“Trauma e nostalgia. Per una lettura del concetto di Heimat” di Judith Kasper

Trauma e nostalgia. Per una lettura del concetto di Heimat, Judith KasperTrauma e nostalgia. Per una lettura del concetto di Heimat
di Judith Kasper
Marietti 1820

«Che la parola tedesca Heimat sia intraducibile in altre lingue, costituisce ormai un luogo comune. Ogni suo corrispettivo — «patria», «paese natale», «patrie», «home» o «homeland» ecc. — sembra in generale sin troppo determinato per mantenere in sé tutte quelle connotazioni implicate nella parola tedesca, che ne fanno un termine essenzialmente indefinibile. Eppure, nonostante la sua supposta intraducibilità, la parola Heimat viene costantemente tradotta e definita. La sua traduzione come anche la sua definizione non fanno altro che tradurre la parola in modo da distinguere diversi livelli semantici e ambiti funzionali che invece nella parola tedesca risultano inseparabili. Evidentemente una traduzione, del resto ogni traduzione, non può aver luogo che escludendo o tralasciando alcuni di tali livelli. In particolare la traduzione di Heimat è possibile solo nella misura in cui cancella ciò che non si lascia né definire né concettualizzare: quella sua specifica carica di emotività e di intensa sentimentalità, ossia il vasto spettro di associazioni affettive che vengono attivate rispetto alla dimensione della casa, del focolare, dei ricordi d’infanzia e della famiglia che la parola suggerisce.

Più che di scrivere una storia del concetto, si tratterà di approfondire insieme agli aspetti giuridico-politici della Heimat, che la parola implica in quanto potenziale affettivo e espressione di intimità, in quanto ricordo e sentimento di appartenenza a un luogo. E evidente come tale aspetto, per quanto inseparabile dal primo, non gli si riduca, Difficile, se non addirittura impossibile, scrivere una storia di quest’ultima dimensione, che determina comunque in maniera essenziale le singole vite. In un certo senso possiamo sostenere che la storia della Heimat sia costantemente attraversata da dinamiche affettive, che in quanto tali rimangano concettualmente inafferrabili e di cui possiamo solo registrare gli effetti.

Nella lingua italiana, si identifica in genere il termine tedesco Heimat con «patria». Secondo la definizione che ne dà il dizionario, la «patria» (come i suoi omologhi nelle altre lingue romaniche) indica «la città o il paese natale», ma anche un «ambito territoriale, tradizionale e culturale cui si riferiscono le esperienze affettive, morali, politiche dell’individuo, in quanto appartenente a un popolo». Se la parola Heimat include in sé molti di questi ambiti, essa fa tuttavia innanzitutto riferimento — come indica la sua radice Heim — al campo semantico della casa e della famiglia.

Heimat oscilla, dunque, tra pubblico e privato, tra l’indicazione di un’appartenenza a una comunità sociale e politica e quella di un’appartenenza più intima che riguarda il legame con la casa, il focolare, lo Heim, in quanto sfera abitativa privata e mondo interiorizzato. Mentre il primo rapporto riguarda un collettivo tenuto insieme da una storia, da istituzioni politiche e da simboli comuni, il secondo rapporto — quello con la casa — riguarda invece maggiormente legami di parentela, ma anche gli affetti più immediati e il rapporto di ogni singola persona con il mondo direttamente circostante, cioè con ciò che secondo l’espressione di Heidegger, è «a portata di mano» ed è caratterizzato da una «non-vistosa familiarità».

Al cospetto della Heimat siamo confrontati con un ampio spettro semantico della spazialità. La parola abbraccia sia il mondo più vicino, concreto e palpabile, sia un più ampio spazio, tendenzialmente astratto ma esistenzialmente non meno decisivo. Da un lato, dunque, il concetto suggerisce una continuità tra spazi e ambiti, e tra gli spazi e coloro che li abitano e che vi sono «di casa». Questa suggestione è tale da suscitare l’impressione che i due piani confluiscano l’uno nell’altro, in una sorta di fusione emotiva. D’altro lato, questi spazi e ambiti, da un punto di vista giuridico-politico, sono chiaramente distinti dall’opposizione tra privato e pubblico, tra locale e globale, tra statale ed extra-statale.

