Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana, Marco LabbateDott. Marco Labbate, Lei è autore del libro Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana edito da Pacini: quando nasce l’espressione «obiezione di coscienza»?
Possiamo dire che nella prima metà del Novecento la troviamo attestata sui vocabolari. È un calco dall’inglese. E questo ci dice qualcosa sull’origine di questa espressione all’interno del mondo anglosassone protestante. Ma il suo diventare patrimonio comune è una vicenda più articolata. Il dibattito su un’opposizione al servizio militare è presente in alcune riviste già nell’Italia liberale, soprattutto in quegli ambienti in cui si diffonde il pensiero di Tolstoj. Durante la prima guerra mondiale abbiamo alcuni giovani che rifiutano il servizio militare per motivi di coscienza (per approfondire tutti questi aspetti potete rivolgervi al testo di Andrea Filippini, L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, che copre proprio il periodo storico antecedente a quello che io affronto). Tuttavia non ho mai riscontrato in questa letteratura di inizio secolo l’utilizzo dell’espressione «obiezione di coscienza», né chi si appella alla sua coscienza per motivare il rifiuto a prestare il servizio militare si presenta come obiettore. Lo stesso Capitini, una delle figure fondamentali nella lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, quando negli Elementi di un’esperienza religiosa descrive un’azione del tutto sovrapponibile a un’obiezione, non utilizza questa espressione, ma «non collaborazione al male». Può esserci indubbiamente un’accortezza determinata dalla censura fascista (il libro esce nel 1937), ma è comunque assente in Italia una familiarità con questa espressione, almeno fino al secondo dopoguerra. Indubbiamente il militarismo fascismo e la censura del regime contribuiscono ad arrestarne la circolazione. Tuttavia non si tratta di una formula ignota. La prima volta che l’ho trovata in un documento della cultura pacifista è in una lettera all’aviatore Giancarlo Dupuis, scritta nel 1941 da Primo Mazzolari. Si tratta di un testo pensato per una divulgazione limitata, segno che il suo significato era comunque noto. Perché cessi di essere una formula «esotica», come la definisce Guido Ceronetti in una lettera a Capitini, l’obiezione di coscienza necessita però del nuovo contesto democratico e di un obiettore che conferisca al proprio gesto un rilievo pubblico.

Chi è stato il primo obiettore di coscienza italiano?
Potremmo dividere questa risposta su piani diversi. Vi è un rifiuto del servizio militare che affonda le sue radici nel cristianesimo, fin dai tempi dell’impero romano, motivato sia dal rifiuto del dominio pagano imperiale, sia dall’adesione al precetto evangelico del «non uccidere». L’esempio più famoso è quello di Massimiliano di Tebessa, che oggi la Chiesa venera come patrono degli obiettori. Si sono conservati fino a noi gli atti del processo tenuto dal proconsole Dione, che ci lasciano un’importante testimonianza. Non si tratta di un comportamento univoco all’interno delle comunità cristiane. Soprattutto dopo gli editti di Costantino e Teodosio, non solo sempre più cristiani partecipano all’esercito, ma il linguaggio bellico entra nella predicazione cristiana. Tuttavia il «non uccidere», l’amore per il prossimo continuano a essere elementi centrali del messaggio evangelico e in alcuni momenti prorompono: ad esempio nel rifiuto dei terziari francescani nella piazza dell’Arengo di Rimini, che nel 1221 si astengono dal giuramento al podestà, proprio per evitare di impugnare le armi. Questo filone nonviolento avrebbe trovato un terreno fertile in alcuni ambiti radicali del riformismo protestante. Se invece ci concentriamo sul nostro secolo, le prime obiezioni di coscienza si verificano durante la prima guerra mondiale: Luigi Luè, Giovanni Gagliardi, Remigio Cuminetti, sono i nomi più noti. Durante il fascismo i casi di obiezione di coscienza si verificano solo tra i testimoni di Geova. Tuttavia un filosofo, assistente di Armando Carlini alla Normale di Pisa, avrebbe abbandonato l’Italia proprio come atto di disobbedienza nei confronti della coscrizione obbligatoria. Claudio Baglietto sarebbe morto esule a Basilea. Se però consideriamo il forte legame con Aldo Capitini, possiamo affermare che il gesto lascia un’eredità importante. Nell’Italia repubblicana i primi obiettori sono Rodrigo Castiello, pentecostale, ed Enrico Ceroni, testimone di Geova. Ma è Pietro Pinna, probabilmente, il primo a utilizzare l’espressione “obiettore di coscienza” per identificare il proprio rifiuto di prestare il servizio militare. Sicuramente è il primo a socializzarlo, trasformandolo da atto privato a pubblico.

