Turchia e Guerra Fredda. Il «cambio di metodo» e la transizione degli anni Settanta (1973-1980), Carola CeramiDr.ssa Carola Cerami, Lei è autrice del libro Turchia e Guerra Fredda. Il «cambio di metodo» e la transizione degli anni Settanta (1973-1980), edito da Mondadori Università: quale processo di trasformazione visse la politica estera turca tra il 1973 e il 1980?
Tra il 1973 e il 1980 la politica estera turca visse un importante processo di trasformazione, un “cambio di metodo”, destinato a lasciare tracce profonde nell’approccio turco alle relazioni internazionali dei decenni successivi. Il primo Ministro Bülent Ecevit fu il primo a parlare di un «cambio di metodo» nelle scelte di politica estera della Turchia, alla fine del 1973. L’obiettivo era quello di ricercare una politica estera che conciliasse meglio gli obblighi internazionali della Turchia con i propri interessi nazionali e soprattutto rispondesse alle nuove esigenze economiche e commerciali del paese. Il cosiddetto «cambio di metodo» di Ecevit proponeva una nuova mediazione tra l’appartenenza alla NATO, l’adesione alla diplomazia multilaterale sulla sicurezza in Europa e nuove aperture al mondo musulmano e comunista. Qualche anno più tardi nel 1976 il Primo Ministro Süleyman Demirel, principale avversario politico di Ecevit, rilanciò il «cambio di metodo» del suo predecessore, proponendo una nuova formula, per definire le scelte di politica estera della Turchia: il «multilateralismo». Il «multilateralismo» della politica estera turca (presente dunque fin dagli anni Settanta) puntava a diversificare i propri rapporti in politica estera per garantirsi nuove prospettive economiche, commerciali e finanziarie. Su questa strada la Turchia avrebbe rafforzato, nel quadro della distensione europea, i legami con il mondo comunista e in particolare con l’Unione Sovietica, con l’obiettivo di ottenere aiuti economici e commerciali, e avrebbe intrecciato una nuova rete di rapporti con i paesi arabi confinanti produttori di petrolio. Si trattava di una strategia di diversificazione della politica estera turca che non metteva in discussione l’appartenenza della Turchia all’alleanza atlantica, ma mirava a ridurre l’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti (in una fase di crisi delle relazioni turco-americane) e alimentava l’aspirazione ad una maggiore autonomia decisionale. A partire dai primi anni Settanta, e in particolare dopo il 1973, è dunque possibile osservare un disagio, interno alla politica estera turca, nel misurarsi con scelte di totale aderenza all’alleanza occidentale. Da quel momento in poi, i governi turchi convogliarono la difesa dei propri interessi nazionali verso ipotesi di appartenenza non univoche, oscillanti fra l’appartenenza all’alleanza occidentale e l’ambizione a compiere scelte indipendenti. Obiettivo prioritario del mio lavoro è stato quello di dimostrare che le oscillazioni fra Est e Ovest, le politiche di difesa dell’interesse nazionale e la ricerca di una politica regionale “flessibile” siano caratteristiche ricorrenti della politica estera turca fin dagli anni Settanta.

Quali le origini e le peculiarità di questo processo?
