Tutti i colori del nero. Moda e cultura del gentiluomo nel Rinascimento, Amedeo QuondamProf. Amedeo Quondam, Lei è autore del libro Tutti i colori del nero. Moda e cultura del gentiluomo nel Rinascimento edito da Colla: quale trasformazione delle funzioni e del senso del vestire si compie con il Rinascimento?
Devo premettere che non ho le competenze specialistiche che si richiedono a chi professionalmente è storico della moda, che peraltro è disciplina ben poco praticata in Italia, con alcune eccellenti eccezioni, però, tra le quali mi sembra doveroso segnalare quella di Maria Giuseppina Muzzarelli. Ed è un’anomalia davvero singolare, questa, se pensiamo al peso che il sistema della moda ha da tempo nell’economia e nella cultura del nostro paese, rispetto alla stessa identità planetaria del “made in Italy”. Tanto più singolare è poi l’anomalia, se teniamo conto che, malgrado ripetuti tentativi, non si è ancora riusciti a fare in Italia un Museo della moda, che invece è pressoché ovunque e non solo in Europa. Devo però riconoscere, e con piacere, che qualcosa si sta muovendo: se a Guastalla è stata allestita quest’anno una piccola ma esemplare mostra sulla moda tra Cinquecento e Settecento, utilizzando materiali e documenti locali.

Devo anche premettere che nelle società tradizionali (e lo siamo stati fino a poco tempo fa) l’abito è sempre stato, e ovunque, un preciso indicatore di status, presidiato da rigorose (ancorché, molto spesso, vane) leggi prescrittive di ciò che fosse appropriato indossare a ciascuno: secondo genere, età, professione, condizione sociale, eccetera; mentre per i nobili le leggi suntuarie per secoli cercavano (vanamente) di contenere gli sprechi del lusso, che peraltro, ci dicono gli storici, è stato un fattore dinamico di lavoro e benessere per un’infinità di professioni, artigiani, commercianti, produttori.

Il mio rapporto (da dilettante) con le dinamiche del vestire nasce dalla passione (anch’essa da dilettante) per le immagini del Rinascimento, e si è definito attraverso due particolari occasioni. La prima è stata la mostra, curata da Annalisa Zanni e Andrea di Lorenzo, allestita nel Museo Poldi Pezzoli di Milano in occasione dell’ingresso nelle sue collezioni del grande ritratto a figura intera di un misterioso “cavaliere in nero”, dipinto da Giovanni Battista Morini verso il 1567; per il Catalogo scrissi un saggio che poi, ampliato e rielaborato profondamente, è diventato il libro edito da Colla. La seconda occasione è stata ancora mostra, imponente: quella che nel 2006 a Capodimonte fu dedicata ai ritratti di Tiziano, che diede un contributo decisivo per la messa a fuoco delle questioni che il libro avrebbe poi affrontato.

Queste due esperienze imposero alla mia attenzione il fatto che d’improvviso quasi tutti i gentiluomini scelsero di farsi ritrarre indossando un abito nero o comunque di colore scuro o di tono su tono. Parlo a ragion veduta di “gentiluomini”, perché il nero era da secoli e per secoli resta, il colore obbligato degli abiti di tante professioni maschili, oltre che di diversi ordini religiosi, per non dire degli abiti di contadini e plebei, senza distinzione di sesso.

Perché nel primo Cinquecento esplode questa moda maschile che sembra quasi una “uniforme”? La domanda sorge immediata se si considera che nelle sue consuetudini vestimentarie (pur sempre documentate da tante immagini) la nobiltà aveva esibito per secoli colori sgargianti, anche mescidati nello stesso abito (e torneranno a esserlo: ma soprattutto nei paesi cattolici, di contro al nero confessionale dei protestanti).

A fronte dell’evidenza delle immagini mi sembrò necessario pensare a un mutamento di paradigma estetico, e questo, in quelle culture, implicava anche un mutamento di paradigma etico. Il libro nacque da questa curiosità e cercò di illustrare una serie di documenti che mi sembrarono molto utili a descrivere quella congiuntura, che durò circa mezzo secolo, rinviando prima alla stagione delle guerre d’Italia (e al multiculturalismo che ne conseguì) e poi a quella dell’egemonia spagnola. E infatti il nero mutando ancora senso e funzione, sarà il colore del cerimoniale di Corte spagnolo nell’età di Filippo II.

Quali elementi caratterizzano il nuovo sistema della moda rinascimentale? E quale significato e quale importanza riveste nella moda dell’epoca il colore nero?
Di nuovo, non ho le competenze per entrare nei dettagli tecnici, indispensabili per descrivere ogni dinamica di moda, ma credo di poter segnalare quella che a mio avviso è stata la ratio che ha generato l’effimero trionfo del nero come fattore distintivo del gentiluomo moderno. Emblema della sua forma del vivere.

