“«Turpis quaestus». Profili criminali del meretricio all’alba della modernità (secc. XVI-XVII)” di Gustavo Adolfo Nobile Mattei

Dott. Gustavo Adolfo Nobile Mattei, Lei è autore del libro Turpis quaestus. Profili criminali del meretricio all’alba della modernità (secc. XVI-XVII) edito da Bononia University Press: cosa stabiliva la dottrina tradizionale della Chiesa sul meretricio?
«Turpis quaestus». Profili criminali del meretricio all’alba della modernità (secc. XVI-XVII), Gustavo Adolfo Nobile MatteiIl cattolicesimo contemporaneo, che insiste molto sulla dignità della persona e punta a valorizzare il ruolo della donna, ha assunto una posizione chiaramente ostile alla prostituzione, intesa come espressione di sfruttamento e degradazione del corpo. Vediamo molti ‘preti di strada’ seriamente impegnati per il recupero delle prostitute. L’equazione tra sesso venale e tratta sembra acquisita nella mentalità comune e ancor più nel discorso ecclesiastico. Ne consegue una ferma ostilità ad ogni forma di regolamentarismo. Ieri come oggi, però, il problema è più complesso: è impossibile ridurre un fenomeno sociale come questo alla sola dinamica dell’asservimento, che pure è indubbiamente presente in proporzioni notevoli ed inquietanti. In passato, la Chiesa non ha trascurato questi aspetti, offrendo la possibilità di convertirsi e riabilitarsi nel mondo o in convento (come spiego nell’altro volume “Ad meliorem frugem redire”. Le meretrici tra emenda e recupero). I poteri laici, da parte loro, hanno combattuto con fermezza il lenocinio. Ma senza dubbio s’insisteva più sul peccato deliberatamente commesso dalla donna che non sullo sfruttamento. Questo diverso punto di vista cambia profondamente il modo d’interpretare il fenomeno. La donna sfruttata è vittima e, quindi, irresponsabile del male compiuto; la donna libera è peccatrice e, pertanto, merita qualche forma di castigo, quantomeno sul piano del disprezzo sociale (infamia) o tramite l’esclusione dai sacramenti. Ad ogni modo, i migliori teologi e canonisti del Medioevo hanno espresso una posizione problematica sul meretricio: condannare il peccato in confessionale ma non punirlo in tribunale. Agostino e Tommaso si mostrarono favorevoli all’impunità: la tolleranza del meretricio si giustifica per evitare mali maggiori come la deflorazione, l’adulterio, il ratto e, soprattutto, l’esecrata sodomia. In questo modo, se vogliamo paradossale, la prostituzione si presentava come baluardo dell’ordine patriarcale, dell’ordine pubblico e perfino dell’ordine naturale della creazione. Per quanto queste posizioni possano apparire anacronistiche alla sensibilità odierna, che dagli Anni Sessanta ha assorbito una vera rivoluzione dei costumi e delle strutture familiari, esse sottendono un principio che conserva una perdurante attualità: non ogni vizio morale può essere perseguito penalmente. Un diritto che intenda sradicare ogni trasgressione o devianza diventa, automaticamente, totalitario. A dire il vero, l’insegnamento dei teologi medievali fu presto strumentalizzato dalle istituzioni cittadine, che si spinsero ben al di là della mera tolleranza: dalla metà del Trecento, l’Europa vide fiorire postriboli pubblici che garantivano introiti cospicui alle casse pubbliche e spazi di libertà sessuale per i giovani. In questo modo, però, si passa dal ‘non intervento’ alla ‘complicità’. La temperie confessionale del Cinquecento avrebbe alimentato, soprattutto nei Paesi protestanti, una retorica proibizionista che si tradusse nella chiusura dei bordelli e nella criminalizzazione del sesso venale. Anche i teologi cattolici, pur non dimenticando l’autorità dei predecessori medievali, cominciarono a mutare opinione. Ma non bisogna dimenticare che, salvo la parentesi di Pio V, la stessa Roma ospitò sempre un numero cospicuo di meretrici, alcune delle quali raggiunsero a posizioni economiche e sociali di riguardo.