La mia analisi del caso turco si inserisce in primo luogo in una riflessione più ampia sulla grande transizione che ha caratterizzato gli anni Settanta. In quel decennio è possibile rintracciare l’origine di alcuni processi politici, economici e culturali destinati a condizionare anche la politica estera turca: la fine di Bretton Woods e la conseguente incertezza dei mercati finanziari internazionali, l’emergere di una nuova visione dei rapporti transatlantici, il processo di distensione nello scenario della Guerra Fredda e gli effetti della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa di Helsinki. A questi fattori si aggiunse, a partire dal 1973, l’impatto sull’Occidente dell’embargo petrolifero e la conseguente crisi energetica. Dal punto di vista economico e da quello politico lo shock petrolifero, seguito alla guerra dello Yom Kippur ebbe una portata enorme. La dimensione economico-energetica divenne centrale nell’orientare le scelte di politica estera della Turchia a partire dal 1973 e il rinnovato interesse turco verso il mondo arabo ebbe soprattutto motivazioni di natura economico-commerciale e di sicurezza energetica. In questo scenario, il rapporto con gli Stati Uniti ebbe un ruolo determinante perché attorno ad esso ruotarono i tentativi del governo turco di ritagliarsi uno spazio di autonomia nel quadro della Guerra Fredda della seconda metà degli anni Settanta. In quegli anni i rapporti con gli Stati Uniti si svilupparono in un quadro di crisi delle relazioni turco-americane: crebbe il timore turco che la distensione non garantisse più l’ombrello protettivo statunitense. Questo crescente sentimento di sfiducia nei confronti di Washington ebbe ripercussioni nei rapporti con la NATO, nella crisi di Cipro e nella questione dell’embargo delle armi imposto alla Turchia dagli stessi Stati Uniti. L’embargo militare rimasto in vigore dal 1975 al 1978 condizionò l’evoluzione delle relazioni turco-americane e fu al centro di importanti cambiamenti della politica estera turca degli anni Settanta, tra cui il bisogno di sperimentare le prime aperture verso il blocco orientale e i paesi del mondo arabo. Caratteristica fondamentale di questo periodo è stata la costruzione da parte della Turchia di legami economici e commerciali con l’Unione Sovietica e con l’Europa orientale. Come emerge dalla più recente documentazione, la Turchia divenne in quegli anni il membro della NATO più soggetto alla penetrazione economica sovietica e parallelamente incrementò in maniera significativa le relazioni commerciali e gli accordi diplomatici con i paesi del blocco orientale. Questo processo assumerà caratteristiche di maggiore visibilità proprio dopo il 1973, in relazione allo scenario internazionale della distensione e come conseguenza degli eventi relativi al Medio oriente e al Mediterraneo orientale. Il libro individua poi nelle conseguenze della guerra arabo-israeliana del 1973 il punto di inizio di nuove relazioni tra la Turchia e i vicini paesi arabi ed esamina gli effetti della crisi energetica sulle scelte di politica estera della Turchia nel quadro regionale, ponendo in risalto i risvolti politici, economici e finanziari di nuove relazioni con i paesi produttori. Un aspetto centrale è poi costituito dall’analisi dei rapporti con l’Europa. I rapporti fra la Turchia e la CEE, dopo il 1973, subirono una trasformazione e si fondarono su fattori nuovi assenti nel decennio precedente, alcuni dei quali sarebbero divenuti ‘elementi irrisolti’ di un percorso ancora oggi incompiuto. Infine una lettura dei rapporti internazionali della Turchia a partire dai primi anni Settanta non può trascurare la svolta nello scenario politico culturale e sociale turco, verificatasi dopo il 1973, con la legittimazione di un partito filo islamico che entrava al governo per la prima volta nel secondo dopoguerra. Fu la genesi politica di un percorso conflittuale e simbiotico fra il secolarismo repubblicano e l’islamismo. Questo percorso, nato negli anni Settanta, si sviluppò faticosamente negli anni successivi, condizionando le scelte di politica interna e di politica estera della Turchia.

Quale ruolo rivestì la Turchia nello scenario internazionale degli anni Settanta?
