“Tullo Ostilio. Il rito, il duello, la politica”, a cura di Mario Lentano

Prof. Mario Lentano, Lei ha curato l’edizione del libro Tullo Ostilio. Il rito, il duello, la politica, pubblicato dal Mulino. Tullo Ostilio rappresenta il prototipo del re guerriero che dà a Roma lo strumento militare della potenza: come si esplicò la virtù militare del terzo re di Roma?
Tullo Ostilio. Il rito, il duello, la politica, Mario LentanoDopo i quarant’anni del regno di Numa Pompilio, nei quali non era stata combattuta una sola guerra, l’avvento di Tullo Ostilio sul trono di Roma segna in effetti, secondo la tradizione storiografica antica, il ritorno in grande stile alla politica di conquista che era stata di Romolo, come se il pendolo fosse tornato a oscillare nella direzione tracciata dal fondatore. Non a caso, le fonti sottolineano ripetutamente la giovane età del re e dei suoi seguaci, laddove Numa era salito al trono già più che adulto, e gli attribuiscono volentieri il tratto della ferocitas, un termine che in latino indica un misto di aggressività e di baldanzosa fiducia in sé stessi e nelle proprie forze, come tale tipico della giovinezza. Queste inclinazioni caratteriali portano Tullo ad affrontare a più riprese i popoli vicini e a lanciare un guanto di sfida nei confronti della stessa Alba Longa, madrepatria di Roma, nella misura in cui in quella città era nato a suo tempo Romolo: quasi una guerra civile, che si concluse con la distruzione di Alba e la deportazione dei suoi abitanti. Al tempo stesso, Tullo avrebbe messo a punto il protocollo per la dichiarazione di guerra, affidato a uno specifico collegio sacerdotale, quello dei feziali, e teso a garantire che il conflitto seguisse regole condivise e potesse dunque qualificarsi come legittimo.

Al tempo del re Tullo Ostilio si consumò lo scontro fra Orazi e Curiazi che decise in favore di Roma la contesa con Alba Longa: in che modo, in questo frangente, viene introdotto per la prima volta l’istituto della provocatio ad populum?
Lo scontro in questione, come ho già accennato, vide la vittoria dei Romani, grazie al coraggio dell’unico superstite fra i tre Orazi, che riuscì a sconfiggere uno dopo l’altro i tre avversari; subito dopo però, mentre tornava a Roma coperto dalle spoglie nei nemici, questi uccise in un impeto di rabbia la sorella, colpevole di piangere la morte di uno dei Curiazi al quale era stata promessa sposa. Il gesto fu seguito da un processo il cui esito sembrava scontato: il giovane Orazio sarebbe stato ucciso secondo una procedura terribile, prima legato a un albero, con il capo coperto, poi frustato a morte. Senonché, quando la sentenza era già sul punto di essere eseguita, Orazio si appellò al popolo che assisteva alla scena, seguendo un suggerimento dello stesso Tullo Ostilio: l’assemblea dei cittadini operò dunque in questo frangente come una sorta di corte d’appello, che alla fine, sia pure con molti dubbi, assolse l’omicida in nome dei meriti che aveva dimostrato nella guerra appena conclusa. Da quel momento in avanti l’appello al popolo, quello che i Romani chiamavano appunto provocatio, sarebbe entrato a far parte delle prerogative del cittadino: a differenza dello straniero, questi avrebbe avuto sempre la possibilità di appellare una sentenza chiedendo un nuovo giudizio al popolo riunito in assemblea. L’episodio avvenuto all’epoca di Tullo Ostilio, insomma, funge da mito di fondazione, è un racconto che spiega l’origine di una pratica destinata a segnare a lungo la cultura che lo ha elaborato.

