“Tribuno contro tribuno. Tiberio Gracco versus Marco Ottavio” di Margherita Frare

Dott.ssa Margherita Frare, Lei è autrice del libro Tribuno contro tribuno. Tiberio Gracco versus Marco Ottavio, edito da Jovene: in quale contesto storico e politico si consumò lo scontro tra i due colleghi tribuni della plebe Tiberio Gracco e Marco Ottavio?
Tribuno contro tribuno. Tiberio Gracco versus Marco Ottavio, Margherita FrareQuando, nel 133 a.C., Tiberio Gracco ricoprì il tribunato della plebe si era appena conclusa una lunga stagione di guerre di espansione da cui Roma era uscita rafforzata ma, al tempo stesso, socialmente instabile, principalmente a causa di un’iniqua distribuzione dei territori conquistati che abitualmente favoriva le élite al potere a discapito del popolo.

A un ristretto numero di grandi possidenti, in prevalenza aristocratici, si contrapponeva una massa di piccoli proprietari terrieri e di braccianti agricoli i quali, già stremati dalla leva militare, faticavano a trovare lavoro nei campi dove venivano preferibilmente impiegati gli schiavi, affluiti copiosi come bottino di guerra.

Le fonti letterarie e le risultanze archeologiche mostrano anche la tendenza, a cavallo tra il II e il I secolo a.C., all’introduzione di tecniche di coltivazione più moderne e di tipo intensivo accessibili a chi disponeva di ingenti capitali, ma certo non al “contadino soldato” che riusciva a mala pena a provvedere al proprio fabbisogno.

Per ridurre questo divario economico, Tiberio Gracco presentò un disegno di legge che assegnava ai cittadini più bisognosi le terre pubbliche abusivamente detenute dai cittadini più ricchi (un limite massimo al possesso era già stato fissato in 500 iugeri dalla precedente legislazione agraria ma era stato puntualmente violato dai possidenti). Com’era prevedibile, la plebe povera accolse con entusiasmo il progetto, sperando finalmente di riscattarsi dai maggiorenti ai quali era anche avvinta da rapporti di clientela.

Chi erano i protagonisti dello scontro?
L’iter approvativo della Lex agraria fu segnato dallo scontro diretto tra il suo proponente, Tiberio Gracco, e il collega Marco Ottavio che tenacemente gli si oppose.

Il primo vantava una prestigiosa ascendenza. Il padre, di origine plebea, viene ricordato come un irreprensibile politico che nel corso della sua carriera non esitò a schierarsi contro personaggi collusi e a prendere la parola in difesa degli ideali repubblicani. La madre era la celebre Cornelia, figlia di Scipione Africano, forse il più illustre rappresentante della nobiltà romana. Favorito da un ambiente familiare socialmente elevato, sin da giovane Tiberio venne a contatto con alcuni esponenti della cultura greca che gli fecero da precettori, introducendolo all’arte della retorica e rafforzandone gli ideali democratici. Al tempo stesso si avvicinò ai giuristi più autorevoli del tempo il cui apporto risultò fondamentale per la redazione del testo della legge. Era anche un formidabile oratore. Sappiamo che i romani fecero tesoro dei discorsi con cui Tiberio aveva infiammato il popolo, seppur non mancò chi, come Cicerone, ne criticò aspramente le pericolose derive demagogiche.

Molto più scarne sono le notizie sul suo avversario. Di inferiore statura politica, Marco Ottavio era un giovane rampollo di una agiata famiglia plebea, con una bella villa sul Palatino e detentrice di molte terre pubbliche. Pare che tra lui e Tiberio corressero buoni rapporti, che certamente si raggelarono nell’agone politico. Nonostante il suo ruolo di tribuno gli imponesse di assecondare le richieste del popolo, che di fatto si era già espresso a favore della legge, su sollecitazione (o forse addirittura dietro compenso) del senato, decise di intercedere contro Tiberio. I suoi discendenti ne seguirono le tracce, coltivando i medesimi propositi antipopolari e ostacolando in più occasioni le iniziative democratiche dei tribuni della plebe.

Quali vicende segnarono la votazione della Lex Sempronia Agraria?
Per prima cosa Tiberio provò a convincere Marco Ottavio a ritirare il veto, facendo leva sull’ampio consenso popolare di cui godeva la riforma ed esortandolo a rispettare il suo ruolo di difensore della plebe. Poiché quest’ultimo, opportunamente istruito dai senatori, non desisteva e il procedimento legislativo rimaneva bloccato, Tiberio decise di compiere una mossa dirompente: chiese alla plebe di decidere chi tra lui e il collega meritasse di conservare la carica, ben sapendo di essere il favorito. Ottavio fu così destituito e, venuto meno ogni ostacolo, la votazione della legge andò finalmente in porto. L’iniziativa di Tiberio venne giudicata dai suoi avversari come un attentato alla sacra inviolabilità dei tribuni. In effetti non era mai accaduto che un magistrato venisse deposto prima di portare a compimento il mandato. Solo dopo essere uscito di carica poteva essere sottoposto ad un giudizio di responsabilità politica e ciò valeva a maggior ragione per un tribuno della plebe, coperto dalla sacrosanctitas che ne connotava la funzione. L’aver ignorato questi principi rese Tiberio ulteriormente inviso all’oligarchia al potere. Quando poi decise di ricandidarsi al tribunato per l’anno successivo, i senatori, temendo ulteriori attacchi al potere aristocratico, lo accusarono di aspirare alla tirannide. Nei tumulti che si sollevarono in Campidoglio tra le opposte fazioni il giorno della sua probabile rielezione, Tiberio finì assassinato, assieme a centinaia di sostenitori.

