“Un continente in rivolta. L’America Latina tra protesta e speranza” di Lucia Capuzzi

Dott.ssa Lucia Capuzzi, Lei è autrice del libro Un continente in rivolta. L’America Latina tra protesta e speranza edito da Vita e Pensiero. Il continente sudamericano è scosso da un’ondata di rivolte che nemmeno la pandemia è riuscita a disinnescare; dal Cile alla Bolivia, dalla Colombia al Nicaragua, al Brasile, il malcontento occupa le piazze: quali sono le ragioni della protesta?
Un continente in rivolta. L’America Latina tra protesta e speranza, Lucia CapuzziL’ondata di proteste che scuote l’America Latina nel corso del 2019 e che continua ad agitare il Continente ha coinciso con la fine di un’epoca – quella delle difficili democratizzazioni – e, soprattutto, l’esaurimento di un modello, basato sull’esportazione di materie prime. Rispetto agli anni Ottanta, i passi avanti sono innegabili. Il Continente ha costruito sistemi istituzionali basati sull’alternanza, ha messo in ordine i principali indicatori macroeconomici e, grazie al boom dei prezzi delle materie prime dei primi anni Duemila, ha attuato strategie nazionali per ridurre, almeno un po’, la feroce diseguaglianza. È rimasto, però, prigioniero di quella che gli esperti chiamano la “trappola del reddito medio”. Ovvero non ha completato la transizione verso un sistema produttivo differenziato e ad alto valore aggiunto, in grado di soddisfare le legittime aspirazioni, in termini di lavoro e servizi, di quanti sono usciti dalla povertà grazie alle politiche redistributive di inizio secolo. Procrastinando, così, all’infinito la promessa di far entrare questi ultimi a pieno titolo nella classe media. La politologa spagnola Anna Ayuso lo definisce “dramma delle aspettative frustrate”: quando i poveri smettono di esserlo, non vogliono riprecipitare nella miseria; hanno altre aspirazioni e si sentono ingannati dal sistema. Da qui il malcontento latente, che ha trasformato rivendicazioni banali – emblematico il citato caso cileno dell’aumento di quattro centesimi del biglietto della metropolitana – in rivolte anti-establishment.

Quali rivendicazioni segnano le proteste nei paesi latinoamericani?
Le proteste sono esplose al termine del lungo triennio elettorale 2017-2019, in cui si sono susseguite quindici consultazioni presidenziali. Il risultato è stato uno scenario molto più frammentato rispetto al passato. Ovunque ha prevalso il “voto di castigo” contro la maggioranza al potere, di qualunque colore fosse: questa è stata confermata solo in Costarica e in Paraguay. Casi a parte sono Venezuela, Honduras e Bolivia (2019), dove la trasparenza del processo di consultazione è stata duramente contestata. Ai vertici, dunque, attualmente risulta insediata una pluralità di leader di differente orientamento, nonché stile politico, in grado di coprire tutto lo spettro di opzioni. Molti di loro, poi,, possono contare su uno scarso appoggio parlamentare. Fatto che non solo impedisce la realizzazione di programmi di ampio respiro, ma favorisce il proliferare di “conflitti istituzionali”.

Agli occhi dei cittadini si rafforza, dunque, l’idea che i governi agiscano nell’interesse di una casta minoritaria.

L’attuale esplosione sociale è frutto di decenni di richieste ignorate da parte delle élites che ora pagano il prezzo del disinteresse. È un fenomeno continentale. Secondo gli studi di Latinobarómetro, progetto pionieristico di rilevazione sociale, dietro gli slogan della protesta, fra loro diversi, “emerge la stessa domanda di maggiore democrazia. Ovvero che questa funzioni per tutti e non solo per una minoranza privilegiata. Il 70 per cento dei latinoamericani ritiene che si governi sono nell’interesse di quest’ultima. E il 45 per cento si sente discriminata. Sono loro i protagonisti della rivolta”. In particolare i più giovani: i millennials o centennials, nati dopo il 1980, sono i più attivi. In base allo stesso sondaggio, i partiti sono le istituzioni democratiche meno affidabili, con un misero 13 per cento di consenso. Non a caso, le formazioni tradizionali dell’opposizione non hanno trovato posto nelle piazze. Ottantotto milioni di cittadini registrati per votare non si sono presentati alle urne negli ultimi cinque anni.

I fattori interni si abbinano a un momento di instabilità internazionale, inclusa la grande potenze al Nord del Rio Bravo. Sulla regione, ha aleggiato tra il 2016 e il 2020 l’ingombrante ombra di Donald Trump e la sua politica ondivaga, portata avanti a colpi di tweet. Nell’affanno di demolire l’eredità di Barack Obama, il magnate-presidente ha distrutto gli appigli costruiti dopo decenni di sforzi: dal disgelo con Cuba – sponda imprescindibile con Caracas – alla pace in Colombia.

In che modo la trappola della dipendenza dall’esportazione di materie prime condiziona le economie dei paesi latinoamericani?
Nonostante il boom di inizio secolo, l’America Latina non è riuscita a mettere in discussione il modello estrattivista, basato su un’alta dipendenza dalle risorse naturali destinate all’esportazione, con una bassissima fase di trasformazione locale. Oltre che predatorio, si tratta di un assetto produttivo inefficiente. Poiché dipende dalle fluttuazioni – continue e imprevedibili – dei prezzi internazionali delle commodities. Sono stati gli altissimi valori di soia, mais, minerali, carne a far crescere i Pil regionali ad un ritmo intorno al 4 per cento tra il 2003 e il 2013. Come il loro crollo, a partire dal 2014, ha determinato la successiva frenata. Nel frattempo, i governi in carica al tempo della fiesta non hanno saputo cogliere la congiuntura favorevole per sciogliere tre vecchi e ingarbugliatissimi nodi: la diseguaglianza feroce, l’inefficienza dei servizi pubblici, la carenza di un’infrastruttura industriale in grado di generare impieghi formali e dare un futuro degno alla metà dei latinoamericani che lavora in nero. Ora farlo diventa ben più complicato, dato il ribasso delle materie prime e la frenata della crescita che la pandemia ha trasformato in crollo.

