“Tucidide e il colpo di Stato” di Luciano Canfora

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Tucidide e il colpo di Stato, Luciano CanforaTucidide e il colpo di Stato
di Luciano Canfora
il Mulino

«Il vero «rivoluzionario» è «manicheo» fa dire André Malraux al comunista Manuel nel romanzo-verità sulla guerra civile spagnola L’espoir (1937). È raro che uno storico si trovi immerso nel fuoco di una rivoluzione e ne esca vivo. Questa esperienza, unica, è capitata all’ateniese Tucidide, nell’anno 411 a.C., mentre era impegnato nella scrittura, in tempo reale, della interminabile guerra, incominciata vent’anni prima, che condusse al tracollo l’impero ateniese. Tucidide si trovò nel fuoco della effimera e sanguinosa rivoluzione oligarchico-radicale che mirava a stroncare lo strapotere popolare e a chiudere la guerra abbracciando il nemico, assunto come modello e come alleato.

Questo è l’episodio che mi spinse, oltre cinquant’anni fa, a dubitare della fable convenue, pilastro della biografia tucididea tradizionalmente consolidata: cioè di quell’inspiegabile esilio ventennale (423-403 a.C.) che, ove fosse vero, farebbe di Tucidide un finto testimone oculare della più grave – e da lui minuziosamente narrata – crisi politica della sua città. È chiaro invece che, solo nel bel mezzo della crisi e implicato in essa, Tucidide poté dar vita a questo unicum della storiografia antica (e non solo): la rivoluzione raccontata dall’interno e dall’osservatorio privilegiato delle più riservate posizioni di comando. Non è arbitrario accostare queste pagine alla Storia della rivoluzione russa di Trockij; ma, diversamente da Trockij, Tucidide non fu «manicheo». Dopo anni mi sono deciso ad affrontare e commentare analiticamente questo racconto, questo “libro nel libro”, che racchiude le radici del pensiero politico del grande ateniese e disvela il segreto della sua vicenda biografica.

Come abbia potuto Tucidide costruire un così ampio e analitico racconto che si sviluppa su molti fronti anche molto distanti geograficamente in un tempo lunghissimo (domanda che vale anche per altri storici antichi di vicende contemporanee) è problema che già la ricerca storico-biografica antica si era posta. Lo stesso Tucidide ha avvertito la necessità di un chiarimento in proposito. Perciò nel molto conosciuto, e certo prezioso ancorché molto sintetico, capitolo del I libro in cui accenna al proprio modo di lavorare garantisce al lettore di aver fatto ricorso a numerosi testimoni diretti e di aver operato (non sappiamo con quali criteri) una costante comparazione critica dei loro resoconti1. Quando dice di essersi trovato di fronte a versioni divergenti (e, par di capire, antitetiche) attribuisce tale divergenza non solo alla labilità della «memoria» dei testimoni interrogati ma anche alla «benevolenza [εὔνοια]» di costoro verso l’una o l’altra parte in lotta (perciò dice ἑκατέρων τις). E fa anche notare di aver proceduto a tale lavoro di comparazione delle fonti orali per ciascun episodio del conflitto: perciò parla di «testimoni oculari [οἱ παρόντες]» che avevano assistito, o partecipato, τοῖς ἔργοις ἑκάστοις («a ciascun ἔργον»: dove il termine, molto generale, ἔργον si riferirà soprattutto ai vari episodi bellici).

Da queste frasi la tradizione biografica antica confluita nell’opera di Marcellino (V secolo d.C.) ha tratto – non senza qualche pennellata fantasiosa – alcune plausibili deduzioni. Eccole: «Tucidide aveva sposato una donna molto ricca, originaria di Skaptè Hyle (località tracia), la quale possedeva miniere in Tracia. Entrato in possesso di tale ricchezza, non la sprecò in lusso, ma, previsto l’imminente scoppio del conflitto peloponnesiaco, decise di raccontarlo e molto denaro diede ai soldati ateniesi, ai soldati spartani e a molti altri, affinché gli riferissero tempestivamente quanto accadeva e quanto veniva detto nel corso della guerra»2. Dopo di che Marcellino prosegue: «Ci si può chiedere perché abbia elargito somme anche agli Spartani e agli altri, pur essendo possibile limitarsi agli Ateniesi e ottenere da loro le informazioni. Noi rispondiamo che lo fece non senza motivo, giacché il suo obiettivo era raccontare la verità». (Limitandosi ai soli Ateniesi – osserva – avrebbe rischiato di ottenere una informazione unilaterale o addirittura falsa.)

