“Umani da sei milioni di anni. L’evoluzione della nostra specie” di Gianfranco Biondi e Olga Rickards

Intervista a Gianfranco Biondi (già Università di Torino e dell’Aquila) e Olga Rickards (Università di Roma Tor Vergata), autori del libro Umani da sei milioni di anni. L’evoluzione della nostra specie edito da Carocci.

Umani da sei milioni di anni. L’evoluzione della nostra specie, Gianfranco Biondi, Olga RickardsPerché l’Homo sapiens non è suddivisibile in razze?
Fino a qualche decennio fa il concetto di “razza” umana è stato un pa­radigma dell’antropologia e gli studiosi lo hanno accettato acriticamen­te, convinti che le differenze morfologiche esistenti tra le popolazioni umane esprimessero le loro diverse storie evolutive. Si pensava, cioè, che le popolazioni che non presentavano il medesimo colore della pelle o la stessa forma dei capelli non avessero condiviso neppure un antenato comune, mentre quelle simili nel sembiante esteriore avessero partecipa­to all’identica linea filogenetica discendendo dallo stesso avo. Ma la morfologia può essere ingannevole perché esprime il condizionamento che l’ambiente esercita sull’espressione del genoma. La morfologia rende conto alla perfezione degli habitat in cui le comunità umane hanno speso le loro esistenze, ma è muta per quanto riguarda le indicazioni sulle loro ascendenze o discendenze.

La prima critica scientifica al concetto di “razza” è stata avanzata a metà degli anni sessanta del secolo scorso dal genetista Luigi Luca Ca­valli-Sforza e dal matematico Anthony William Fairbank Edwards. I due studiosi hanno confrontato i rapporti di parentela tra le popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia e dell’Europa, e hanno trovato che la filogenesi basata sui tratti morfologici era del tutto diversa da quella costruita sui caratteri genetici. Nel primo caso l’albero è risultato diviso in due rami principali: formati l’uno dagli africani e dagli australiani e l’altro dagli asiatici e dagli europei; mentre la genetica ha evidenziato un diverso rapporto di somiglianza: africani ed europei da una parte e asia­tici e australiani dall’altra. La seconda configurazione è stata quella che meglio si è adattata ai tempi delle divergenze perché i gruppi che hanno colonizzato l’Oriente sono migrati fuori dall’Africa un poco prima di quelli che si sono spinti verso il continente europeo.

Successivamente, nei primi anni settanta del secolo passato, il genetista Richard Lewontin ha dimostrato empiricamente come l’H. sapiens non possa essere suddiviso in categorie sottospecifiche rigide, cioè in “razze”, dato che l’85-95% della variazione genetica totale della specie si riscontra all’interno di ogni singola popolazione e solo il rimanente 5-15% permette di differenziare un gruppo dall’altro. Vale a dire che due individui scelti a caso in comunità diverse sono solo di poco più varia­bili geneticamente rispetto ad altri due provenienti dalla medesima co­munità.

La confutazione finale del concetto di “razza” nell’uomo è stata for­nita dalla scoperta dell’origine unica, recente e africana dell’H. sapiens, perché i 200.000 anni trascorsi dalla divergenza dall’H. ergaster non sono bastati per accumulare una variazione genetica tale da consentire la suddivisione della specie in “razze”. Questo non vuole misconoscere che le popolazioni siano tra loro diverse biologicamente – e spesso anche molto differenti – quanto che i raggruppamenti “razziali” classici non permettano la ricostruzione della loro storia filogenetica, vale a dire le relazioni antenato-discendente. Ecco il punto di fondo: la suddivisione dei viventi in classi tassonomiche serve per risalire ai loro rapporti di parentela, cioè chi siano i progenitori e chi gli eredi, e proprio in ciò il concetto di “razza” si è dimostrato inadeguato. La nozione di “razza” in biologia umana consente al più di tracciare la storia ecologica della no­stra specie, mai la nostra evoluzione: quindi è tassonomicamente errata. Questo è il senso dell’affermazione che le “razze” umane non esistono. L’unità degli uomini moderni, così come l’abbiamo ricavata dall’analisi del nostro genoma, è una realtà biologica – le cui radici sono prossime nel tempo e affondate nel continente africano – e non già un’astrazione dell’ideologia costruita da pensatori politicamente corretti. Essa appar­tiene all’ordine dei fatti scientifici e la sua asserzione non ha presa alcu­na sui problemi sollevati dal razzismo, che rientrano nella sociologia, nella psicologia, nella giurisprudenza, nella politica e in quant’altro, ma che sono estranei alle questioni scientifiche.

