“Ulisse di James Joyce. Guida alla lettura” di John McCourt

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Prof. John McCourt, Lei è autore del libro Ulisse di James Joyce. Guida alla lettura edito da Carocci: quale importanza riveste, nella storia della letteratura del XX secolo, l’opera di James Joyce?
Ulisse di James Joyce. Guida alla lettura, John McCourtÈ di un’importanza fondamentale per vari motivi. È il primo significativo romanzo irlandese ambientato proprio nella futura capitale. Esce nel 1922, l’anno in cui Dublino diventa la capitale dello Stato Libero d’Irlanda (the Free State o Eire). L’Ulisse rende la città una capitale culturale da mettere vicino a quella politica e offre una visione della società ben più aperta di quella della realtà attuale a Dublino o di quella che sarebbe venuta nella Dublino ultra-cattolica e nazionalista nei decenni dopo l’indipendenza. Contemporaneamente offre un ritratto di Dublino nel 1904 senza paragone, con una fedeltà estrema ai dettagli storici. Allo stesso tempo, si tratta di un romanzo europeo; la Dublino di Joyce diventa la città moderna emblematica, costruita su più strati, distratta nella sua quotidianità ma allo stesso tempo un labirinto in cui l’individuo si perde.

L’Ulisse rappresenta il culmine ma anche il superamento del romanzo realista – utilizzando tutti gli strumenti del genere per poi superarlo e sviluppare una forma ibrida degna dei tempi cambiati dopo la fine del secolo del progresso.

Quali difficoltà pone la sua lettura?
Non per niente, Joyce stesso disse a Max Eastman: “Ciò che chiedo al mio lettore è di dedicarsi per tutta la vita a leggere le mie opere”. L’autore stesso definì l’Ulisse come un “maledettissimo romanzaccione”. Certo non va letto nel modo convenzionale. C’è sempre il rischio di perdersi nelle infinite allusioni, nelle parole complesse, negli eventi – per lo più insignificanti – narrati. C’è poca trama ma c’è il mondo intero concentrato in meno di 24 ore a Dublino. Innanzitutto, il romanzo (o meglio, l’epopea per utilizzare il termine che Joyce preferì) inizia due volte (una prima volta con Dedalus e poi, col quarto episodio, con Leopold e Molly Bloom). Finisce pure due volte: nel penultimo episodio – “Itaca” sembra di arrivare alla conclusione quando Leopold Bloom, dopo la sua lunga e intensa giornata, va a letto e si addormenta vicino a Molly “With? Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer …” (“Con? Sinbad il Marinaio e Tinbad il Tailleuraio e Cinbad il Carcerario …”) e invece no. Molly, e il romanzo con lei, si risveglia e offre la sua trionfante conclusione, il famoso monologo con il più elaborato uso del flusso di coscienza mai visto.

Le difficoltà stanno dovunque ma soprattutto nel fatto che ogni episodio ha uno stile proprio e il lettore rischia di trovarsi in uno stato di disorientamento (che dovrebbe assomigliare al senso di smarrimento dell’uomo moderno che conosciamo anche nelle opere di tutti gli altri modernisti).

In quale contesto storico e culturale si inserisce il romanzo?
Si inserisce in vari contesti ma vive anche sopra ogni contesto storico come ogni grande classico. Detto ciò, al nuovo lettore serve una conoscenza della storia irlandese (ed inglese) e della religione cattolica (ed ebraica) e almeno una sintesi dell’Odissea di Omero. Aver letto alcuni importanti romanzi europei del diciottesimo secolo non guasta, neppure aver letto Shakespeare e soprattutto Amleto. Il lettore italiano (e non solo) farebbe bene a ricordarsi che l’Ulisse di Joyce venne costruito a Trieste, una città che divenne per l’autore una seconda, piccola Irlanda. Trieste, ai suoi tempi, era una città plurilinguistica e un “ponte” tra diverse culture, una città di tensioni, contraddizioni, una città multi-religiosa, ma anche, ad esempio, un centro avanzato per la psicoanalisi. Joyce trovò a Trieste parecchi elementi – l’ebraismo di Bloom e Molly, l’italianità presente nel testo (nel linguaggio, nelle citazioni dantesche, nelle opere liriche citate), il senso di essere al centro dell’Europa in una fase di forti cambiamenti – che furono centrali per la costruzione del suo testo. Per il lettore italiano che si avvicina oggi ad Ulysses, questo accumulo di materiale può rappresentare un vantaggio e una possibile chiave d’accesso.

Quale chiave d’accesso al romanzo offre la sua guida?
La guida parte dall’idea che ognuno deve trovare la propria chiave d’accesso. Entrare nell’opera di Joyce è come visitare una grande città per la prima volta. Può vedere tante cose ma non potrà mai vedere tutto. Di conseguenza bisogna trovare una mappa per attraversare la città nel modo migliore senza perdersi troppe volte e senza perdere le cose più belle che ci sono da vedere. Il punto è che non è necessario (né possibile) cogliere o comprendere tutto. Ogni lettore può e deve sfruttare le proprie conoscenze – linguistiche, musicali, religiose, culturali, storiche, e le proprie esperienze personali per trovare la chiave d’accesso personale. Una volta trovatosi un po’ più “a casa” nell’opera, il lettore si rende conto che non finirà mai di leggerla. Come il viaggiatore si rende conto di non poter mai apprezzare tutte le sfumature di una grande metropoli.