Come veniva sanzionato il rifiuto di prestare servizio militare?
L’obiezione di coscienza non era nemmeno prevista come reato nel codice penale militare. Veniva dunque ritualizzata in un’altra fattispecie riconosciuta, quella di disobbedienza: dopo che l’obiettore aveva manifestato il suo rifiuto erano convocati due testimoni, mentre il superiore impartiva per tre volte l’ordine di impugnare il fucile o indossare la divisa. Si trattava di una messa in scena, necessaria per istruire il processo. Per l’obiettore, la condanna non esauriva le traversie. Scontata la pena, riceveva una nuova cartolina precetto, alla quale seguiva un nuovo processo, una nuova sanzione, e così via, fino a che non veniva riformato per un guaio fisico, cagionatogli dalle detenzioni nelle prigioni militari, o inventato da un medico compiacente. In alternativa veniva licenziato con una umiliante perizia psichiatrica, che ne decretava l’infermità mentale. Solitamente, quando le obiezioni diventavano un caso pubblico, dopo aver comminato loro una o due sanzioni, i comandi militari tendevano a liberarsi dell’obiettore per spegnere i riflettori. Per i più remissivi testimoni di Geova il trattamento era più duro. Alcuni avrebbero trascorso la loro giovinezza tra l’attesa della cartolina precetto e il carcere: Benito Ardito, ad esempio avrebbe scontato complessivamente otto anni di carcere, mentre Giuseppe Timoncini per ben sei volte si sarebbe trovato di fronte a una corte militare per essere giudicato.

In quale contesto socioculturale, politico e religioso matura e si sviluppa l’obiezione di coscienza al servizio militare?
Dobbiamo ricordare che la riflessione sul riconoscimento dell’obiezione di coscienza incrocia un venticinquennio della storia della nostra Repubblica. E rappresenta un angolo dal quale è possibile, a mio avviso, comprendere alcuni elementi delle trasformazioni paese e delle evoluzioni delle sue principali culture politiche. Si imbatte nelle resistenze di normative illiberali, permase nel nostro ordinamento. Pensiamo che ancora negli anni Sessanta che per questa intervista, che pubblichiamo sul vostro sito, io e il vostro direttore responsabile saremmo potuti essere incriminati. È quello che accade a padre Ernesto Balducci e Leonardo Pinzauti, direttore responsabile del «Giornale del mattino» nel 1963: la colpa risiedeva in un’intervista al sacerdote nella quale egli aveva asserito che gli obiettori, per il loro sacrificio, meritavano «silenziosa ammirazione». Riunioni, convegni, articoli che trattano dell’obiezione di coscienza sono dunque rigorosamente attenzionati dallo Stato. Per lo storico di oggi è una fortuna perché dai materiali del ministero dell’Interno si possono comprendere molte cose della mentalità degli apparati di allora, ma gli obiettori e i movimenti che diffondevano l’idea, furono costretti a muoversi tra le maglie strette di una libertà condizionata, dove rischiavano di incorrere nell’apologia di reato. Al tempo stesso il lungo percorso compiuto dall’obiezione di coscienza appare particolarmente recettivo dei mutamenti che hanno attraversato il Paese: interseca la guerra fredda, la repressione che segue la guerra di Corea, la grande rivoluzione cattolica del Concilio Vaticano II, le aperture del centro-sinistra, i movimenti giovanili del 1968. E risente di queste cesure. Si tratta dunque di un contesto variegato, ma che muove lentamente verso la progressiva apertura della società e della politica ai diritti civili, alla quale la lotta degli obiettori partecipa. Anche in questo caso permettetemi di consigliarvi un libro capitale nella storia dei movimenti pacifisti italiani che illustra molto bene i contesti: Fiori nei cannoni di Amoreno Martellini.