Relativamente al colorito cutaneo, le più recenti evidenze genetiche hanno dimostrato che i geni, e le rispettive varianti, deputati a determinare i colori chiaro e scuro, sono condivisi da tutte le popolazioni e che si sono originati nella linea evolutiva umana circa 300.000 anni fa e quindi prima della nascita della nostra specie.
L’umanità attuale appartiene alla specie Homo sapiens e non è scomponibile in “razze”.

Quando nasce e come si sviluppa il genere Homo?
Due milioni e mezzo di anni fa dal cespuglio australopiteci-keniantropo si è originato il genere Homo, il quale, come gli ominini (la sottofamiglia zoologica che comprende noi e i nostri antenati) a lui contemporanei o che lo hanno preceduto, ha avuto i natali in Africa: il continente culla e nutrice dell’umanità. In realtà, la recente scoperta a Ledi-Geraru, nell’A­far etiopico, di una mandibola adulta con ancora inseriti alcuni denti ha spostato l’origine del nostro genere a circa 2,8 milioni di anni fa e la sua anatomo-morfologia, in parte primitiva – la regione mentoniera arro­tondata – e in parte derivata – i molari più stretti, il terzo molare più piccolo e l’osso mascellare di diversa morfologia rispetto al genere Au­stralopithecus –, ha convinto gli scienziati a considerare il fossile come un ponte tra Homo e i suoi antenati australopitecini.

L’allungamento degli arti inferiori gli ha garantito una corporatura più slanciata rispetto agli australopiteci, che avrebbero pesato il doppio se avessero raggiunto la sua statura media: circa 175 centimetri. Inoltre, il suo dimorfismo sessuale era decisamente modesto, forse perché c’era poca competizione tra i maschi per accoppiarsi. Un comportamento, questo, che si riscontra negli scimpanzé, caratterizzati appunto da taglie più o meno simili nei maschi e nelle femmine; mentre i gorilla maschi, che devono sostenere lotte violente per garantirsi il controllo sulle fem­mine, pesano quasi il doppio delle loro compagne. L’apparato mastica­tore di Homo ha subito una radicale modificazione, con la riduzione dei denti molari e premolari, senza dubbio in conseguenza del cambio di nicchia trofica divenuta a regime alimentare onnivoro per la maggiore importanza assunta dall’apporto di carne, compresa la cottura dei cibi conseguente la scoperta del fuoco. Questa mutazione nella dieta si è tradotta in una più alta disponibilità di energia, che ha reso possibili le profonde alterazioni che hanno interessato prevalentemente il cervello.

L’encefalo di Homo è cresciuto dai circa 600 centimetri cubici delle sue prime specie ai 1.350-1.550 delle sue ultime forme: noi umanità sapiente e i neandertaliani. Ciò che però è particolarmente interessante notare è che un così vistoso sviluppo non si è realizzato nell’ambito di un aumento altrettanto imponente della massa corporea. Nel resto del mondo animale il volume del cervello è in corrispondenza lineare con la taglia: più grande è l’animale più grande è il suo cervello. Nel genere Homo, invece, questo vincolo è stato superato e nell’umanità attuale il cervello è tre volte più grande di quello che avrebbe un altro primate con una taglia simile alla sua. Ma la cosa decisamente più importante è che il nostro cervello dif­ferisce da quello degli altri primati, e in particolare da quello delle altre scimmie antropomorfe (le asiatiche gibbone, siamango e orango; e le africane gorilla e scimpanzé), nelle proporzioni delle parti che lo costituiscono. I lobi frontali e parietali sono andati incontro a un maggiore sviluppo, che ha permesso di ampliare a dismisura le funzioni che riguardano il pensiero simbolico e computazionale. Mentre altre funzioni, come le olfattive che occupano la parte posteriore del cervello, si sono ridotte. A questo propo­sito si rammenti che nella corteccia prefrontale dell’emisfero di sinistra è localizzata l’area di Broca e nella parte posteriore di quella parietale l’area di Wernicke, entrambe associate al linguaggio: con la prima che ne regola l’articolazione e la seconda la percezione.

