Un’etologa in famiglia. Genitori, figli e parenti scomodi nel regno animale, Federica PirroneProf.ssa Federica Pirrone, Lei è autrice del libro Un’etologa in famiglia. Genitori, figli e parenti scomodi nel regno animale edito da Unicopli. Innanzitutto, esiste tra le specie animali un concetto assimilabile a quello umano di ‘famiglia’?
Certamente. Individui tra i quali esiste un legame di parentela, o di affinità, che cooperano, seppur a diverso titolo, e vivono sotto lo stesso tetto, sia esso fatto di fango, di roccia, o di laterizio, formano una famiglia. I gruppi famigliari costituiscono l’elemento fondamentale di ogni società animale.

Ad esempio, tra i lupi, il branco che osserviamo in natura è un gruppo famigliare composto dalla coppia di riproduttori e dalla sua progenie, in genere costituita dalla prole attuale e da quella del parto precedente.

I cani ferali, che non sono animali da branco, si riuniscono in piccoli gruppi familiari di 5-10 soggetti. Le loro relazioni di parentela, però, non sono semplici come quelle osservabili all’interno del nucleo familiare dei lupi, in cui c’è una sola coppia riproduttrice, la coppia alfa. Tra i cani ferali, infatti, il sistema di accoppiamento è di tipo promiscuo: la femmina è molto corteggiata, anche da soggetti esterni al branco, e si può accoppiare con più d’uno nello stesso giorno. Alla fine, uno di questi, il maschio con cui sviluppa una maggiore affinità, resta e la aiuta anche nell’accudimento della prole.

Come racconto nel libro, anche nelle altre specie, non solo in quella umana, esistono le famiglie monogenitoriali. A volte basta la presenza di un solo genitore, e non è detto che sia la madre, come nel caso del cavalluccio marino, in cui è il papà a occuparsi di tutto. E ancora, nelle altre specie, come nella nostra, troviamo le famiglie omogenitoriali, che sono molto diffuse tra gli uccelli. Troviamo esempi tra i gabbiani, i pinguini, le oche selvatiche e gli albatri di Laysan, specie nella quale uno studio ha rivelato che fino al 30% delle coppie può essere composto da sole femmine.

Come percepiscono gli animali d’affezione la famiglia con cui convivono?
A differenza dei lupi e degli altri canidi, i cani domestici si sono adattati a vivere con l’uomo. Il cane che entra a far parte di una famiglia umana sviluppa con il proprietario un legame reciproco come quello che si crea tra il genitore e il bambino, un legame di attaccamento molto simile, sia dal punto di vista ormonale che comportamentale. Uno studio abbastanza recente ha mostrato come guardarsi negli occhi provochi, sia nel cane che nel suo proprietario, l’aumento della secrezione di ossitocina, l’ormone dell’amore.

Partendo dal presupposto che nelle interazioni con i cani vengono espressi gli stessi stili di interazione relativi all’attaccamento che ci si aspetta di osservare nelle interazioni con gli esseri umani, in uno studio, invece, noi abbiamo esplorato l’esistenza, nella coppia cane-proprietario, di pattern di sincronia sociale. In particolare, la sincronia dello sguardo, l’attenzione condivisa e il contatto reciproco, tre comportamenti adattati da una ricerca in cui si valutava la sincronia sociale tra genitori e bambini attraverso le interazioni non verbali. La sincronia sociale è la coordinazione di comportamenti non verbali tra partner interattivi, ed è un’esperienza che si acquisisce nell’ambito della relazione genitore-figlio e stabilisce la base della loro capacità emotiva di reagire reciprocamente. La sincronia sociale è un esempio unico di comportamento che ha radici profonde nella biologia dei mammiferi e sottolinea la capacità delle specie sociali di essere empatiche e collaborative. Essa implica l’espressione di segnali comunicativi e emotivi, quali gesti, posture, espressioni facciali, vocalizzazioni e sguardi; la creazione di interazioni che comportano la coordinazione tra i partner e la capacità di reagire reciprocamente utilizzando modalità diverse, e, infine, la familiarità con il repertorio comportamentale del partner. Questi sono tutti componenti che compaiono nella diade sociale cane-uomo e i nostri risultati hanno confermato che una persona e un cane si impegnano in interazioni sincrone, che sono importanti perché contribuiscono alla creazione del legame affiliativo tra i due e, quindi, allo sviluppo di una relazione sociale sana e funzionale.