Per collocazione geopolitica e strategica la Turchia negli anni Settanta costituì una sorta di “osservatorio privilegiato”, in grado talvolta di anticipare la percezione di importanti cambiamenti regionali e internazionali. Tra questi: il ruolo crescente della regione mediorientale negli equilibri internazionali, la forza dirompente dei nuovi movimenti e dei partiti filoislamici, l’ascesa del potere finanziario e politico delle monarchie saudite, ma anche l’evoluzione del progetto di integrazione europea e le opportunità offerte dal processo di distensione europeo. La classe dirigente turca percepì alcuni fenomeni destinati ad avere un nuovo impatto a livello internazionale, ma non riuscì a trasformare le intenzioni in scelte e azioni politiche coerenti e ad elaborare un progetto politico diplomatico convincente. Inoltre nella seconda metà degli anni Settanta la crisi economica e sociale vissuta dalla Turchia raggiunse il carattere di emergenza nazionale, rendendo il paese sempre più dipendente dall’estero ed estremamente vulnerabile dal punto di vista economico, sociale e politico. L’avvicinamento fra la Turchia e l’Unione Sovietica nel corso degli anni Settanta, sebbene ufficialmente rilanciato come una conseguenza degli Accordi di Helsinki, si fondava sulla convinzione di un reciproco interesse condiviso da entrambi i paesi: l’URSS puntò ad una nuova valorizzazione della propria posizione strategica nel Mediterraneo Orientale; la Turchia, oltre a ricavarne un importante sostegno economico e commerciale, utilizzò l’intera operazione per allertare gli Stati Uniti e fare pressione sulla revoca dell’embargo. In questo percorso la Turchia raggiunse però un livello di problematica unicità in politica estera, tanto da far pensare ad una sorta di “via nazionale all’Atlantismo” non sempre compatibile con gli interessi occidentali. Il risultato fu una consistente penetrazione economica e finanziaria dell’Unione Sovietica e dei vicini sauditi, una continua tensione nei rapporti con gli Stati Uniti e una crescente conflittualità nei rapporti con l’Europa. La fine della distensione, il rinnovarsi della tensione internazionale e la fine dell’embargo, riporteranno la Turchia alle tradizionali politiche atlantiche e occidentali, ma i cambiamenti vissuti dal paese negli anni Settanta lasciarono tracce profonde nell’evoluzione della politica estera turca.

Cosa significò il processo turco nelle vicende della Guerra Fredda?
Lo studio del caso turco permette una rinnovata riflessione sull’importanza delle declinazioni regionali e sulla necessità di una prospettiva decentrata all’interno del paradigma interpretativo della Guerra Fredda. Per il suo peso geopolitico e strategico la Turchia costituisce un test case estremamente significativo nel quadro del dibattito storiografico sulla Guerra Fredda negli anni Settanta. Lo scopo del libro è stato quello di esplorare le cause della trasformazione della politica estera turca dal 1973 al 1980, in riferimento ad alcuni fondamentali nodi interpretativi e storiografici centrali della Guerra Fredda. Questa trasformazione avvenne nello scenario della distensione e della prima crisi energetica del secondo dopoguerra, si accentuò nella metà degli anni Settanta in corrispondenza della Conferenza di Helsinki, fino al rinnovarsi della tensione internazionale e agli scenari della fine del decennio. Comprendere le origini, le peculiarità e le conseguenze di questa trasformazione significa ripensare il ruolo internazionale e regionale della Turchia negli anni Settanta, ma significa anche rileggere una fase cruciale della Guerra Fredda da una prospettiva regionale ancora relativamente inesplorata ma di grande rilevanza. Va ricordato ad esempio che i governi turchi colsero la portata innovativa del processo messo in atto dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE) e interpretarono i risultati di Helsinki adeguandoli alla propria strategia nazionale. La Turchia fu in grado di cogliere le nuove opportunità offerte dalla distensione europea e individuò un “modello europeo” a cui ispirarsi nelle aperture verso il mondo comunista. Tuttavia due aspetti hanno differenziato il caso turco: la scarsa attenzione alla questione dei diritti umani e il tentativo turco di individuare nell’apertura ad est, soprattutto verso l’Unione Sovietica, un elemento di pressione nei confronti degli alleati occidentali e in particolare nei confronti degli Stati Uniti, della NATO e della stessa Comunità Europea. I sovietici accettarono di riconoscere la posizione della Turchia nella NATO e il suo legame speciale con gli Stati Uniti e agirono in maniera pragmatica, rafforzando i legami economici, commerciali e diplomatici.