Quali erano le ragioni politiche sottese allo scontro?
L’aristocrazia senatoria si adoperò in tutti i modi per non elevare Tiberio a eroe della repubblica e per farlo dovette in primo luogo offrire una giustificazione giuridica della sua morte violenta. Tiberio era l’empio profanatore della sacrosanctitas tribunizia che, sotto un’apparente veste democratica, aspirava a ricoprire un potere monarchico. Insomma, non un riformatore illuminato, ma un nemico della res publica che andava rapidamente eliminato. La sua morte violenta rappresentò per il popolo un’occasione perduta di veder allargare la propria base partecipativa alla vita politica, per la repubblica il principio di una stagione di violenza e di declino.

Rispetto alle accuse che gli vennero rivolte, Tiberio si pose da una visuale completamente diversa. Per quanto la deposizione di Ottavio fosse scaturita da una sua personale iniziativa, è la plebe che, regolarmente riunita, la approvò. Questo è il principale argomento sul quale costruì la propria difesa, pronunciando il suo discorso più celebre, che ci è tramandato dallo storico Plutarco: il tribuno è consacrato al popolo e per questo è chiamato a difenderlo. Se viene meno a tale dovere, cessa di per sé dalla carica e perde la propria inviolabilità. Si tratta di una concezione che ridefinisce il rapporto tra popolo elettore e magistrato eletto, ponendo al centro il rispetto della fiducia che il primo ripone sul secondo. Tale vincolo limita, anzi impedisce, l’esercizio arbitrario dell’intercessio da parte del tribuno e consente una valutazione, già in itinere, del suo operato.

Queste motivazioni teoriche rappresentano la vera anima rivoluzionaria del pensiero graccano. Non siamo forse molto lontani dalla teorizzazione del principio del vincolo di mandato, come è stato recentemente sottolineato da una parte della letteratura nordamericana laddove, nel distinguere tra rappresentanza con mandato imperativo (o vincolato) e rappresentanza plenipotenziaria, con riferimento a quest’ultima ha parlato di ‘pre-Gracchan view’ o, alternativamente, di ‘trustee conception’.

L’innovatività del discorso graccano, appariva poi particolarmente dirompente in un’epoca storica in cui la parificazione politica tra patrizi e plebei poteva dirsi pienamente raggiunta. Ai tempi di Tiberio siamo cioè ormai lontani dalle lotte combattute tra V e IV secolo dai plebei (ricchi o poveri che fossero), al fine di ottenere un accesso paritario alle magistrature pubbliche, prime fra tutte il consolato. La saldatura tra i due ordini aveva infatti garantito stabilità alla res publica e al tempo stesso fatto smarrire ai tribuni la propria originaria funzione, di intercedere nell’esclusivo interesse dei plebei. Il veto dichiaratamente antipopolare opposto da Marco Ottavio appariva per tali ragioni meno “scandaloso” o comunque assai meno inusuale della sua destituzione da parte di Tiberio.

Quali furono gli esiti costituzionali dello scontro?
L’interrogativo principale attiene alla risonanza che la destituzione di Ottavio esercitò, in età tardo repubblicana, sulla valutazione di altri magistrati “infedeli”; se esso, cioè, costituì un unicum della storia costituzionale romana o se assunse la portata di precedente replicabile in contesti simili a quelli che portarono allo scontro tra Tiberio e Ottavio.

Il problema va affrontato partendo da una premessa di carattere generale: l’ordinamento romano non si fondava su un assetto normativo chiuso e immodificabile che impedisse la creazione di nuove prassi e, attraverso di esse, di nuove “norme costituzionali”. Ciò non vuol dire che non fossero stati fissati dei principi, avvertiti come insuperabili, ma essi attenevano alla stessa esistenza della forma rei publicae e alla sua salvaguardia (primo fra tutti il divieto di introduzione di un potere monarchico).

Sul punto la posterità romana ci ha offerto una risposta, avendo mostrato di ritenere “valevole” e degno di recepimento l’esempio di Ottavio, attraverso l’approvazione di successive abrogazioni, non solo di tribuni della plebe, ma anche di altri magistrati. Tuttavia l’esame delle destituzioni successive a quella di Ottavio ne svela un uso distorto rispetto a quello auspicato da Tiberio. La revoca del mandato divenne soprattutto uno strumento di lotta politica che poco aveva a che spartire con il rispetto della volontà popolare, così come l’aveva democraticamente intesa Tiberio. Per ironia della sorte tornò utile allo stesso senato per allontanare autoritativamente magistrati pericolosi o comunque non allineati, senza nemmeno passare per il voto popolare. D’altra parte, le stesse assemblee della plebe mostrarono di non saper più riconoscere nei tribuni i propri “capi” e di anteporre la ragion di stato alla libertas repubblicana.

Al di là del tragico epilogo della riforma agraria e della violenza sociale che né derivò, credo allora che il vero successo del pensiero politico di Tiberio stia nell’aver condizionato, correndo sottotraccia nella Storia, la riflessione dell’occidente giuridico, nordamericano in particolare, in molti ambiti del diritto pubblico.

Nell’offrire una personale rilettura degli episodi cruciali del tribunato di Tiberio Gracco è per esempio assai significativo che alcuni esponenti della cultura giuridica statunitense come l’avvocato e politico James Hamilton Lewis e lo storico Frank Frost Abbott abbiano rinvenuto proprio nella destituzione di Marco Ottavio l’origine della procedura referendaria di recall vote, letteralmente “voto di richiamo”, dei funzionari pubblici prevista da taluni stati federati americani, sul modello della Pennsylvania che ne fece espressa menzione già nella Costituzione che si diede nel 1776.

Margherita Frare è Dottore di ricerca in diritto romano e cultura giuridica europea. Con Jovene ha pubblicato nel 2019 anche il libro L’humanitas romana. Un criterio politico normativo .

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