Per il gatto la situazione è un po’ diversa. Tra il gatto e il proprietario non si crea un legame di attaccamento come quello che si intende per il cane. Sul piano scientifico è ancora poco studiato. Sappiamo che il gatto è in grado di discriminare tra la voce registrata del proprietario e quella di uno sconosciuto. Solo quando ascolta quella del proprietario, infatti, il gatto mostra comportamenti orientativi verso la sorgente sonora, ruotando il padiglione auricolare e guardandola. Questo ci dice che la riconosce e ci suggerisce che il gatto dia effettivamente valore alla propria relazione con l’essere umano con cui vive. Si è visto anche, però, che i gatti maggiormente socievoli nei confronti del proprietario, in genere, lo sono anche con le persone estranee. Quindi, quello del gatto con il proprietario è, sì, un legame stretto e affiliativo, ma, probabilmente, non un vero e proprio attaccamento.

Come affrontano le diverse specie animali la perpetuazione della specie?
In realtà, il comportamento degli animali non è determinato dalla finalità della perpetuazione della specie, questa finalità non esiste. Ogni animale agisce per aumentare la propria fitness, diretta e indiretta, perché, richiamando Darwin, l’individuo più adatto a sopravvivere è quello con il maggior successo riproduttivo. Dovendo far fronte a fattori esterni, quali, ad esempio, le condizioni ambientali, la disponibilità delle risorse, la presenza di predatori, e a fattori interni, come le caratteristiche fisiologiche proprie della specie, gli animali adattano i propri comportamenti in modo tale che i benefici superino sempre i costi, ove i benefici sono sempre rappresentati dal successo riproduttivo.

Come racconto nel libro, se serve ad aumentare il successo riproduttivo, l’interesse di un individuo, anche di una madre, può coincidere addirittura con l’uccisione o con il rifiuto della prole, eventi che in natura convergono verso uno stesso esito: la morte. Nei topi, le madri di nidiate numerose uccidono i piccoli più deboli, per garantire la sopravvivenza degli altri. In cattività, poi, se il topo maschio di un territorio viene rimpiazzato da un soggetto più dominante, la femmina già gravida abortisce volontariamente per potersi accoppiare subito con il nuovo maschio.

Ancora, in molte specie, i piccoli vengono spesso allevati in gruppi comuni, dove sono accuditi anche da soggetti diversi dai genitori, come individui subadulti e altre femmine adulte. Sono i fratelli o gli zii, in buona sostanza, talvolta anche soggetti non necessariamente legati da vincoli di parentela, ma comunque vicini alla famiglia. Se, però, ad un certo punto, le risorse iniziano a scarseggiare, un animale può trovare più vantaggioso uccidere il fratello, o il nipote, invece che aiutarlo, aumentando le probabilità di sopravvivere grazie al cibo extra a cui riesce ad avere accesso. In questo modo, aumentano anche le sue probabilità di generare una prole numerosa. Ecco che l’equilibrio tra benefici e costi si sposta verso il lato dell’egoismo, per poi magari, qualora il cibo dovesse tornare abbondante, ritornare nuovamente verso quello dell’altruismo.

Quali comportamenti caratterizzano l’accudimento parentale nelle specie animali?
Nelle cure parentali si riconoscono componenti specifici e aspecifici. I primi sono comportamenti esclusivi delle cure parentali: costruire il nido, incubare le uova, curare i piccoli, allattare e, successivamente, somministrare altro cibo, accompagnare i giovani a cercare il cibo. Per il maschio, anche nutrire la femmina.

Questi comportamenti possono essere più o meno espressi, a seconda della specie. Ad esempio, la scrofa si dedica molto alla costruzione del nido, mentre la cagna e la gatta meno.

Quelli aspecifici, invece, sono comportamenti che possono caratterizzare le cure parentali, ma si riconoscono anche in altri moduli comportamentali. È il caso, ad esempio, dell’aumento della vigilanza e dell’aggressività. Le cure parentali, talvolta, sono regolate da conflitti, che possono verificarsi tra i piccoli, per la spartizione delle risorse, ma anche, come abbiamo visto poc’anzi, tra genitori, o altri parenti, e piccoli. Gli infanticidi non sono poi così rari nel regno animale.

Come vengono suddivisi i compiti tra i genitori?
Le cure parentali possono essere distinte in cure materne e cure paterne.