Il genere Homo non è stato innovativo solo nei suoi tratti biologici. In esso si è realizzato anche un poderoso sviluppo della cultura e spe­cialmente della sua componente tecnologica, che gli ha consentito di conoscere la pietra e realizzare in essa manufatti capaci di migliorare il suo tenore di vita e sfidare il tempo. Infatti, l’uso di strumenti per procurasi un’alimentazione ad alto valo­re energetico, come sono la carne e il midollo delle ossa, ha certamente avuto importanti implicazioni a livello evolutivo. E non solo per quanto riguarda i tratti anatomo-morfologici degli individui ma anche quelli comportamentali, relativi cioè all’aumento dell’interazione sociale indi­spensabile per programmare e organizzare la caccia agli animali di grossa taglia e notevole pericolosità.

All’interno dei primati viventi, la nostra specie è unica per l’assoluta mancanza della pelliccia. Limitiamo l’analisi comparativa con i soli primati non umani più simili a noi, gli scimpanzé, perché è la più informativa per comprendere il percorso evolutivo che ci ha resi particolari: una scimmia nuda, come indicava il titolo del libro di Desmond Morris pubblicato nel 1967. Verosimilmente, il passaggio nel modo di spostarsi nel terri­torio dal modello misto, basato sull’andatura a terra unita alla capacità di arrampicarsi sugli alberi proprio degli scimpanzé, a quello nostro di esclusiva andatura a terra ha comportato un aumento dello sforzo lega­to alla deambulazione. Quindi, a un aumento del lavoro per praticarla e conseguentemente a una eccessiva produzione di calore, che il corpo deve disperdere per impedire che la temperatura superi i 40°C. Oltre questo valore infatti il nostro cervello, così come gli altri organi, inizia ad accusare sofferenza. Il principale meccanismo deputato a non far cre­scere la temperatura corporea è l’evaporazione del sudore, che la presenza di una folta pelliccia ostacolerebbe. La perdita del pelo e l’aumento della densità delle ghiandole sudorifere hanno rappresentato un indub­bio vantaggio selettivo durante la nostra evoluzione: un processo che si è realizzato per circa 4 milioni di anni solo nel continente africano, già di per sé piuttosto caldo. Dobbiamo però rammentare che le più antiche forme ominine, dall’orrorin agli australopiteci e parantropi, presentava­no soprattutto nell’anatomia delle mani e dei piedi alcuni tratti che han­no fatto supporre che il loro modello deambulatorio non fosse troppo dissimile da quello delle antropomorfe africane a noi più vicine. E per­tanto che quegli ominini non avessero ancora perduto completamente il manto peloso. Il raggiungimento del modo di muoversi moderno, cioè esclusivamente sul terreno, appare fissato nel record fossile ominino solo attorno a 1,5 milioni di anni fa, ovvero poco dopo l’inizio della storia evolutiva del nostro genere Homo. Possiamo così supporre che a quella data la perdita della pelliccia fosse ormai acquisita.

Quali sono state le prime fasi dell’ominazione?
Il paradigma che ha governato il lavoro degli antropologi fin oltre la pri­ma metà dello scorso secolo era incentrato sulla convinzione che a inne­scare il processo evolutivo verso l’umanizzazione fosse stato lo sviluppo dell’encefalo. Nonostante la grande somiglianza anatomo-morfologica tra l’umanità e le scimmie antropomorfe, cioè, sarebbe stato un cervello più grande a determinare la separazione filogenetica del nostro taxon dal tronco comune. Non vi è dubbio che il nostro neurocranio contenga un organo che è quasi tre volte quello delle antropomorfe e che anche la sua struttura sia molto mutata, specialmente nello sviluppo dei lobi frontali che sono la sede delle funzioni associative, simboliche e computazionali. La storia degli ominini, però, è iniziata quando quell’organo, conside­rato “nobile”, manteneva ancora le dimensioni che si trovano oggi nelle grandi antropomorfe. Si deve osservare, tuttavia, che se il volume encefalico si mette in relazione all’intera massa corporea, allora il rapporto era un poco spo­stato in favore degli ominini. Ed è questa l’associazione corretta, perché è evidente che il cervello aumenta con la taglia degli animali, ma solo nelle specie ominine più recenti la proporzione è divenuta tanto alta.