Poiché è rivolto al mercato internazionale, infine, modello estrattivista non ha interesse di ampliare il consumo interno o di migliorare la produzione. Da qui l’insofferenza cronica dei governanti verso i miglioramenti salariali, il Welfare e le politiche redistributive. A differenza dell’Europa del Secondo dopoguerra, questi elementi non sono considerati necessari al sistema. È questa la radice forse più resistente del grande male latinoamericano: la diseguaglianza. L’indice di Gini, la principale misura della disparità di reddito e ricchezza, compreso tra 0 e 1, in America Latina è a 0,46. Questo vuol dire che è il Continente più iniquo del pianeta, pur non essendo il più povero. La diseguaglianza – che si manifesta anche nell’ambito della tutela della salute – spiega perché il Continente sia diventato l’epicentro della pandemia. Alle conseguenze sanitarie – l’elevatissima mortalità soprattutto nelle baraccopoli e aree rurali abbandonate – si somma una terribile recessione (con un calo del Pil di oltre il 9 per cento) e un drammatico aumento della povertà.

Qual è la situazione attuale del Venezuela?
Dopo la rivolta di inizio 2019, con l’irruzione sulla scena “dell’altro presidente” Juan Guaidó, Nicolás Maduro sembra aver recuperato posizioni. Con le legislative del 6 dicembre scorso – non riconosciute dall’opposizione e da buona parte della comunità internazionale -, il chavismo ha recuperato il controllo del Parlamento. Ormai nessuno fra gli analisti – perfino quanti lo davano già per “ex” – prevede un’uscita di scena di Maduro a breve termine. Per resistere, il governo ha attuato una politica simile a quella realizzata da Fidel Castro all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo dell’Urss. Di fronte all’emergenza umanitaria e all’iper-inflazione, Maduro ha avviato una dollarizzazione anarchica, con rimozione dei controlli, fino ad allora stringenti, su prezzi e cambi. Una eliminazione operata di fatto dalle autorità, senza alcuna modifica alle leggi vigenti. Il “biglietto verde” – tuttora impossibile da versare in un conto bancario – è diventato il baricentro dell’economia venezuelana. In base alle rilevazioni più recenti, il 65 per cento delle transazioni commerciali vengono effettuate in dollari e la quota cresce di settimana in settimana.

Questo ha creato un’economia duale e fortemente segregata. Il discrimine fra i due circuiti è la “moneta yankee”. Per chi ne ha disponibilità – meno del 40 per cento dei cittadini – a Caracas spuntano, giorno dopo giorno, nuovi bodegones, negozi che vendono cioccolati, caramelle e liquori importati, insieme a bar e ristoranti. Le aziende private, senza la mannaia dei “prezzi imposti”, hanno ricominciato a produrre. Seppur in punta di piedi. Il nuovo clima ha suscitato la speranza di una ripresa possibile. Dal nuovo corso è, però, escluso il 60 per cento dei venezuelani, in genere dipendenti pubblici e pensionati che ricevono il salario in bolívar. E che, per mangiare, devono sperare nei sempre più scarsi pacchi viveri del governo. O cercare di entrare nel business del dollaro vendendo beni e servizi – legali e illegali – a chi ce li ha.

La “conversione capitalista” consentirà a Maduro e entourage di sopravvivere, nel lungo periodo? Impossibile dirlo. La ripresa dell’economia è ancora troppo debole per fare previsioni. E su di essa incombe l’effetto del Covid, con esiti imprevedibili. Di certo, per il momento, il chavismo è riuscito a congelare la frana al rallentatore in atto dalla morte di Chávez. Nella maniera più impensata.

Quale futuro, a Suo avviso, per il continente sudamericano?
America Latina, la terra del perenne futuro, la definiva il poeta messicano Octavio Paz. Un’opera “in costruzione” per il connazionale Enrique Krauze. L’eroe-simbolo dell’indipendenza, il “Libertador” Simón Bolívar, era più caustico: la regione “ingovernabile”. Una profezia rinnovata dalla penna del suo romanziere più emblematico, Gabriel García Márquez, con la condanna dello zingaro Melquíades a “cent’anni di solitudine” per il Continente.

L’età dell’oro d’inizio millennio non è sopravvissuta al calo globale dei prezzi delle risorse. Con poche eccezioni, dal Rio Bravo alla Terra del Fuoco, l’America Latina ribolle. Si ripropone, dunque, la profezia di Melquíades?

Non credo. Lungi dall’essere intrappolata nel labirinto novecentesco, l’America Latina e le sue democrazie, ancora recenti, sono alle prese con la prima, reale crisi di crescita. Un percorso non lineare, difficile, estenuante, rischioso. Ma inesorabilmente in atto. Il cui esito, però, è tutt’altro che scritto. Parafrasando il gesuita cileno e santo, Alberto Hurtado, l’America Latina è ancora una missione da compiere.

Lucia Capuzzi (Cagliari 1978) è inviata del quotidiano Avvenire per l’America Latina. I suoi reportage hanno ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui il premio Luchetta (2014), il premio Colombe d’oro per la pace (2016) e il premio Parise (2018). Ha pubblicato, tra l’altro, Il giorno prima della pace (Città Nuova 2019) e Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore del pianeta (con Stefania Falasca, Emi 2019).

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