Quali tracce profonde lasciò il cambio di politica estera nell’approccio turco alle relazioni internazionali dei decenni successivi?
Tra il 1973 e il 1980 vennero compiute una serie di scelte nella politica estera turca visibili ancora oggi nella ricerca costante di una politica di interesse nazionale oscillante fra l’appartenenza all’alleanza occidentale e l’ambizione ad una maggiore indipendenza. La ciclicità delle sue crisi interne, la difficoltà nell’avviare un percorso democratico maturo, la necessità di maggiore autonomia nelle scelte di politica estera (pur all’interno dell’alleanza occidentale, ma con prospettive non sempre coincidenti con quelle americane o europee) e infine l’aspirazione ad una politica regionale ‘flessibile’ e attenta al mondo arabo circostante, divennero elementi strutturali e contribuirono a delineare la “specificità turca” nelle relazioni internazionali, nel processo di integrazione europea e all’interno dello scenario mediorientale. La scarsa attenzione ai diritti umani e l’utilizzo dell’apertura ad Est, come elemento di pressione nei confronti degli alleati occidentali, sono due caratteristiche ancora presenti, seppure con diverse declinazioni, nelle scelte di politica estera della Turchia. Proprio nei momenti di maggiore tensione con gli alleati occidentali, la Turchia tende a rilanciare le relazioni ad Est dimostrando una inclinazione al trasformismo che si manifesta periodicamente, con maggiore o minore determinazione, a seconda della presenza di forze politiche filo occidentali nelle coalizioni governative. Questa tendenza al trasformismo assume oggi connotati molto marcati nella Turchia contemporanea di Erdogan. Inoltre fu negli anni Settanta che cominciò ad emergere nelle amministrazioni americane la sindrome del “What if we lose Turkey” che caratterizzerà i rapporti Turchia – Stati Uniti. Il timore di perdere la Turchia condizionò fortemente le scelte delle amministrazioni americane verso il Vicino/Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale ed ebbe ripercussioni sul ruolo esercitato dalla Turchia nello scenario della Guerra Fredda. Questa percezione è ancora oggi molto presente, soprattutto nel dibattito politico e giornalistico, sebbene spesso in maniera del tutto fuorviante. Anche i rapporti fra l’Europa e la Turchia continuano ad essere caratterizzati da reciproche incomprensioni, ambiguità e incertezze e ancora oggi la Turchia costituisce un caso irrisolto nella questione allargamento/democratizzazione della UE. Infine, sul fronte interno, i cambiamenti verificatisi durante gli anni Settanta segnarono inevitabilmente la storia della Turchia repubblicana e ne condizionarono anche la politica estera. Il colpo di Stato del 1980 non riuscì ad imporre del tutto le scelte laiche del kemalismo, così come era avvenuto in passato. La società turca si era trasformata, concedendo all’islamismo un ruolo sempre più importante nella vita dei cittadini. La Turchia contemporanea è il risultato di una singolare specificità basata sulla complessa e multiforme relazione tra Islam e Stato Repubblicano. Tuttavia la specificità della sintesi turco-islamica è stata incapace di impedire la prevaricazione del gruppo di potere dominante, a danno delle minoranze, delle opposizioni e del pluralismo democratico. La vera sfida della Turchia contemporanea è quella di superare le categorie storiche precedenti e cercare una nuova forma di interazione sociale, politica e culturale che sia inclusiva, pluralista e partecipativa. Si tratterebbe del superamento sia dell’autoritarismo kemalista, sia del più recente autoritarismo islamico: è questa la più grande sfida che ha di fronte a sé la Turchia. Per tutte queste ragioni rileggere gli anni Settanta è di grande utilità.

Carola Cerami, storica delle relazioni internazionali, dirige l’International Center for Contemporary Turkish Studies (ICCT).