È stata la parte del corpo opposta al capo invece a fare l’umanità. E in particolare è stata l’acquisizione della postura eretta con l’andatura bipede. Una trasformazione locomotoria che ha modificato in misura notevole lo scheletro. Per poter camminare sul terreno il piede ha cessato di essere prensile, l’alluce si è allineato alle altre dita, in modo tale che si è venuto a sviluppare sul metatarso un punto di appoggio assai efficace per fornire la spinta al momento di effettuare il passo successivo, e si è sviluppato l’arco plantare, che consente di scaricare a terra il peso del corpo smorzando l’effetto del contraccolpo: un vero e proprio am­mortizzatore naturale. Nel femore, poi, si è allungato il collo – che ter­mina con la superficie che si articola all’anca – e così l’osso non scende in posizione perpendicolare ma converge verso il ginocchio, avvicinando molto gli appoggi plantari. Una condizione indispensabile affinché il peso dell’individuo vada a scaricarsi assai vicino al baricentro, che coin­cide con il punto di mezzo della distanza tra i due piedi. Anche le ossa del bacino hanno subito alterazioni significative e in particolare l’ala iliaca, che è divenuta più bassa e al contempo si è espansa per offrire una superficie maggiore al muscolo gluteo. Quest’ultimo, infatti, è decisamente potente in noi bipedi, perché deve mantenere in equilibrio il busto sui due arti inferiori. E non a caso l’umanità presenta le natiche molto sviluppate, un tratto che non si riscontra in alcun altro primate. Le grandi scimmie antropomorfe, per esempio, si muovono sul terreno poggiando sui quattro arti: il piede sul bordo esterno e la mano sulla faccia dorsale a livello delle articolazioni metacarpo-falangee, a definire l’andatura sulle nocche o digitigradia o knuckle walking. La conforma­zione complessiva che hanno assunto le ossa del bacino è di una struttu­ra avvolgente che compone una sorta di catino, la cui funzione è anche quella di sostenere i visceri. Da ultimo, la colonna vertebrale si è piegata a S per ammortizzare i contraccolpi del terreno quando camminiamo, le braccia si sono accorciate e il foro occipitale, o foramen magnum, ha assunto una posizione centrale sulla base del cranio, che ha permesso alla testa di trovarsi in uno stato di perfetto equilibrio sulla colonna ver­tebrale. In tal modo la muscolatura che ne governa i movimenti non ha avuto bisogno di rinforzarsi troppo, a indubbio beneficio del dispendio energetico complessivo.

La postura eretta ha rappresentato un evidente successo evolutivo perché ha liberato le braccia e le mani dalla funzione deambulatoria. E in conseguenza di ciò i nostri antenati hanno iniziato a svolgere attività altrimenti impossibili, tra cui devono essere annoverate la produzione di utensili elaborati e, in un secondo tempo, la creazione di forme artisti­che. Ci sembra interessante notare a questo punto che l’acquisizione di quel particolarissimo modo di stare e di camminare sia avvenuta quando i primi ominini occupavano ancora ambienti molto boscosi e non, come vuole un luogo comune, la grande savana africana.

La prima specie ominina, Orrorin tugenensis (soprannominato Millennium Man), è vissuta in Africa 6 milioni di anni fa. I suoi molari avevano dimensioni ridotte rispetto a quelle riscontrate negli ominini successivi ma il loro smalto era spesso e gli altri denti si avvicinavano maggiormente alla morfologia propria della femmina di scimpanzé. Anche il corpo della mandibola era notevolmente robusto, tanto da far assumere all’apparato masticatorio una conformazione ar­caica; e lo stesso si può dire per le falangi della mano, la cui curvatu­ra indicava la propensione dell’arto ad assicurare una buona presa sui rami e di conseguenza la capacità di arrampicarsi con efficienza sugli alberi. A questa anatomo-morfologia apparentemente estranea alla no­stra linea evolutiva faceva riscontro un femore i cui tratti suggerivano il raggiungimento della stazione eretta e dell’andatura bipede.