La definirei come un’esigenza estetica-etica di compiuta derivazione classicistica, che applicò al vestire la regola fondamentale dell’unum et simplex, come criterio produttivo di ogni tipo di manufatto (a partire da quelli propriamente anche artistici) perché fosse in grado di imitare quelli che erano allora ritenuti i principi della natura, cioè la coerenza e l’unitarietà, in termini di ordine, proporzione, misura, armonia, simmetria. E soprattutto fosse in grado di evitare ogni rischio di affettazione: secondo sprezzatura e grazia.

In una battuta: la bellezza (l’eleganza) diventò un valore aggiunto sostanzialmente indipendente dal valore dei materiali utilizzati, e diede autonoma funzione alla forma del disegno (e sì, è proprio la nascita del design, altra italica eccellenza) e alla coerenza organica del manufatto, a partire dal suo progetto. Da questo punto di vista fu considerato soltanto un volgare esibizionismo l’indossare abiti fatti di stoffe vistosamente preziose, intessute d’oro e di pietre, e divenne invece segno di raffinatissima eleganza (e di superiore moralità) la sobrietà del colore nero. Vo, che lo stesso processo estetico riguardò le armature: il loro disegno conseguì da una nuova progettazione delle funzioni che avrebbero dovuto assolvere, anche in termini di ergonomia: in particolare quando, con l’avvento delle armi da fuoco, il loro impiego sui campi di battaglia si rivelò inutile: e divennero raffinati oggetti da indossare in parata, esemplari status symbol.

Di tutto questo sono testimoni molti documenti di primo Cinquecento, ma a me sembrano molto significative le pagine che Castiglione dedicò alla moda nel suo Libro del Cortegiano (1528): e tra l’altro funzionano come una persuasiva interpretazione del ritratto (ora al Louvre) che di lui dipinse Raffaello.

Ripeto, questa mutazione culturale non fu di lunga durata e ben presto fu complicata e contraddetta da altre esigenze emergenti, che riconnotarono la stessa funzione estetica ed etica del colore nero, e questo, nell’Europa cattolica, già nell’età del Concilio di Trento, quando il significato del nero fu restituito alle sue funzioni originarie e primarie di rigore.

E poi, come ho detto, nel secolo successivo tornò a esplodere la tavolozza dei colori anche per gli abiti maschili (e di lussuosissimi ornamenti, ma rigorosamente bianchi: le gorgiere): fino al dominio dei toni pastello della moda settecentesca.

Si può affermare che l’Italian style nasca proprio in quest’epoca?
Anche se ho cercato di ragionare sulle funzioni estetiche ed etiche del colore (rispetto alla cultura dei colori di quelle stagioni), che pure sarebbe un campo di straordinario interesse, anch’esso poco frequentato nelle pratiche degli studi italiani (mentre Michel Pastoureau è diventato una celebrità con i suoi libri sui colori, nero compreso), da quanto ho detto dovrebbe risultare evidente che nei processi della modernità anche le esperienze della moda dovrebbero avere una loro significativa parte, intanto per condivisa etimologia (dal latino modus, nei suoi diversi significati). Per dirla con una battuta, anacronistica, certo, ma efficace, il cavaliere in nero di Moroni, il Castiglione di Raffaello, i tanti gentiluomini dei ritratti di Tiziano, sembra tutti usciti dall’album di moda di Giorgio Armani.

Battute a parte, come ho detto, è la cultura classicistica, nelle sue istanze primarie di forma e di stile, a rendere possibile questa mutazione che investe il sistema della moda maschile nella prima età moderna: ed è la pulsione alla conformità per seconda natura (cioè, per cultura) a renderla fortemente pervasiva, a vestire di nero i gentiluomini, per alcuni decenni almeno, nella fase più intensamente pervasiva della tipologia culturale classicistica.

È insomma l’autonomia della forma, proprio perché è orientata a progettare le funzioni stesse del manufatto, a dare senso storico a questa esperienza dei tantissimi cavalieri in nero. E non c’è dubbio che è proprio questa miscela di forma, progetto, disegno a costituirsi in principio genetico dello stile italiano, anzi, proprio di quella che Castiglione, concludendo la digressione sulla moda, definisce come la «miglior forma»: la forma che gli Italiani sanno produrre facendo tesoro degli eccessi delle altre nazioni e delle loro mode. Una forma di virtù.

Amedeo Quondam, Professore di Letteratura italiana in Sapienza, ne è ora Professore emerito. È stato direttore del Dipartimento di Italianistica e Spettacolo e Presidente dell’Associazione degli Italianisti; è Presidente del Centro di studi “Europa delle Corti”.
Ha pubblicato edizioni commentate (da ultimo il
Decamerone), Tra le sue monografie più recenti: Forma del vivere. L’etica del gentiluomo e i moralisti italiani (2010), Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della modernità (2013), De Sanctis e la Storia (2019).