotta solo al tempo della I guerra punica (III secolo a.C.), ma si può dire che non amò mai molto la guerra navale. La vera eccezione, naturalmente, è Atene, che per una serie di motivi, dai primi decenni del V secolo agli ultimi decenni del IV basò la sua forza su una grande e costosissima flotta di 300-400 triremi. Molto spesso, la guerra per mare si risolveva in una sorta di combattimento terrestre improvvisato sulle navi: ancora una volta, furono gli Ateniesi a elaborare tecniche specifiche di manovra e attacco, grazie anche a personale specializzato sulle imbarcazioni.

Che nesso esisteva tra guerra e politica?
Tra guerra e politica esisteva un nesso strettissimo, tanto che ho sottotitolato il capitolo Quasi la stessa cosa. Per lungo tempo, in Grecia come a Roma, gli uomini politici erano anche coloro che, in caso di necessità, guidavano gli eserciti, senza alcuna frattura fra le due attività. Esisteva, ovviamente, qualcosa che possiamo chiamare diplomazia; ma fu sempre operante un pregiudizio per cui rifiutarsi di combattere e cercare soluzioni negoziali fosse una dimostrazione di debolezza e scarso coraggio.

In che modo la guerra influiva sull’economia antica?
La guerra è profondamente legata alla vita economica. Per almeno due motivi: perché costituiva il principale mezzo acquisitivo, che permetteva a moltissime persone di diventare più ricche (si pensi al caso della Macedonia; o alle enormi distribuzioni di terre ai veterani a Roma) e perché costituiva, altresì, la spesa principale a bilancio per gran parte delle città. Atene, nel IV secolo a.C. (periodo per il quale abbiamo più documentazione), spendeva forse il 75% delle sue risorse per la guerra. Nonostante ciò, gli antichi non ebbero mai un approccio economico alla guerra: cioè, mai una guerra veniva decisa in base ai mezzi reperibili: se si doveva fare, si faceva e… ci si arrangiava nel trovare le risorse necessarie.

Quale valore religioso aveva la guerra?
Si può dire che ogni singolo atto di guerra – sia in Grecia, sia a Roma – fosse libero da una stretta relazione con gli dèi. La dimensione religiosa era sempre tenuta presente, gli dèi venivano pregati, interrogati (attraverso gli oracoli e le tante forme elaborate per entrare in contatto), placati, ringraziati. Un atteggiamento laico non era disdicevole: era semplicemente impensabile. La deisidaimonia, il timore degli dèi, era un eccellente mezzo per costringere gli uomini all’obbedienza e ottenere il rispetto dei superiori e la tenuta stessa dello Stato.

Quando si parla di guerra nell’antichità, non può che venire in mente Sparta: quella spartana era una società militarista?
In larga misura sì, anche se la definizione di società militarista non è così semplice come potrebbe sembrare; si deve sempre tenere presente, inoltre, che la società spartana non fu mai incline a combattere sempre e comunque e il suo atteggiamento fu molto più difensivo che non aggressivo. Fondamentale nella società spartana, più di ogni altra cosa, mi pare che sia, più che l’amore per la guerra, la dedizione assoluta al concetto di obbedienza all’autorità.

Quale importanza storica ha la guerra del Peloponneso?
La guerra del Peloponneso ha ovviamente una grande importanza. Fu la guerra più lunga dell’antichità (neppure i Romani combatterono mai una guerra per 27 anni consecutivi!), portò alla fine del dominio ateniese sulla Grecia e all’effimera egemonia spartana. Non fu però, come molti pensano, uno spartiacque decisivo nella storia greca: per buona parte del IV secolo a.C., un’epoca molto viva e stimolante, il mondo fu dopo tutto molto simile a quello precedente la guerra.

Cosa rese possibile le straordinarie conquiste militari di Alessandro Magno?
Una domanda cui è molto difficile dare una risposta secca. Se costretti a indicare una singola causa del successo della spedizione di Alessandro, non potremo far altro che esaltare le eccezionali capacità del grande condottiero, eroe eterno della guerra fine a se stessa, e quindi additare l’impresa come il trionfo di una singola personalità. Ma non dobbiamo ovviamente dimenticare la straordinaria efficienza della macchina da guerra macedone, creata e portata alla perfezione dal padre di Alessandro, Filippo II, e, nel contempo, le tradizionali debolezze dell’impero persiano in campo militare (lentezza estrema nel mettersi in moto, difficoltà ad amalgamare popoli diversi e abituati a differenti tecniche di guerra, debolezze negli alti comandi).