Il secondo genere ominino, che include le due specie Ardipithecus ramidus e Ardipithecus kadabba, è vissuto in Africa tra circa 5,5 e 4,5 milioni di anni fa.
Le fa­langi delle dita della mano erano lunghe e curve come quelle delle scim­mie antropomorfe, e quindi perfettamente adatte a una presa efficace sui rami degli alberi: si trattava di mani molto flessibili. Un carattere, questo, che i primi ominini hanno ereditato dall’antenato che hanno condiviso con le antropomorfe e che si è mantenuto a lungo solo perché la loro vita si è svolta in un ambiente misto, con alcuni spazi a savana e altri a copertura vegetale di tipo boscoso, dove era utile potersi arrampi­care sugli alberi per procurarsi il cibo o per sfuggire ai predatori. Il foro occipitale era posizionato piuttosto avanti sulla base del cranio e quindi garantiva l’equilibrio della testa sulla colonna vertebrale, proprio come è richiesto dalla stazione eretta e dall’andatura bipede. Nel piede, l’alluce era divaricato e opponibile, e in tal modo forniva a quell’estremità l’efficienza necessaria ad afferrare i rami degli alberi durante la deambulazione arboricola. Al contempo però le altre dita erano perfettamente allineate tra loro, proprio come avviene in noi, e un tale orientamento consentiva di mantenere abba­stanza rigida la struttura del piede e così garantire un’idonea andatu­ra bipede sul terreno. Quei nostri antenati erano alti circa 120 centimetri e pesavano circa 50 chili. Erano cioè grandi come uno scimpanzé e avevano la sua stessa capacità cranica.

Come si sono evoluti australopiteci e keniantropi?
A partire da 4,2 e fino a 2,5 milioni di anni fa l’Africa ha dato asilo a un’esplosione di forme ominine. Un cespuglio evolutivo in cui hanno convissuto molte specie, che oggi classifichiamo nei due ge­neri Australopithecus, che significa “scimmia antropomorfa australe”, e che comprende le specie Au. anamensis, Au. afarensis, Au. africanus, Au. garhi e Au. bahrelgha­zali; e Kenyanthropus, o “uomo del Kenya”, con la sola specie K. platyops.

Gli australopiteci erano caratterizzati da una taglia decisamente mo­desta, che possiamo assimilare a quella degli scimpanzé attuali. I maschi raggiungevano un metro e mezzo circa in altezza e 45 chili in peso, e le femmine non andavano oltre un metro e 35 chili. La morfologia del baci­no ricalcava maggiormente quella umana, larga e bassa, rispetto a quella delle scimmie antropomorfe, alta e stretta, proprio come richiedeva la stazione eretta e l’andatura bipede, testimoniata anche dalla presenza nel piede del caratteristico arco plantare. A eccezione dell’area mentoniera, che piegando verso il basso e l’indie­tro era sfuggente fino a determinare la completa assenza del mento, il disegno delle loro ossa mascellari si avvicinava al nostro, con l’arcata dentaria continua e di forma parabolica. Diversamente, nelle antropomorfe i molari, i premolari e i canini si allineano su due file rettilinee e parallele – andamento a U – e conservano il diastema (spazio compreso tra canini e incisivi). Questi ultimi denti avevano mantenuto la conicità propria delle antro­pomorfe, al contempo però avevano subito una tale riduzione in altezza da superare appena l’arcata dentaria; mentre i premolari e i molari erano diventati più grandi e con lo smalto più spesso rispetto agli ominini che li avevano preceduti. La sproporzione tra i denti anteriori necessari per tagliare – incisivi e canini piccoli – e quelli posteriori adatti a frantumare – premolari e molari grandi – testimoniava la preponderanza di un’alimentazione vegetale. Il confronto tra la mano di un uomo attuale e di un’antropomorfa evidenzia quanto in noi il pollice si sia allungato, dandoci la possibilità non solo di poterlo opporre alle altre dita, ma di poter congiungere il suo polpastrello con tutti gli altri e acquisire così la presa di precisione. Lo scheletro della mano degli australopiteci era simile al nostro. Al contrario, la lunghezza del loro braccio era maggiore, con l’omero che raggiungeva l’85% di quella del femore, laddove in noi non supera il 75. Il cranio era piccolo e con una forte costrizione dietro le orbite, la volta bassa, le cavità orbitarie ancora grandi e distanti tra loro, il toro sopraorbitario marcato e il foro occipitale orizzontale e in posizione avanzata, in modo da permettere alla testa di stare in equili­brio sulla colonna vertebrale. Il loro cervello, infine, aveva più o meno le dimensioni di quello delle antropomorfe: circa 500 centimetri cubici. Se però si rapporta il volume cerebrale al volume corporeo, cioè se si con­siderano le dimensioni relative, si osserva un aumento del 25%.