Mezio Fufezio subisce un castigo che non ha paralleli nella storia criminale romana: di quali colpe si era macchiato il dittatore albano?
Dopo la conclusione delle ostilità fra Roma e Alba Longa, Mezio, in quanto leader della città sconfitta, avrebbe dovuto sostenere i Romani nelle guerre che sarebbero scoppiate di lì a poco: una circostanza fin troppo prevedibile, in un mondo nel quale lo scontro armato, più che un’eccezione, rappresentava la norma nelle relazioni tra popoli e città. Senonché, alla prima occasione – l’attacco dei Fidenati, sostenuti dai Veienti – l’atteggiamento di Mezio è ambiguo: il dittatore, che secondo alcune varianti del racconto aveva lui stesso sobillato i Fidenati perché aggredissero i Romani, prima si ritira su un colle vicino, con il pretesto di dare istruzioni ai suoi uomini, poi, quando le sorti della battaglia pendono a favore dei Romani, torna a schierarsi al fianco di questi ultimi. Mezio è insomma un mentitore seriale, un opportunista che tradisce tanto l’obbligo di fedeltà nei confronti dei Romani quanto la parola data ai Fidenati. Ecco perché la pena dello squartamento a lui inflitta da Tullo Ostilio, che vede il suo corpo legato a due quadrighe che vengono poi spinte in direzioni opposte, è come la trasposizione in forma di supplizio della doppiezza dimostrata dal personaggio: Mezio ha rotto i patti, ora è il suo corpo che viene “rotto” dai cavalli lanciati al galoppo.

Tullo Ostilio, una volta salito al trono, come prima attività procedette alla distribuzione di terreni in precedenza appartenenti al re, a favore dei cittadini romani privi di terre: che funzione svolgeva la distribuzione di terre ai cittadini indigenti nella comunità romana monarchica?
La ripartizione di terre ai cittadini è una iniziativa che la tradizione attribuisce praticamente a tutti i re che si alternarono sul trono di Roma, a partire dallo stesso fondatore Romolo. Tullo Ostilio, in questo senso, non fa eccezione, anzi la sua politica va anche oltre quella dei suoi predecessori: il re, infatti, non solo procede a nuove assegnazioni fondiarie, ma include nei terreni da distribuire anche quelli che in precedenza avevano costituito una sorta di appannaggio della corona, una proprietà dalla quale i sovrani ricavavano le proprie rendite e le risorse da destinare ai templi. Inoltre, Tullo si preoccupò di assegnare agli indigenti un lotto nel quale costruirsi un’abitazione e a questo scopo aggiunse al territorio già urbanizzato l’area del colle Celio, dove egli stesso fissò il proprio domicilio. L’insistenza degli storici antichi su questo genere di iniziative è giustificata per un verso da un fatto concreto, il progressivo ampliamento del territorio in seguito alle conquiste e il parallelo incremento del numero dei cittadini, quando ai vinti era data la possibilità di trasferirsi a Roma e di essere parificati nei diritti agli abitanti dell’Urbe, per un altro verso, invece, da una ragione di carattere culturale, l’idea cioè che l’attività agricola non dovesse essere riservata a una parte del corpo sociale, ma fosse un diritto-dovere di tutti i Romani, insieme all’obbligo di difendere la città in caso di guerra.

Come si concluse il regno del terzo re di Roma?
A questa domanda potremmo rispondere, in estrema sintesi, che Tullo Ostilio cominciò come Romolo e finì come Numa Pompilio, quasi riunendo nella sua parabola biografica le opposte caratteristiche dei due predecessori. Per tutta la durata del suo regno, come abbiamo già visto, Tullo fu un leader bellicoso, ma da ultimo venne colpito dalla pestilenza che stava flagellando da tempo la città: così quel re, che aveva sempre ritenuto indecoroso per un sovrano occuparsi di religione, si convinse che l’unica via di scampo per lui e per i Romani tutti fosse quella di rimettere in auge le cerimonie di culto che Numa aveva così minuziosamente definito, ma che erano poi cadute nel dimenticatoio. Senonché, proprio in questo frangente decisivo Tullo dimostrò tutta la sua imperizia: mentre cercava di eseguire un rito attenendosi alle prescrizioni del suo predecessore incappò in una serie di imprecisioni e fu Giove stesso a scagliare contro di lui un fulmine che lo uccise tra le fiamme. La tardiva e interessata conversione, la pretesa di celebrare da solo il culto, senza ricorrere alla mediazione dei collegi sacerdotali ereditati da Numa, e infine gli errori commessi nello svolgimento del rito determinarono la sua rovina. Un racconto che era insieme un monito sulla necessità della correttezza rituale – un aspetto al quale i Romani dedicavano un’attenzione addirittura maniacale – e insieme sull’impossibilità di governare trascurando quei buoni rapporti tra cielo e terra dai quali dipendevano il successo degli eserciti e la fortuna stessa della città.

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