Chi sono stati i protagonisti della lotta, durata oltre 25 anni, per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza?
Tanti. Innanzitutto gli obiettori. Quelli che fecero della loro obiezione un caso, come Pietro Pinna, Elevoine Santi, Pietro Ferrua, Giovanni Gozzini, Fabrizio Fabbrini, Enzo Bellettato, Alberto Trevisan, Roberto Cicciomessere. Erano libertari, cattolici, anarchici, radicali. Ma anche coloro che obiettavano, rimanendo nascosti: fino al riconoscimento della legge nel 1972, su un totale di 706 obiettori, 622 erano testimoni di Geova. Pur se restii a qualsiasi divulgazione, soltanto con la loro esistenza hanno permesso che l’istanza rimanesse una questione viva e non una mera opzione teorica. Accanto agli obiettori possiamo ricordare i movimenti che li hanno supportati nella detenzione e nella diffusione del loro gesto. Figura centrale è Aldo Capitini. Nei primi anni, radunando un piccolo gruppo di attivisti, tra cui Edmondo Marcucci e Guido Ceronetti, sostenne quasi da solo il peso della divulgazione dell’obiezione di coscienza. Dopo la marcia Perugia-Assisi fondò il Movimento nonviolento per la pace. Con l’aiuto di Pietro Pinna, divenuto un suo collaboratore, ne avrebbe fatto il principale punto di riferimento della nonviolenza italiana. Non possiamo poi dimenticare gli avvocati che difesero gli obiettori, su tutti Bruno Segre e Sandro Canestrini. Né i deputati che tentarono, spesso invano, talvolta isolati nel loro stesso partito, di far approvare una legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza: Ernesto Caporali, Umberto Calosso, Igino Giordani, Lelio Basso, Nicola Pistelli, Luigi Anderlini, Luciano Paolicchi, Carlo Fracanzani, Stefano Servadei e Giovanni Marcora, che avrebbe dato il nome alla contestata legge 772. Tra i protagonisti dobbiamo poi collocare quelle coraggiose esperienze di Chiesa che di fronte al pericolo atomico, proposero una revisione della dottrina della guerra giusta. La coraggiosa testimonianza di don Mazzolari e di padre Balducci furono passaggi fondamentali nella legittimazione dell’obiezione di coscienza all’interno della Chiesa. E lo fu, in seguito, la mobilitazione di Pax Christi, guidata da Luigi Bettazzi. Le lettere di don MIlani a cappellani e giudici militari rappresentarono per risonanza un unicum: fornirono un lessico che gli obiettori avrebbero fato proprio. Vi sono infine i movimenti antimilitaristi nonviolenti nati alla fine degli anni Sessanta, che ebbero nel Partito radicale e in Marco Pannella una leadership, a tratti ingombrante, ma decisiva. Da un lato infatti il Partito radicale avrebbe trasformato la mobilitazione per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza in una rivendicazione di massa. Con il digiuno iniziato nell’ottobre del 1972 Pannella sarebbe riuscito a imporre la legge al Parlamento italiano. Ma difficilmente avrebbe potuto conseguire questo successo, se non avesse avuto alle spalle queste altre figure.