La megadonzia dell’apparato masticatore degli australopiteci indica un evidente adattamento a una dieta vegetale basata su cibi più duri e abrasivi di quelli consumati dagli ardipiteci e ciò dimostra come essi siano stati in grado di esplorare efficacemente gli ambienti aperti e di spe­rimentare una nuova nicchia ecologica. Quell’habitat e quella nicchia erano già presenti quando vivevano gli ominini più antichi, i quali però non possedevano ancora le strutture anatomo-morfologiche indispen­sabili per poterli sfruttare intensivamente. Un’opportunità che il caso ha servito agli australopiteci mediante una mutazione rivelatasi favorevole. Una volta raggiunta la soglia della megadonzia, agli australopiteci è stato possibile sviluppare una masticazione più efficace, che si è dimostrata evolutivamente vantaggiosa sino a quando non sono entrati in scena gli strumenti di pietra, che hanno reso praticabili nuovi approcci alla ricer­ca e al consumo del cibo.

Il Kenyanthropus platyops, o uomo del Kenya dalla faccia piatta, è vissuto in Africa Orientale 3,5 milioni di anni fa. La sua morfologia cranica combinava il tratto arcaico della porzione che aveva contenuto il cervello, la cui capacità era assimilabile a quella degli scimpanzé, con il carattere derivato e assai moderno della faccia, decisamente piatta e con un moderatissimo prognatismo sottonasale. La radice dell’arco zigomatico, poi, era spostata in avanti, i denti molari erano piccoli e con lo smalto spesso, gli alveoli degli incisivi erano posti parallelamente e appena avanti rispetto alla linea dei canini, il palato era sottile e il foro acustico esterno piuttosto piccolo. Il paleoambiente dove è vissuto il keniantropo comprendeva zone con presenza di acqua alternate ad altre, più diffuse, dove era imponente il manto vegeta­le e arboreo.

Chi sono i parantropi?
Il grande cespuglio ominino formato dagli australopiteci e dal keniantropo si è estinto 2,5 milioni di anni fa e quella scomparsa ha coinciso con l’origine di due altre linee evolutive: il genere Paranthropus e il ge­nere Homo.

I parantropi presentavano una conformazione anatomo-morfologica del corpo del tutto simile a quella australopitecina. Con la sola ecce­zione della testa, la cui architettura era decisamente più massiccia per sostenere un apparato masticatore robusto e idoneo a frantumare cibi vegetali duri e fibrosi: come bacche, radici e semi. Non solo i denti quin­di erano più sviluppati, specialmente i premolari e i molari, ma anche l’ossatura cranica era più spessa e sulla volta insistevano delle creste indi­spensabili per dare inserimento ai potenti muscoli che dovevano muo­vere le mascelle.

Per un lungo periodo di tempo i parantropi sono stati considerati null’altro che la forma robusta degli australopiteci e come tali erano inseriti nel genere Australopithecus. Più di recente invece gli studiosi, o almeno la gran parte di essi, hanno mutato opinione e hanno accettato per questi ominini il nuovo livello tassonomico del genere Paranthropus, più idoneo a sottolineare la diver­sa nicchia trofica occupata dal gruppo.

Tre specie parantropine (P. aethiopicus, P. boisei e P. robustus) hanno sperimentato nell’areale geografico che va dal Corno d’Africa al Sudafrica il medesimo modello ecotrofico per un milione e mezzo di anni e alla fine si sono estinte senza lasciare alcuna specie discendente. I parantropi, quindi, sono stati uno dei tanti rami morti che l’evoluzione ha accumulato nel corso della sua lunghissima storia.