In che modo il racconto si richiama ai testi omerici?
In una lettera a sua zia, Mrs. Josephine Murray, Joyce tentò di indirizzarla nella lettura. Scrisse: “Se vuoi leggere Ulysses è meglio che prima ti procuri o prendi in prestito da una biblioteca una traduzione in prosa dell’Odissea di Omero”. Altrove, Joyce ha motivato come segue la sua scelta dell’Odissea come trama base, come modello, come struttura portante del suo Ulysses dicendo che ‘I tratti più belli e più umani sono contenuti nell’Odissea.’ Il consiglio di leggere l’Odissea è ancor oggi validissimo perché il romanzo di Joyce la prende come struttura di base (per poi stravolgerla). La prima parte contiene tre episodi che corrispondono agli episodi omerici che riguardano Telemaco, Nestore e Proteo. La seconda parte vede l’ingresso in scena di Leopold Bloom ed è composta da dodici episodi che corrispondono a quelli omerici di Calipso, Lotofagi, Ade, Eolo, Lestrigoni, Scilla e Cariddi, Rocce Erranti, Sirene, Ciclopi, Nausicaa, I buoi del sole, e Circe. La terza parte è quella del Nostos (il ritorno a casa) ed è in linea con la prima parte, essendo una seconda triade (Eumeo, Itaca, Penelope). Così come c’è corrispondenza fra i capitoli del libro, c’è anche tra i personaggi: Stephen Dedalus corrisponde alla figura di Telemaco, il figlio di Ulisse; Leopold Bloom, viene associato con Ulisse stesso, e Molly ci riporta alla figura di Penelope. Il lettore viene colpito particolarmente dalla figura di Leopold, che girovaga per la città di Dublino, proprio come il leggendario Ulisse vagava per il Mediterraneo. Anche se dietro all’ombra di Bloom c’è l’eroe greco antico, lui è un eroe moderno, insicuro, gentile e generoso (anche troppo). È un ottimo esempio dell’homme moyen sensuel (il tipico uomo medio) ma anche della figura baudelairiana del flâneur – l’uomo artistico che cammina nella città cercando di dare senso alla propria vita.

Come vengono caratterizzati i personaggi?
Se pensa di trovare convenzionali descrizioni dei personaggi, il lettore rimarrà deluso. Veniamo a conoscere ogni personaggio pian piano tramite le sue azioni, tramite i dialoghi, ma ancora di più tramite le cose pensate ma non dette. Già nella prima parte del romanzo, viene messa fortemente in discussione la tradizionale figura del narratore onnisciente, ovvero l’affidabile mediatore tra i personaggi e il lettore, figura che fino ad allora era stata considerata necessaria per la comprensione del testo. Sempre di più nell’Ulisse il lettore si trova a contatto diretto con i principali personaggi e può seguire i loro pensieri appena formulati, fuggevoli, spesso caotici, che affiorano e scompaiono nel continuo fluire delle loro coscienze.

Quali caratteristiche presentano lo stile e la tecnica di scrittura del romanzo?
Dopo uno stile iniziale che è abbastanza abbordabile, nella seconda parte del libro, da “Rocce Erranti” in poi, le cose sono ancora più complicate: il romanzo cambia radicalmente, il cast dei personaggi cresce, e – stilisticamente – il lettore si trova ad affrontare una serie continua di bruschi cambiamenti. Ogni episodio è totalmente diverso dagli altri. La narrazione stessa diventa protagonista e a volte sembra che lavori contro gli stessi personaggi e contro l’ordinaria necessità di portare avanti una trama. Spiega Joyce a proposito della seconda parte del libro e in particolare “Ciclope” e “Circe”: “mi è impossibile scrivere questi episodi rapidamente. Gli elementi necessari si fondono soltanto dopo una prolungata coesistenza. Riconosco che è un libro estremamente stancante ma è l’unico libro che sono in grado di scrivere attualmente. […] Ciascun episodio successivo, trattando di un qualche campo della cultura artistica (retorica o musica o dialettica), si lascia dietro una terra bruciata.”

Joyce non intendeva raccontare una storia usando solo le tecniche comuni e consolidate. Al contrario voleva palesare i limiti di quelle tecniche, i limiti della letteratura convenzionale per ritrarre la vita attuale e il pensiero moderno. Per farlo ha dovuto inventare nuovi metodi, nuovi stili e nuove tecniche che stiamo ancor oggi imparando a leggere e capire.

John McCourt è l’autore di James Joyce. Gli anni di Bloom (Mondadori) che ha vinto il Premio Comisso nel 2005. È cofondatore della Trieste Joyce School dell’Università di Trieste, Presidente-eletto dell’International James Joyce Foundation e ordinario di Letteratura inglese all’Università di Macerata.

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