Quale trattamento riservava alle prostitute l’ordinamento ecclesiastico e civile dell’epoca?
Più che una bipartizione tra Stato e Chiesa, occorrerebbe distinguere tre fori nei quali il comportamento peccaminoso potrebbe essere astrattamente giudicato. In primis il foro interno, nel quale il singolo si confronta con un confessore che, stando all’autoaccusa e all’esame del confitente, può rimettere o ritenere i peccati e, dunque, la pena eterna dell’Inferno. Si tratta, nella concezione cattolica, di un atto di natura giudiziale e come tale è strutturato nella letteratura penitenziale. Com’è noto, i Protestanti contestano espressamente questa ‘giuridicizzazione della coscienza’ e procedono in modo più informale fino a negare perfino il carattere sacramentale della Confessione. Che prostituirsi sia peccato, e segnatamente rientri nel concetto di fornicatio simplex, risulta scontato: perciò, in confessionale, la meretrice o dimostra l’intenzione di smettere o non sarà assolta. Ma anche in caso di assoluzione il suo percorso di emenda dovrà passare attraverso lunghe penitenze, solitamente scontate in monasteri o conservatori. In secondo luogo va considerato il foro esterno della Chiesa, che in età tridentina coincide essenzialmente col tribunale vescovile. Qui, il fatto è astrattamente punibile ma concretamente dissimulato. Il giudice sa ma finge di non vedere e, quindi, lascia correre a meno che la condotta non risulti talmente scandalosa da esigere un trattamento esemplare. Si tratta di un tipico approccio canonistico. Raramente scatterà una scomunica mentre più spesso si emettono precetti che intimano la cessazione degli scandali. In terzo luogo, il foro esterno secolare, che dispone di pene afflittive più aspre e di forza coercitiva. Come dicevamo, il Medioevo tollerava o addirittura legalizzava il meretricio. In molti Paesi dell’Europa moderna (Germania, Scandinavia, Francia, Spagna) le prostitute vengono invece punite: fustigazione ed esilio sono le misure inizialmente più ricorrenti ma, nel Seicento, si afferma l’internamento in case di lavoro coatto.

Quale dibattito si sviluppò tra Cinque e Seicento intorno al meretricio?
In generale, possiamo dire che l’intolleranza comincia a manifestare le sue prime fiammate già nei predicatori del tardo Quattrocento. È un discorso retorico che impatta con la dissolutezza che regna perfino nella Roma di certi papi rinascimentali. L’opposizione tra Savonarola e papa Borgia può essere simbolo di una contraddizione che, peraltro, non riguarda solo l’approccio verso il meretricio. Quantomeno, le invettive dei predicatori coinvolgono l’intera sfera della sessualità; nel medio e lungo periodo, non mancano di produrre effetti. L’ansia da rinnovamento è ben diffusa in certi ambiti della Chiesa fino a manifestarsi in modo singolare nello strappo luterano. Non è un caso che la Riforma passi anche attraverso gesti di grande impatto pratico, come la serrata dei bordelli: ciò dipende in parte da una voluta contrapposizione con l’esempio romano, in parte dai postulati teologici di Lutero e Calvino, che riflettono diffusamente sul matrimonio e sul sesto comandamento. Il Cinquecento cattolico è meno lineare. Da una parte troviamo autori che difendono a spada tratta gli argomenti tradizionali (non dimentichiamo che San Tommaso diventa il vessillo dell’ortodossia proprio in questi anni), dall’altra il modello protestante suscita per emulazione posizioni rigoriste. Non ci si può mostrare meno ligi dell’avversario su un aspetto che desta tanto scalpore. La svolta avviene a metà Cinquecento col Dottor Navarro, un influente canonista castigliano che pubblica un fortunato manuale per confessori: le diverse edizioni di questo testo evidenziano una crescente chiusura verso la tolleranza del meretricio. Nel corso del Seicento, le voci in tal senso si fanno via via predominanti. Questo dibattito interno alla Chiesa non manca di influenzare le politiche degli Stati e la stessa riflessione dei giuristi. Le pratiche criminali sono un genere letterario molto utile per cogliere questo inasprimento: la Prima età moderna mostra, nei confronti della sessualità, un atteggiamento molto più repressivo del Medioevo gaudente e cortese di poeti, novellieri…e finanche giuristi!

