Dott. Marco Damilano, Lei è autore del libro Un atomo di verità. Il caso Moro e la fine della politica in Italia edito da Feltrinelli: in che senso la tragica scomparsa del leader democristiano ha significato la fine della politica in Italia?
Un atomo di verità. Il caso Moro e la fine della politica in Italia, Marco DamilanoHo sempre pensato che è in quel momento e in quel luogo di cui dove sono passato pochi minuti prima, come minuscolo, involontario testimone, un bambino a bordo di un pulmino che lo portava a scuola, un puntino che sfiora la grande storia, è stato in quell’angolo tra via Stresa e via Mario Fani che è finita in Italia la politica come leva privilegiata del cambiamento. Forse per questo ce lo ricordiamo tutti, come mi scrivono e mi dicono i lettori: tutti gli italiani sopra i cinquant’anni sanno dire dove si trovavano nel momento in cui seppero del rapimento di Moro. Molti, come me, erano a scuola e i genitori vennero a prenderli in classe, anche molto lontano da Roma. Dopo, è finita la Dc, è morto Berlinguer, è finito Craxi. In tutto l’Occidente si è compiuta questa trasformazione, la fine della politica dei grandi partiti, ma in Italia dove la democrazia è più giovane e più fragile, come sapeva meglio di tutti Aldo Moro, i processi sono stati più rapidi. La politica è diventata sempre di più apparenza, retorica, spettacolo, ha smesso di essere un orizzonte di senso collettivo in cui identificarsi, non ha coltivato più la speranza, ma la paura dei cittadini e la loro rabbia, generando frustrazione negli elettori, perché promette quello che non riesce più a dare. Penso che tutto sia cominciato con la morte di Moro. Per questo ho raccontato questa storia che non è un saggio, ma una viaggio fisico e temporale. Il mio modello narrativo è senza dubbio “Anatomia di un istante”, il romanzo di Javier Cercas sul tentativo di colpo di Stato spagnolo del 1981.

Che cosa ha perso l’Italia con la morte di Moro?
Ho cercato di capirlo con il mio viaggio nel tempo e nello spazio. Nel tempo, non solo tornando a quell’istante di quarant’anni fa, ma provando ad andare avanti. Dopo Moro, c’è stata la caduta del muro di Berlino, nel 1989: lui voleva superare la logica di Yalta con dieci anni di anticipo, la spartizione del mondo tra americani e sovietici, per questo forse il suo rapimento ha attratto tante ipotesi dietrologiche contrapposte. Poi c’è stata la stagione di Mani Pulite e si è compiuta la profezia di Moro in una lettera dalla prigionia delle Br: il mio sangue ricadrà su di voi. I partiti storici sono finiti. Infine, è terminata anche la cosiddetta Seconda Repubblica, con il voto del 4 marzo 2018. Con Moro l’Italia ha perso la possibilità di rinnovarsi da sola, senza interventi esterni alla politica, senza il mito delle riforme costituzionali. Io ho raccontato in modo letterario la sua assenza e la sua mancanza tramite altre figure scomparse: Sciascia, Pasolini, Craxi…

Perché i fatti del 1978 spiegano il nostro presente (e il nostro futuro)?
Il 1978, scrivo nel libro, è stato l’anno di mezzo tra il ’68 e l’89, tra la rivoluzione dei giovani in Occidente, la contestazione (e la primavera di Praga schiacciata dai carri armati sovietici) e la caduta del muro di Berlino. Tra la tv in bianco e nero e la tv a colori: è nel ’78 che Berlusconi apre Tele Milano. È stato l’anno che fa da spartiacque della generazione degli attuali quarantenni-cinquantenni che crescerà tra il prima e il dopo: il tutto della politica – gli ideali e il sangue – e il suo nulla. La trasformazione della politica, da orizzonte di senso a narcisismo e nichilismo. Il rapimento e l’omicidio di Moro è l’evento fondamentale. Lui che aveva indicato una strada difficile, tortuosa, rischiosa per uscire dalla crisi della democrazia che avvertiva come un dramma. E aveva ragione.

Il titolo del Suo libro riecheggia una frase di Aldo Moro: il leader DC è stato vittima di una congiura della falsità?
La frase è in una lettera al deputato dc Riccardo Misasi: «Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente». La verità cui si riferiva Moro è più ampia di quella giudiziaria. Non credo a una congiura, penso che ogni attore in gioco si è mosso per impedire o ostacolare la salvezza di Moro. «Due società di segno opposto, entrambe clandestine, unite da un mostruoso rapporto speculare, immagino che si combattano nel nostro paese senza incontrarsi mai. Le vedo, qualche volta, quando s’incontrano, spargere inchiostro come due seppie che si dissolvano in una grande e unica macchia scura», scrisse il critico Cesare Garboli, così sconvolto dalla tragedia di quei 55 giorni da lasciare Roma per sempre. Le due società erano le Br e la loggia massonica P2 che monopolizzava il comitato di crisi costituito al Viminale. Ma la verità cui fa riferimento Moro è un’altra. È la capacità dei partiti e della politica di offrire al Paese una visione, un progetto, un percorso che passa per la verità delle cose. Questa verità per la politica dopo Moro è sempre mancata. È successo che partiti nuovi e leader giovani prendessero milioni di voti, ma non avendo neppure un atomo di verità, come diceva Moro, si sono in ogni caso condannati alla sconfitta.

