“Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento” di Tommaso Scaramella

Dott. Tommaso Scaramella, Lei è autore del libro Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento edito da Marsilio: cosa rappresentava, nella società veneziana del xviii secolo, la sodomia?
Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento, Tommaso ScaramellaPer cercare di capire che cosa rappresentasse la sodomia a Venezia nel Settecento dobbiamo riferirci innanzitutto alla morale sessuale dell’antico regime. Il libro tenta di percorrere proprio questa strada: prende come spunto le vicende che interessarono l’ultimo mancato “doge infame” Alvise v Sebastiano Mocenigo, sul quale pesava una clamorosa condanna per sodomia, e da lì si interroga sulla complessità definitoria di questo particolare ambito della vita degli uomini e delle donne del passato, correntemente identificato con il termine “sessualità”. Una complessità definitoria, che ai nostri occhi può apparire anche piuttosto oscura, quasi che in passato la sessualità occupasse un posto poco decisivo nella definizione delle identità individuali, rispetto a quanto lo sia, invece, nel tempo presente. Il riferimento al piano normativo-morale, dunque, ci aiuta a comprendere perché in prima analisi la sessualità tra persone dello stesso sesso, ma più in generale qualsiasi attività sessuale praticata al di fuori della finalità procreativa, fosse stigmatizzata come un “vizio” e in certi casi (come per il “vizio nefando” della sodomia) severamente punita fino alla pena capitale. In tale ambito, la sodomia appariva innanzitutto come una pratica materiale, un comportamento definito e giudicato da teologi e giuristi al pari delle altre attività umane, sanzionato per gli effetti nefasti che si riteneva potesse provocare non soltanto nel singolo autore, ma alle sorti dell’intera società. Tuttavia, alla dimensione normativa corrispose sempre, anche in passato, una pratica sociale “alternativa” rispetto a ciò che le leggi vietavano: una pratica variamente riconosciuta e rielaborata dai singoli, seppure in maniera necessariamente privata e dissimulata. Una pratica, però, ed è questo il punto che più interessa, che non si limitava al mero ambito comportamentale, ma che era sostenuta da pensieri e giustificazioni antitetiche a quelle addotte dalla cultura dominante. Di conseguenza, nel riportare la sodomia all’interno del perimetro della legittimità morale e naturale, tali giustificazioni mettevano in luce anche la parzialità delle norme sociali, morali e giuridiche. In secondo luogo, andrà ricordato come proprio il contesto dell’ultima Venezia fu facilmente associato all’idea di libertà, compresa quella sessuale. Si pensi al carnevale e alle cortigiane, alle memorie di Giacomo Casanova… veri e propri simboli del secolo, dove l’antica libertà delle origini, la libertà repubblicana, fu presto trasformata in una libertà frivola e decadente, preludio della caduta stessa della Serenissima. Si trattava di argomentazioni e di opinioni che ricorrevano di frequente, nelle cronache dell’epoca e nei diari di viaggio, tanto da diventare un luogo comune, un motivo di attrazione turistica, fino a costituirsi in una “leggenda nera” contro Venezia. Di fronte a un simile quadro, a una messa in discussione sempre più aperta dei fondamenti morali dell’antico regime, che proprio nelle questioni sessuali trovava un’immediata accoglienza, si trattava di capire se fossero corrisposte, nell’ultimo volgere della Serenissima, anche una riduzione del numero di processi celebrati per sodomia e dunque un cambio di giudizio nella sua valutazione politica e morale.

Come veniva punita nella Serenissima la sodomia?
Fin da Rinascimento, la sodomia era punita a Venezia dalla suprema magistratura del Consiglio di Dieci: il temuto tribunale politico-giudiziario, il cui rito, contraddistinto dai caratteri di celerità e segretezza, insieme alla severità del suo giudizio, erano segno dell’attenzione massima anticamente attribuita a tale delitto. Per questo motivo, dopo aver percorso gli aspetti prettamente normativi, un capitolo del libro si occupa nello specifico di ricostruire la penalità veneziana moderna riguardo alla sodomia, di cui si conoscevano finora perlopiù il periodo rinascimentale e quello seicentesco. Integrandosi così con gli studi precedenti, il libro presenta ora i risultati inediti della ricerca che ho avuto modo di condurre negli anni del mio dottorato sui fondi settecenteschi conservati in Archivio di Stato di Venezia. Disponiamo adesso di uno sguardo d’insieme e di lunga durata sull’attività giudiziaria veneziana in materia di sodomia lungo l’intera età moderna, dal Rinascimento fino alla caduta della Repubblica. Sintetizzando, possiamo rilevare una significativa flessione nella repressione del reato sodomitico, che portò la media dei processi istruiti dal culmine di cinque o sei casi per anno nella prima metà del Cinquecento, a un caso per anno nella seconda metà del Settecento. Un andamento, questo, in linea con quanto emerso anche altrove, dalle ricerche condotte negli archivi giudiziari degli altri antichi stati italiani. Qualche ulteriore considerazione preliminare può essere fatta riguardo alla determinazione delle pene, dove a differenza dei secoli precedenti, la maggior parte dei procedimenti per sodomia celebrati nel Settecento si concluse in maniera relativamente mite, con la condanna al bando, alla prigione oppure alla galea. Un secondo aspetto che qui può essere sottolineato è la netta predominanza in questo tipo di fonti del fattore della violenza: nel Settecento, infatti, ci troviamo di fronte a un’attività giudiziaria volta prevalentemente a condannare gli abusi sessuali denunciati da parte di vittime, piuttosto che a reprimere in maniera preventiva i congiungimenti “illeciti” ma consensuali e tra pari, che rimasero dunque nascosti grazie alla complicità dei loro partner. Anche tali aspetti ci danno conto della complessità definitoria dell’etichetta sodomitica: un “atto” che nelle fonti processuali moderne ci appare crudo e distante dalla dimensione affettiva, la quale era pure presente, invece, ieri come oggi.