Quali diverse posizioni si scontravano?
In modo estremamente sintetico, possiamo dire che le posizioni erano le stesse che si contendono il campo anche oggi: tolleranza e probizionismo. Ma occorre soggiungere che tra i due estremi c’è spazio per soluzioni più sfumate. Un conto è lasciar fare, un conto è regolare. Un conto è regolare un’attività altrui, un conto istituire postriboli pubblici a mo’ di monopolio. Un conto è vietare i postriboli, un conto criminalizzare l’esercizio individuale e magari occulto. Un conto è punire i tenutari, un altro colpire anche le professioniste del sesso e magari anche il cliente (cosa che, invero, si è verificata assai di rado). D’altro canto, le medesime posizioni si possono appoggiare ad argomenti molto diversi, a seconda della cultura prevalente in una determinata epoca. Ben pochi, oggi, fondano la propria opinione su considerazioni di matrice teologica, che prima risultavano invece decisive per sostenere qualsiasi proposta applicativa. Le stesse considerazioni di carattere sanitario che, a partire dell’Ottocento, sembrano suggerire la regolamentazione erano brandite, nel Cinquecento, da chi pretendeva la chiusura dei bordelli. Eppure la malattia temuta è sempre la stessa: quella sifilide che fa la sua comparsa con la Battaglia di Fornovo ed impressiona sin da subito come fosse un terribile castigo divino.

Quale complesso quadro sociale emerge dallo studio di legislazione, dottrina e prassi dell’epoca in tema di meretricio?
Le fonti giuridiche rappresentano uno specchio formidabile per conoscere la mentalità di un determinato periodo storico. Offrono, infatti, un doppio spaccato: da una parte mostrano cosa si attendono i poteri pubblici dalla collettività, dall’altro restituiscono un’immagine della devianza. Come ogni altra fonte, esse pongono problemi di interpretazione e contestualizzazione che richiedono una certa sensibilità da parte dello storico. Non possono essere prese brutalmente alla lettera: vanno adeguatamente interrogate, messe in questione, comparate, focalizzate. Esigono l’ausilio della letteratura, dell’arte, della filosofia, di tutti quei saperi che completano il quadro di una determinata civiltà nella quale quel particolare diritto è chiamato ad operare. Quanto detto è tanto più necessario quando si parla di temi come la prostituzione ed il sesso, che toccano nervi scoperti di una società in movimento come quella protomoderna. Ne risulta un quadro complesso, dove le prostitute vengono progressivamente emarginate ma restano, nondimeno, una figura assai comune in città. Chiunque sa che certe strade sono destinate al turpe affare. Eppure, ci sono prostitute d’alto bordo: cortigiane di lusso, che tengono salotto e frequentano principi e cardinali. Bellezza e ricchezza consentono loro di frequentare un ambiente totalmente diverso rispetto a quello delle passeggiatrici e di ambire, oltretutto, ad un’emancipazione sconosciuta alle donne oneste. Forse, ciò che inquieta i legislatori è proprio l’attrattiva che potrebbe esercitare tale modello su figlie e mogli di buona fama. E così si può spiegare, almeno in parte, lo sforzo di rendere riconoscibili le professioniste del sesso tramite appositi segni di riconoscimento. È un segno di infamia: per legge, bisogna che chi esercita sia individuabile o, perlomeno, che non faccia sfoggio di quelle sostanze che un’attività tanto immonda ha permesso loro di accumulare. Dall’altro lato del fronte operano, segretamente, quei libertini che contestano il rigore imposto da legislatori ed ecclesiastici, teorizzando e praticando il libero piacere. Direi, in conclusione, che questa storia del meretricio ci impone una visuale problematica di un fenomeno probabilmente inestirpabile e di dimensioni tali da non consentire semplificazioni ermeneutiche.

Gustavo Adolfo Nobile Mattei è ricercatore di Storia del diritto medievale e moderno presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Verona.

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