Quando compare e come si estingue l’uomo di Neandertal?
I neandertaliani sono vissuti fra 350.000 e 40.000 anni fa in Europa, in Asia occidentale, fino alla Siberia meridionale, e in Medio Oriente. La loro corporatura era massiccia, con lo scheletro robusto e la mu­scolatura potente; gli arti erano piuttosto corti e le mani e i piedi grandi; la statura media raggiungeva il metro e sessanta e anche il metro e settan­ta; mentre il peso variava tra 50 chili per le donne e 65 per gli uomini. Nel complesso, una fisionomia idonea a conservare il calore e quindi adatta al clima rigido in cui hanno vissuto: a cavallo cioè delle ultime due gla­ciazioni, quella di Riss e quella di Würm. Il cervello raggiungeva i 1.250-1.750 centimetri cubici e il cranio era largo, allungato, schiacciato e con l’ossatura pesante; dietro le orbite il restringimento era marcato e ciò determinava la caratteristica forma a pera, o birsoide, del neurocranio; la fronte era sfuggente e il toro sopraorbitario pronunciato e continuo per la fusione delle due arcate sopraccigliari; mentre l’osso occipitale era convesso e con un allungamento nella parte più posteriore, lo chignon. Lo splancnocranio, o cranio facciale, infine presentava le orbite rotonde e grandi, l’aper­tura nasale ampia e un certo prognatismo; la mandibola era robusta e senza mento, e tra l’ultimo molare e la branca montante della mandibola era presente uno spazio, lo spazio retromolare.

A favore dell’accentuato sviluppo psichico dei neandertaliani sembrerebbe esserci la pratica della sepoltura. Sull’esperienza funeraria dei neandertaliani non sono po­che però le incertezze e diversi antropologi sono convinti che quelli che noi scambiamo per sepolcri siano in realtà delle tumulazioni per impedire che il fetore della decomposizione richiamasse gli animali, rendendo in­sicuri gli accampamenti. Che i neandertaliani fossero in possesso di avanzate qualità psicointellettuali è certamente dimostrato dalla complessa struttura delle loro società, che ha permesso loro di procurarsi il cibo mediante la caccia di gruppo e di accudire i malati. Oltre a questi aspetti deve poi essere considerato l’elevato sviluppo raggiunto dalla loro tecnologia, che è stata alla base di una produzione litica di attrezzi e armi molto sofisticata, la cui efficienza era in alcuni casi superiore a quella dell’H. sapiens; e forse perfino di oggetti artistici, come sembra svelare l’incisione di un mammut su un corno d’avorio. Anche l’attenzione all’ornamento del corpo sembra aver trovato più di una verifica archeologica.

Quegli ominini, caratterizzati da una struttura familiare di tipo patri­locale, non sono mai riusciti ad andare per mare. La loro specie è sopravvissuta nel sud della Spagna fino a circa 30.000 anni fa, ma lo stretto di Gibilterra ha rappresentato un ostacolo insormontabile. Eppure si trattava di un’umanità che ha abitato un’am­pia area geografica quando molte terre boreali erano coperte da enormi distese di ghiaccio e quindi certamente abituata agli sposta­menti, in particolare quelli verso territori più ospitali.

L’enigma maggiore che avvolge i neandertaliani riguarda la loro scomparsa. A lungo si è ritenuto che essa fosse stata determinata da quella che era considerata erroneamente un’arretratezza culturale. Un ritardo, cioè, che li avrebbe destinati a soccombere nella competizione con l’uomo moderno per il territorio e le sue risorse. Attualmente, però, sta crescendo il numero di ricerche sul ruolo che potrebbero aver svolto le malattie, che com’è noto hanno decimato diverse popolazioni storiche prive di un’adeguata difesa immunitaria nei confronti di alcune di esse. È il caso di molte popolazioni native americane che sono state portate quasi all’estinzione da patologie contratte dai colonizzatori eu­ropei. Un’altra ipotesi volge l’attenzione al clima. Il freddo intenso che ha accompagnato l’esistenza dei neandertaliani potrebbe aver influito sulla loro fertilità, abbassandola rispetto a quella dell’H. sapiens che era appena giunto in Europa dalle calde terre africane. E ancora il clima è al centro di un’altra riflessione, in particolare sulle sue variazioni nel corso del tempo. Negli ultimi 100.000 anni, infatti, esso ha causato svariate fluttuazioni nella copertura vegetale del continente europeo e attorno a 30.000 anni fa si è registrata una sua drastica riduzione e con essa il potenziale di sostentamento per le popolazioni.