Chi era Alvise v Sebastiano Mocenigo e in che modo lo colse l’accusa di sodomia?
Mocenigo era un esponente di spicco dell’aristocrazia veneziana: discendente di una tra le famiglie patrizie più antiche e influenti; ben sette dogi e numerosi uomini di stato portavano il suo cognome. Possiamo dire che fino a un certo punto la sua vita fu quella che la società veneziana “prevedeva” per le persone del suo rango: entrato in Maggior Consiglio, scalò il cursus honorum dal minore degli uffici pubblici fino alle prestigiose ambasciate ricoperte a Madrid e a Parigi. Destinato di seguito a rappresentare la Repubblica a Vienna, ricevette però il rifiuto da parte della corte imperiale a causa delle dicerie che correvano sul suo conto tra le diplomazie europee, vale a dire che fosse un sodomita e un libertino; e che, benché sposato con Chiara Zen, avesse colto l’occasione delle sue ambasciate per allontanarsi dalla moglie e vivere così con maggiore libertà nella sua corte di giovani “favoriti”, composta da segretari, paggi e domestici. Ciò che più interessa qui, a mio avviso, è l’aperta libertà con la quale Mocenigo si trovò a vivere, lontano da Venezia, questa sua attrazione omosessuale, frequentando gli ambienti più progressisti e promuovendo nei palazzi delle sue ambasciate incontri con musici, commedianti e intellettuali in genere. Una vita, insomma, vissuta apertamente, che non mancò di attirare l’attenzione dei contemporanei: primo tra tutti Giacomo Casanova, il quale proprio nelle sue Memorie contribuì a dare ampio risalto alla vicenda, riscontrata adesso anche dalle fonti archivistiche. Il clamore del rifiuto imperiale fu tale che il governo veneziano dovette aprire contro di lui un fascicolo per sodomia. Mocenigo ne uscì condannato a sette anni di prigione, scontata lontano da Venezia, nella fortezza di Brescia. Ma la “condanna” più grave e forse sottovalutata fu l’infamia che quel tipo particolare di accusa sessuale portava con sé: un’infamia che difatti lo accompagnò per il resto della vita, ancora quando a distanza di diversi anni dalla completa espiazione della pena decise di candidarsi – invano – a ultimo doge della Serenissima.

Quali vicende segnarono la sua candidatura a doge?
Una candidatura a doge, seppure ufficiosa, richiedeva tempo e organizzazione; cosa che Mocenigo tentò di percorrere con la mediazione di qualche aiutante, mentre si trovava impegnato come rettore a Verona. In questi casi, le famiglie più ricche e in vista del patriziato veneziano mettevano in atto tutta la loro capacità di influenza, economica e relazionale. Anche in quell’occasione, dunque, in quella che sarebbe stata l’ultima elezione ducale della storia di Venezia, si assistette all’antico e consueto traffico di voti, con la compravendita delle preferenze e le generose promesse di incarichi pubblici e successive donazioni di denaro. L’intera città, tuttavia, fu presto ricoperta di satire e diffamazioni, libelli e pasquinate, che prendevano di mira la sfera sessuale del candidato doge Mocenigo. La magistratura veneziana dovette perciò intervenire una seconda volta contro di lui, intimandogli di cessare la pratica del “broglio” e sequestrando gran parte del materiale diffamatorio, allegato agli atti: cosa che ci ha permesso, tra l’altro, di conoscere oggi la sua storia. Al di là dei temi classici della degradazione morale e politica, del portare in pubblico i “vizi” privati, la vicenda di Sebastiano Mocenigo mi pare interessante proprio laddove dà conto dell’esistenza di spazi “altri”, rispetto a quelli difesi dalla morale sessuale dominante: spazi non già oggetto di rivendicazioni pubbliche, ma chiaramente identificati sia dai suoi detrattori sia dai suoi estensori. Spazi, in definitiva, rivelatori di una “libertà libertina”, che diventava problematica proprio nel momento in cui abbandonava l’oscurità nella quale era costretta e, una volta resa pubblica, lasciava tracce di sé talvolta indelebili, come nel caso di Mocenigo, destinato a essere ricordato come un “doge infame”.

Tommaso Scaramella ha conseguito il dottorato in Storia Culture Civiltà all’Università di Bologna. È assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona. Tra i suoi interessi, la storia della sessualità in età moderna.

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