In generale, nelle specie animali le cure sono quasi sempre materne e sono finalizzate principalmente a fornire nutrimento, riscaldamento e protezione ai piccoli. La madre, in particolare negli uccelli e nei mammiferi, struttura uno stretto legame con i piccoli subito dopo la nascita. Con alcune differenze legate alla specie e alla dimensione della nidiata. Tra gli erbivori, ad esempio, nei bovini e nelle capre le cure materne sono meno frequenti rispetto a quanto avviene nei cavalli e nelle pecore. Allo stesso tempo, madri con nidiate numerose, come le cagne e le gatte, stabiliscono relazioni meno esclusive con la prole, probabilmente perché discriminano meno tra i piccoli.

Con questo, però, non è che i padri siano necessariamente assenti o poco premurosi.

Tra gli uccelli, a volte i maschi forniscono assistenza indiretta nutrendo la femmina durante la deposizione delle uova o l’incubazione. Il maschio del gheppio, per citarne uno, alimenta la propria femmina, e poi i nidiacei, già due settimane prima della deposizione del primo uovo e fino a due settimane dopo la schiusa. Nei lupi, dopo il parto, la femmina si prende cura della prole e la difende, mentre il maschio si occupa di cercare il cibo, con cui nutre la femmina mentre allatta i cuccioli. Allo stesso tempo, però, collabora con lei nella cura e nella protezione della prole. Man mano che i piccoli crescono, il padre inizia a occuparsi del loro nutrimento più della femmina, forse per permettere a questa di migliorare il proprio stato nutrizionale, e quindi di recuperare le riserve energetiche, in vista della cucciolata successiva.

Per quanto molto raro, le cure paterne possono anche essere esclusive. Per esempio, nei ghiozzi, o più scientificamente Gobidi, pesci ossei che popolano sia i mari che le acque dolci, il maschio fornisce tutte le cure senza ricevere alcun aiuto da parte della femmina. Ed è così anche per i Betta splendens, i pesci combattenti tanto cari agli acquariofili. Tra gli uccelli, il falaropo (Phalaropus spp.) è indubbiamente un gran papà. Il maschio di questi uccelli acquatici fornisce da solo le cure parentali per circa venti-quaranta giorni, a seconda della specie, occupandosi sia dell’incubazione che dell’allevamento della prole, mentre la femmina si limita a produrre le uova.

Un fatto sembra, ormai, acclarato: a parte alcuni primati, come i siamanghi, i tamarini a chioma di cotone e le marmoset, in cui si osservano cure paterne dirette, i mammiferi non sono tanto bravi a fare i padri. E i maschi di Homo sapiens non fanno eccezione. Nella nostra specie si va dalla completa assenza dei padri della tribù degli Aché al grande senso paterno dei pigmei Aka, che sono molto attivi nelle cure dirette. In mezzo ci sono i padri delle società dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, in cui l’espressione delle cure varia molto non solo tra le società, ma anche tra gli individui. Alcuni uomini fanno il massimo mentre altri collaborano poco, o nulla, all’accudimento della prole e questo è il paradosso della paternità facoltativa a cui faceva riferimento, tempo fa, l’antropologa Sarah Hrdy, definendo questo impegno così variabile, e per niente scontato, dei padri della specie umana.

Per quali ragioni talora essi si sottraggono ai doveri genitoriali?
Le cure paterne hanno costi ecologici, che vanno dall’aumento del rischio di predazione alla maggior esposizione alle infezioni e alle infestazioni, e costi fisiologici, come il dimagramento, con riduzione della massa corporea, provocato dal minor movimento e dal minor tempo a disposizione per nutrirsi. Inoltre, i padri devono anche fare i conti con la perdita delle opportunità di accoppiamento. Non sorprende che le cure paterne siano state da qualcuno recentemente definite un “mistero evolutivo”, a sottolineare quanto sia più logico, semmai, domandarsi “perché i maschi si prendono cura della prole?”, e quanto tale domanda resti comunque, ancora, una delle grandi questioni irrisolte della biologia evolutiva.

Federica Pirrone, laureata in Medicina veterinaria, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano dove è docente di Etologia veterinaria e benessere animale e Fisiologia, comportamento e benessere del cane e del gatto nella relazione con l’uomo. Da oltre dieci anni studia il comportamento degli animali e la relazione uomo-animale. Ha curato la rubrica mensile “Pratiche Bestiali” dell’inserto “Smartime” de Il fatto quotidiano

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