A distanza di 40 anni dall’omicidio di Aldo Moro, cosa resta ancora da chiarire?
Oggi possiamo dire che la versione delle Br, codificata nel memoriale di Valerio Morucci alla fine degli anni Ottanta, è quasi interamente messa in discussione. Tra le novità contenute nella relazione finale della commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Giuseppe Fioroni c’è l’individuazione di un condominio in via Massimi 91, a pochi metri da via Mario Fani luogo della strage. Un palazzo appartenente alla banca vaticana Ior, in cui vivevano alti prelati, spie della Cia, informatori libici, esponenti extraparlamentari, «Il complesso, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista», si legge nella relazione della commissione che ipotizza che lì potrebbe essere stato portato Moro dopo la strage e che appena pochi mesi dopo lì trovò rifugio il latitante Prospero Gallinari. La versione delle Br è interamente smentita. Sarà riaperta l’inchiesta? Non so, di certo non c’è ancora verità e giustizia per Moro e per Leonardi, Ricci, Iozzino, Rivera, Zizzi, per le loro famiglie, per un Paese disposto a rimuovere una ferita che invece ancora continua a sanguinare.

Quanto è viva nel nostro Paese la memoria dello statista democristiano?
A Moro sono state dedicate strade, piazze, scuole, biblioteche. Eppure la memoria continua a essere assente. Sono stato a Maglie, la sua città natale nel Salento, e colpisce il monumento davanti alla casa in cui visse i primi anni, con la copia dell’Unità sottobraccio, esattamente come lo raffiguravano i suoi nemici a destra: un catto-comunista, un comunista mascherato. Un altro esempio di scarsa memoria era stata finora la lapide di via Mario Fani, nel punto della strage. Un luogo, aveva scritto Giuseppe D’Avanzo, senza storia. Forse per questo, alla vigilia del quarantesimo anniversario della strage, sono tornati in quel punto i tecnici e gli operai, per inaugurare un monumento che nelle intenzioni vorrebbe tramandare alle nuove generazioni, nel nuovo secolo, cosa successe in quel luogo, perché caddero e morirono Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, quella mattina che fu rapito Aldo Moro. Ci sono voluti quarant’anni perché lo Stato si decidesse a ricordarli come meritavano. A questa dimenticanza e rimozione sfuggono per fortuna associazioni, movimenti, centri di documentazione locale. Io credo che Aldo Moro vada liberato dal “caso Moro” e dai suoi misteri, in cui è stato rinchiuso per la seconda volta in questi quarant’anni. Aldo Moro va restituito alla sua dignità di persona e di politico, che ha molto da dire sull’oggi.

Quale eredità ha lasciato al nostro Paese Aldo Moro?
Mi viene in mente, e viene a volte citato in questi giorni, l’ultimo discorso di Moro da persona libera, il 28 febbraio 1978. Doveva trascinare l’intero gruppo parlamentare della Dc ad accettare una maggioranza condivisa per la prima volta con il Pci, non sapeva neppure se intervenire, alla fine accettò di parlare e fece il discorso più importante della sua vita. Partì non dalle dinamiche di Palazzo, ma da quella che chiamava «l’emergenza reale che è nella nostra società», la realtà. «Io credo alla emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico sociale. Credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia, che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale. C’è la crisi dell’ordine democratico, crisi latente, con alcune punte acute. Il dato serpeggiante del rifiuto dell’autorità, il rifiuto del vincolo, la deformazione della libertà che non sa accettare né vincoli né solidarietà. Immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica della opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo…». E aveva concluso: «Se non avessimo saputo cambiare la nostra posizione quando era venuto il momento di farlo, noi non avremmo tenuto, malgrado tutto, per più di trent’anni la gestione della vita del Paese. È la nostra flessibilità, più che il nostro potere, che ha salvato fin qui la democrazia italiana…». Credo che questa sia l’eredità principale di Moro, e che la più tradita. Il metodo del dialogo e dell’ascolto. L’intelligenza che è il contrario delle forzature, i bracci di ferro, gli scontri, il linguaggio bellico di cui abusa la politica di oggi, nel «Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili» che resta una delle definizioni più belle del nostro sistema democratico. È un’eredità fuori moda in questa stagione di politica semplificata. Eppure Moro è ancora qui, con le sue parole, le sue lettere, i suoi pensieri, il suo essere «punto irriducibile di contestazione e di alternativa», come aveva scritto in una lettera. Io ho provato a raccontarlo e a raccontare quanto ci sia di quell’eredità di finito e di quanto ci sia di ancora vivo, in tutti noi. Un atomo di verità.