Trucco e bellezza nell’antichità, Rossano De CesarisDott. Rossano De Cesaris, Lei è autore del libro Trucco e bellezza nell’antichità edito da Sillabe, un affascinante viaggio nel make-up del passato: quale importanza aveva il trucco nell’antichità?
L’utilizzo del make-up in passato ricopriva in linea di massima lo stesso ruolo dei tempi attuali: aumentare il proprio fascino e potere seduttivo, oltre ad acquisire una maggior presentabilità, con la sola differenza che in molti casi rappresentava anche una forma di distinzione sociale.

Come si truccavano gli antichi Egizi?
Nell’antico Egitto il viso veniva truccato applicandovi farina di fave e gesso in polvere, oppure utilizzando una polvere giallo ocra molto fine simile all’odierna cipria, che donava riflessi dorati all’incarnato. Le donne dalla pelle particolarmente scura utilizzavano anche una sorta di fondotinta composto da polveri di alabastro e di carbonato di soda miste al miele. Per un lunghissimo periodo le sopracciglia vennero rasate completamente, come del resto tutti gli altri peli del corpo, ridisegnate e marcate con il bistro nero, allungandole verso le tempie. Anche i contorni dell’occhio venivano bordati di nero. Sulle palpebre, gli ombretti utilizzati dalle antiche donne egizie contemplavano una molteplicità di colori: verde chiaro, rosso cinabro, l’arancio, giallo, viola, azzurro, indaco e bianco. Le prime tracce dell’esistenza del “fard” per le guance, risalgono proprio alla civiltà egizia, un composto a base di grassi animali e vegetali a cui veniva aggiunto solfuro di mercurio oppure dell’ocra rossa. Per colorare le labbra, oltre ad utilizzare sostanze analoghe a quelle usate per le guance, le donne egizie adoperavano insetti essiccati e triturati, la cui polvere era mescolata a cera d’api, olio d’oliva o resine gommose.

L’uso del kohl rivestiva particolare importanza nella cosmesi egizia.
Nell’antico Egitto, sottolineare e ingrandire lo sguardo con il kohl aveva il significato simbolico di aumentare la forza e l’amore insiti nel proprio corpo. Il kohl veniva riposto dentro contenitori di varia natura e forma, amalgamato con olio o acqua e mescolato con un apposito cucchiaino prima di essere applicato; ogni donna possedeva un mortaio in cui realizzarlo autonomamente. La linea nera veniva realizzata lungo i bordi delle palpebre, partendo dall’angolo interno dell’occhio fino ad arrivare quasi ai lobi delle orecchie, prolungandosi oltre il perimetro naturale dell’occhio. Il colore veniva steso anche all’interno della rima palpebrale e sulle ciglia. Oltre che per svolgere una funzione ornamentale e decorativa, il kohl rappresentava un vero e proprio medicinale in grado di proteggere gli occhi da infezioni nonché da micosi e, mescolandosi con l’umidità dell’occhio, anche dal bagliore della luce intensa del sole, dal vento e dalla sabbia. Probabilmente, è anche grazie alle sue proprietà mediche che il trucco sugli occhi era adottato indistintamente da uomini e donne di ogni classe sociale.

Quanto era importante il trucco per le donne greche?
C’erano delle profonde differenze in base all’area geografica di appartenenza. Ad Atene, le donne che non tenevano al proprio aspetto fisico e che apparivano trascurate venivano multate da speciali magistrati chiamati ginecomi. A Sparta, invece, risiedeva una comunità greca non particolarmente avvezza all’utilizzo dei cosmetici: secondo Plutarco, pare che Licurgo (principale legislatore della città), mise al bando l’utilizzo del trucco nella sua area, sostenendo che l’ideale di bellezza di Sparta fosse differente da quello del resto della Grecia, i cui valori erano maggiormente incentrati sulle capacità atletiche, sia degli uomini che delle donne.

Quali erano le pratiche di cosmesi più diffuse nell’antica Roma?
La cosmesi dell’antica Roma si distingueva in ars ornatrix, che si occupava della cura terapeutica della pelle (utilizzando maschere, unguenti e balsami) e ars fucatrix, che rappresentava l’arte del trucco “ingannatore”. Oltre all’elaborato make-up realizzato da schiave addette denominate cosmetae, una pratica molto diffusa tra gli antichi romani era lo scrub della pelle, per cui venivano impiegate preparazioni a base di radice di giglio, semi e miele, altrimenti frequenti impacchi a base di amido e uova e talvolta venivano utilizzate anche lozioni a base di aceto. Per attenuare le macchie della pelle, Ovidio riporta dell’esistenza anche di una cosiddetta “crema di alcione”, a base di escrementi di uccello polverizzati. A tal proposito, di grande successo fu anche la maschera ideata da Poppea, famosa soprattutto per i suoi bagni nel latte d’asina, al fine di mantenere la pelle chiara, liscia e vellutata. Tale maschera, battezzata da Giovenale con il nome di “Pinguia Poppaeana, era proprio a base di latte d’asina, mescolato a farina di segale (o pane bagnato) insieme a foglie fresche tritate, che veniva lasciata agire sul viso per tutta la notte.