Come si diffuse la scelta dell’obiezione nell’ambito della contestazione?
L’obiezione partecipò alla temperie culturale del Sessantotto. E fu influenzata dal vento globale che questo portava con sé. Pur se non ebbe i risvolti drammatici che conobbe negli Stati Uniti, dove si confrontava con il concreto timore di uccidere ed essere uccisi, tuttavia intersecò nelle riflessioni degli obiettori il conflitto nel Vietnam. L’esercito fu assunto assieme alla scuola, alla famiglia e alla fabbrica tra le istituzioni autoritarie da combattere. Gli obiettori adattarono il loro linguaggio al nuovo tempo: l’accezione più spirituale, dove prevalevano le considerazioni filosofiche, morali e religiose in rapporto alla nuova era atomica, veniva sostituita da un discorso più politico, ispirato al linguaggio incalzante di don Milani e agli slogan dell’antimilitarismo di inizio Novecento, che l’anarchismo non aveva mai accantonato. Nei ciclostilati della contestazione il «Non un uomo, né un soldo per l’esercito dei padroni» sarebbe tornato a risuonare. L’esercito venne presentato come il mezzo coercitivo utilizzato dallo Stato per mutare antropologicamente gli individui in automi obbedienti, e, al tempo stesso, lo strumento utilizzato per reprimere la lotta di classe, alla quale gli obiettori si sentivano partecipi. Le stesse marce della pace diventarono manifestazioni antimilitariste. Al tempo stesso l’obiezione cessava di essere atto individuale, trasformandosi in un momento collettivo. Le dichiarazioni venivano stese da gruppi di obiettori che le sottoscrivevano congiuntamente. Non sarebbero mai stati troppo numerosi, ma esprimevano un mutamento di mentalità, dove l’appartenenza comunitaria prevaleva sul gesto individuale.

Quando e come si giunse al riconoscimento legislativo dell’obiezione di coscienza al servizio militare?
Ci si arrivò il 14 dicembre 1972. Da un lato lo Stato maggiore aveva dato il suo assenso a una legge che prevedesse un limitato riconoscimento degli obiettori. Il Partito radicale guidato da Marco Pannella diede la spinta decisiva: per ottenere il riconoscimento egli avviò un lungo digiuno assieme ad Alberto Gardin, suscitando una vasta eco internazionale, che mobilitò intellettuali di primo piano e ben tre premi Nobel. Pannella pose come condizione alla fine del digiuno la definizione di un calendario parlamentare molto serrato, in modo che la legge giungesse in porto entro Natale. Tuttavia l’obiezione di coscienza non entrò nell’ordinamento italiano come un diritto, ma come una concessione. Il suo riconoscimento era sottoposto a molti vincoli, a partire da una durata del servizio civile maggiorata rispetto a quello militare e la sottoposizione delle motivazioni dell’obiettore al giudizio di una commissione. Non a caso movimenti antimilitaristi e obiettori avrebbero riesumato l’epiteto di «legge truffa», utilizzato con successo nella propaganda delle opposizioni contro la riforma elettorale varata da De Gasperi nel 1953. La lotta non finiva dunque con il parziale riconoscimento di un servizio civile: sarebbe proseguita fino alla sua parificazione col servizio militare.

Marco Labbate è nato nel 1984 a San Donà di Piave. Laureato in scienze politiche e in lettere moderne, nel 2016 ha conseguito un dottorato in Storia dei partiti e movimenti politici. È assistente presso gli insegnamenti di storia contemporanea e di storia dei partiti e dei sistemi politici all’Università di Urbino. È inoltre vice-direttore scientifico dell’Istituto di Storia Contemporanea di Pesaro e membro del direttivo dell’Istituto Storia Marche. Collabora con il Centro Studi Sereno Regis e con le riviste «La Ricerca» e «Storia e problemi contemporanei». Con Ediesse ha pubblicato il libro Là sotto nell’inferno. Da Pesaro a Marcinelle.

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