È interessante, sebbene – ovviamente – fantasioso, che Marcellino immaginasse che le informazioni venissero comprate da Tucidide. Ma forse ha in mente esperienze del tempo suo. Ad ogni modo nelle parole di Tucidide, che abbiamo prima riferito, non vi è alcun appiglio in tal senso: Marcellino scrive quasi dieci secoli dopo il tempo di Tucidide, ma è probabile che la sua ricostruzione si basi su dottrina biografica tardo-alessandrina (nonostante lo scetticismo preventivo e sistematico di alcuni, farei il nome di Didimo, che fu coetaneo di Augusto, di Livio e di Strabone). Se la congettura finanziaria riferita da Marcellino era già in Didimo, cioè nelle sue fonti, rispecchierà una pratica magari in vigore nei regni ellenistici nel quadro della storiografia di corte.

Non saranno congetture in tutto realistiche quelle cui Marcellino prestò fede, ma coglievano un elemento di verità implicito in quelle frasi, avare e significative, di Tucidide: che cioè egli non dové limitarsi all’operazione, ovvia, di prendere contatto coi comandanti militari (le élite di cui egli stesso faceva parte) ma deve aver trovato il modo di raccogliere, o far raccogliere, informazioni anche presso la truppa. I soggetti interessanti, e interrogabili, erano molteplici: per Atene il mondo oplitico, e poi i prigionieri di guerra; e poi – negli anni 423/422 (tregua annuale) e 421-413 (pace di Nicia e impegno militare ateniese in Sicilia) – anche personale militare spartano. A questo genere di fonti orali fa pensare l’espressione che Tucidide adopera, all’inizio di quel capitolo, quando si riferisce a coloro che lo avevano informato sul contenuto dei discorsi pronunciati da politici o da comandanti militari: οἱ ἀπαγγέλλοντες, «quelli che mi riferivano», e precisa: ἄλλοθέν ποθεν («dalle più diverse provenienze»).

Congetturale appare anche ciò che Marcellino scrive a proposito del modo di comporre praticato da Tucidide: «Sin da quando la guerra ebbe inizio – scrive – [Tucidide] annotava [ἐσημειοῦτο] tutte le azioni e gli interventi oratori, ma in una prima fase [τὴν ἀρχήν] non si diede pensiero del perfezionamento stilistico [τοῦ κάλλους]». La nozione racchiusa nel termine τὸ κάλλος è largamente comprensiva: può indicare soprattutto la stesura definitiva in opposizione alle note prese giorno per giorno. «Suo unico proposito in quella fase – prosegue Marcellino – era di mettere in salvo i fatti [σῶσαι τὰ πράγματα] grazie appunto a quell’opera di annotazione costante [τῇ σημειώσει]. In una seconda fase [ὕστερον], a seguito dell’esilio e quando soggiornava in Skaptè Hyle, località tracia, redasse in stesura non più provvisoria [μετὰ κάλλους] ciò che inizialmente aveva annotato per memoria» (Vita di Tucidide, 47). A parte la stramberia di immaginare che già dal 423 (dopo appena otto anni di guerra e vent’anni prima che la guerra finisse) Tucidide si fosse ritirato a rifinire e a mettere in forma compiuta ciò che aveva annotato (come se la guerra fosse ormai finita!), qui è interessante l’idea di una duplice fase di scrittura da parte dello storico: la fase della «annotazione dei fatti» (ivi compresi quei fatti sui generis che sono i discorsi) e la fase dell’elaborazione redazionale che perviene alla forma definitiva (τὸ κάλλος). Anche in questo caso è lecito pensare che Marcellino (o la sua fonte) si rifaccia a esperienze viventi riferite retroattivamente a un autore di secoli più antico. Peraltro è difficile immaginare che Tucidide abbia potuto procedere molto diversamente da come la tradizione nota a Marcellino immaginava.

Non sono molti i riferimenti, presso autori antichi, al modo della composizione e della scrittura: molto nota è la testimonianza della Vita Donati a proposito del modo di lavorare di Virgilio sia alle Georgiche sia, ancor più, all’Eneide: aveva in una prima fase redatto la trama dell’Eneide in prosa e l’aveva suddivisa in dodici libri, dopo di che aveva intrapreso particulatim (cioè «per singoli brani», o episodi) a metterla in versi «seguendo il proprio gusto e non certo secondo un ordine [prout liberet quidque et nihil in ordinem arripiens]» (§ 23). E all’Eneide, rimasta incompiuta, lavorò per 11 anni.»

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