Come si sono evolute tecniche e prodotti cosmetici nel tempo?
L’introduzione della tecnica della distillazione alcolica (IV sec. d.C.), unitamente allo sviluppo della chimica (inizio XVII sec.) e ancor più dopo, grazie allo sfruttamento industriale delle stesse conoscenze chimiche (fine del XIX secolo), ha reso possibile la formulazione e relativa produzione di prodotti cosmetici decisamente più performanti di quanto fossero nell’epoca antica.

Quanto era diffusa la depilazione presso i popoli dell’antichità?
Nell’antico Egitto, ad esempio, la barba naturale non era di moda, pertanto gli uomini si radevano quotidianamente, misura adottata anche per limitare l’infestazione da parte di pidocchi ed altri parassiti. A tal proposito, erano molti i barbieri disponibili e peraltro i corredi personali includevano diversi tipi di rasoi, forbici e pinzette. Anche per la donna la pelle liscia era considerata un elemento di seduzione molto importante, propedeutica all’atto sessuale. A tal proposito, venivano utilizzate vere e proprie creme depilatorie, spesso composte da ossicini d’uccello bolliti e tritati, sterco di mosca, succo di sicomoro e gomma, scaldati e applicati sulle varie zone da epilare. A dare conferma dell’esistenza di istituti di bellezza ante litteram in Etruria, è lo storico greco Teopompo, il quale narra di botteghe su strada dove il popolo etrusco andava a depilarsi impudentemente sotto gli occhi dei passanti. Nella Roma imperiale, terminata l’igiene ci si concentrava sulla rimozione dei peli superflui. A tal proposito, le antiche romane impiegavano delle creme depilatorie composte da una miscela di pece greca in olio, con l’aggiunta di resina, cera d’api e soda, a cui erano aggiunte altre sostanze caustiche e alquanto corrosive. Le pinzette (volsellae) venivano utilizzate per l’epilazione, specialmente per rimuovere i peli delle ascelle, per la cui operazione esisteva addirittura una figura professionale apposita. Anche la depilazione maschile era ampiamente praticata, tanto derisa quanto diffusa: Cesare e Augusto, ad esempio, si depilavano le gambe con gusci di noci incandescenti, convinti che in tal modo i peli sarebbero ricresciuti più morbidi. Alcuni uomini ricorrevano anche all’uso di cerette e successivamente venivano applicate sostanze caustiche (vegetali o animali), in grado di inibire la ricrescita del pelo. L’uomo ricco, il dominus, era solito farsi radere al mattino dai propri schiavi personali addetti all’operazione (tonsores), dopodiché, uno ad uno tramite delle pinzette, si faceva estirpare i peli superflui ai lati delle sopracciglia, sul collo e sulla nuca.

È possibile riproporre oggi trucchi dell’antichità?
Nonostante il clima generale attuale sia improntato alla ricerca di una sostenibilità ambientale, ritengo che in linea di massima non si possano assolutamente riesumare le antiche pratiche cosmetiche riproponendole nel contesto attuale. Certamente però se ne possono trarre alcuni interessanti spunti inserendo, laddove possibile, dei coloranti di origine vegetale.

Fin da piccolo, Rossano De Cesaris è affascinato da tutto ciò che è arte e creatività. A 19 anni si iscrive alla facoltà di Sociologia (in cui è laureato) e inizia a cimentarsi come make-up artist nel mondo dello spettacolo, con una formazione prevalentemente autodidatta. Oggi lavora come freelance dividendosi tra personaggi, moda, campagne pubblicitarie, relatore di congressi e nel campo della docenza. Oltre a circa 300 pubblicazioni su riviste nazionali e non, nel 2010 ha pubblicato il pocket di self makeup Il Trucco In 4&4’Otto (Airone Editrice), tradotto in lingua francese nel 2013 e dello stesso anno è la prima edizione di Manuale di Make-up Professionale, giunto alla quarta ristampa nel 2019 (Edizioni Lswr). Nel 2019 pubblica anche il testo Trucco e Bellezza nell’Antichità (Sillabe editrice).