Quali connessioni vi sono tra noi e i neandertaliani?
Il confronto tra il genoma neandertaliano e quello dell’uomo moderno ha dimostrato che sia gli europei che gli asiatici e i Papua del­la Nuova Guinea condividono tra l’1 e il 4% del loro genoma nucleare con Neandertal, mentre negli africani non c’è traccia di geni antichi. Ciò sembrerebbe indicare che ci sia stato un certo grado di flusso genico, anche se estremamente limitato, dai nostri cugini neandertaliani a noi.

Ma dove e quando si sarebbero verificati quegli incontri ravvicinati di tipo preistorico? L’interpretazione più parsimoniosa dei risultati speri­mentali ottenuti parrebbe indicare che il mescolamento sia avvenuto in Medio Oriente subito dopo l’uscita dall’Africa dei primi uomini mo­derni, circa 70.000 anni fa, e antecedentemente alla loro dispersione in Asia ed Europa dal momento che anche negli aborigeni della Nuova Guinea, dove i neandertaliani non sono mai giunti, è stata evidenziata una certa affinità genetica con l’uomo di Neandertal. Tale mescolamento però non sembra essersi limitato solo al Medio Oriente ma sarebbe proseguito in Europa e in epoca più recente, almeno fino a circa 40.000 anni fa.

Anche nel genoma neandertaliano c’è stata introgressione genetica da parte di H. sapiens. E tale scambio sembrerebbe essersi verificato molto anticamente, circa 100.000 anni fa, nella parte orientale del Mediterraneo. Questa popolazione ibrida sarebbe poi migrata verso l’Asia orientale senza giungere in Europa.

L’introgressione adattiva, un processo ben documentato nelle pian­te e nei batteri, potrebbe essere stato un importante fattore nell’adatta­mento della nostra specie. Infatti, i neandertaliani, vissuti nell’area euroasiatica per centinaia di migliaia di anni, erano portatori di varianti genetiche favorevoli rispetto alle condizioni ambientali che do­vevano fronteggiare. E quindi, le popolazioni di H. sapiens che si anda­vano diffondendo fuori dall’Africa potrebbero aver acquisito facilmente a una frequenza bassa quegli alleli vantaggiosi attraverso il flusso genico. A questo proposito, non sorprende che i geni che mostrano questo segnale selettivo siano proprio quelli che interagi­scono direttamente con l’ambiente, come quelli del colore della pelle e dei sistemi immunitario, digestivo e metabolico. Si è anche scoperto che i tratti di DNA neandertaliano non sono uniformemente distribuiti nel genoma delle popolazioni uma­ne moderne. Verosimilmente perché in certe regioni il mescolamento tra sequenze di H. sapiens e quelle di Neandertal si è rivelato dannoso e pertanto nel tempo la selezione ne ha cancellato completa­mente le tracce. Non sorprende che le aree prive di tratti di genoma an­cestrali siano quelle ricche di geni collegati con il cervello, in particolare con lo sviluppo della corteccia, responsabile delle più elevate funzioni mentali. Al contrario, le aree del genoma dove sono concentrati tratti derivati dai neandertaliani sono le regioni coin­volte con i livelli degli zuccheri nel sangue, con il metabolismo dei grassi e con il sistema immunitario ben noto come bersaglio dell’evoluzione. Infatti, durante l’espansione dell’uomo moderno verso nuovi territo­ri, l’ibridazione gli potrebbe aver permesso di acquisire copie di quei geni più adatti alle condizioni ambientali locali e immuno-correlati che avrebbero eventualmente aiutato i nostri antenati a fronteggiare i nuovi patogeni ai quali erano esposti.

Dai neandertaliani non abbiamo però ricevuto solo geni vantaggiosi ma anche varianti patologiche, come quelle coinvolte con gli alti livelli di colesterolo LDL (quello associato con il rischio di aterosclerosi), con la schizofrenia, con alcuni disordini alimentari, con l’artrite reumatoide e con l’accumulo di grasso.

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