Le tensioni che hanno attraversato il concetto di Heimat nel Novecento hanno certo a che fare con il tentativo di conciliare, all’interno della sua supposta unità, la contrapposizione dalla quale essa è segnata. In un certo senso si può sostenere che rappresenti lo specchio delle tensioni che attraversano la politica del Novecento e che ancora agiscono sulla nostra concettualità politico-culturale.

Da un punto di vista più strettamente storico-politico, è stato l’avvento dei nazionalismi nel corso dell’Ottocento ad aver reso sempre più evidente e politicamente decisiva la tensione tra il fatto che Heimat contiene in sé dei significati che si escludono a vicenda e la tendenza a farli coincidere in quella stessa parola. Tale tensione culmina nel nazionalsocialismo, implicando l’esplosione del concetto stesso e il totale dissolvimento tanto del politico quanto della sfera privata. Non stupisce che sia stato proprio il nazionalsocialismo a fare della Heimat uno dei suoi più importanti cavalli di battaglia. Nella misura in cui viene cancellato il confine che separa la sfera dello Stato da quella della casa ed essi diventano indistinti, lo Stato assorbe i principi che una volta erano riservati alla caratterizzazione dei rapporti più intimi: per esempio, principi dell’affetto e del sangue, che determinano i rapporti all’interno della famiglia o della stirpe. Lo specchio più fedele di questa trasformazione è costituito certamente dalla tristemente famosa formula del Blut und Boden. Allora uno Stato comincia a definire l’appartenenza dei suoi abitanti non più solo sulla base di criteri territoriali, bensì sulla base di una miscela esplosiva costituita da terra, sangue e affetto. […]

Il nazionalsocialismo rappresenta un salto di qualità e un ulteriore passo in avanti in questa dinamica. Insistendo sull’unità irriducibile tra terra e sangue in quanto condizione dell’appartenenza alla comunità ariana, riesce allo stesso tempo a proiettare la stessa idea di Heimat in spazi lontani che sono ancora da conquistare, ma che sono in un certo senso promessi al nuovo popolo eletto, il quale è trasformato in una razza in cerca di uno «spazio vitale», essenziale al suo mantenersi, alimentarsi e ingrandirsi.

La conquista dello spazio vitale implica tuttavia la «terribile necessità» della guerra. In questa costellazione la Heimat può così essere evocata proprio come la legittimazione superiore della guerra. É in nome di una presunta Heimat che diventa infatti possibile lavorare per costituire uno spazio razzialmente omogeneo. […]

Con i crimini commessi in nome della Heimat, la parola ha conosciuto un periodo di totale infamia e discredito, finendo per uscire nel secondo dopoguerra dal lessico dei concetti politici. A causa di questa carica di connotazioni ideologiche inadatte a costituire un concetto operativo per la ricostituzione delle società democratiche, insieme alla sua «proibizione» e alla sua rimozione, è stato tuttavia inibito anche il confronto critico con quelle dimensioni dal cui intreccio era fuoriuscita la parola. Impensata è rimasta la «scandalosa» e «inaudita» implicazione tra ambiti tra loro profondamente diversi che la parola Heimat rivela, e in particolare tra l’irresistibile bisogno dell’uomo di sentirsi a casa e la violenza che il suo potenziale aggressivo e distruttivo implica.

Del resto, la cancellazione della parola Heimat dall’orizzonte politico e filosofico e la sua sostituzione con formule e costruzioni astratte — come ad esempio quella del «patriottismo costituzionale» — che vorrebbero istituire un’appartenenza politica e giuridica basata su criteri puramente razionalistici, ammettendo solo sentimenti purificati dall’eccesso affettivo, hanno solo fatto sì che venisse persa di vista l’implicazione delle questioni politiche con degli aspetti affettivi.

L’opera di Heidegger, attraversata da un’unica e intensa preoccupazione per la Heimat dell’uomo, offre degli spunti essenziali per recuperare, da un punto di vista filosofico e letterario la dimensione affettiva della Heimat, tralasciata dagli approcci razionalistici.»

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