Dott.ssa Maria Giovanna Sandri, Lei è autrice del libro Trattati greci su barbarismo e solecismo. Introduzione ed edizione critica edito da De Gruyter: cosa si intendeva, in età antica, bizantina e umanistica, per barbarismo (βαρβαρισμός) e solecismo (σολοικισμός)?
Trattati greci su barbarismo e solecismo. Introduzione ed edizione critica, Maria Giovanna SandriBarbarismo e solecismo erano le due principali tipologie di errore linguistico. Benché in origine i termini fossero usati come interscambiabili – ad indicare, genericamente, il vizio grammaticale –, almeno a partire dal III sec. a.C. doveva essere assodata la definizione secondo cui il barbarismo era legato alla léxis (“parola”), il solecismo al lógos (“discorso”): il barbarismo, dunque, era l’errore che sorgeva a livello morfologico, fonetico o prosodico, mentre il solecismo interessava il piano della sintassi, cioè la combinazione delle singole parole. La più antica attestazione di questa distinzione è in Diogene di Babilonia, filosofo stoico vissuto tra il III e il II s. a.C.

Quali norme stabiliva l’ἑλληνισμός per l’uso corretto della lingua greca?
Almeno a partire da Aristotele (IV sec. a.C.), ἑλληνισμός è, in generale, il modo corretto di parlare greco. Lo specifico significato di questo concetto e le norme che esso sottende sono state, nel corso dei secoli, materia di grande dibattito. In età antica, a norme di stampo grammaticale se ne affiancavano altre di carattere retorico. Ad esempio, sempre secondo Aristotele, l’ἑλληνισμός consisteva non solo nell’uso appropriato delle congiunzioni e nella concordanza corretta delle parole nel genere e nel numero, ma anche nell’impiego di un lessico preciso e non ambiguo: queste ultime due norme, com’è evidente, si collocano su un piano retorico piuttosto che stricto sensu grammaticale. Furono invece gli stoici a sviluppare una vera e propria teoria delle “virtù” (aretái) e dei “vizi” (kakíai) della lingua, ed è proprio nell’ambito di questo dibattito che vennero sistematicamente distinti i fenomeni di barbarismo e solecismo. Ad ogni modo, il concetto di ἑλληνισμός fu sempre assai sfuggente. Secondo uno dei più grandi filologi alessandrini, Aristofane di Bisanzio (III-II sec. a.C.), la correttezza linguistica andava perseguita attraverso il metodo analogico, che prevedeva di regolare un dato fenomeno linguistico sulla base di un altro che fosse ad esso consimile. Aristarco di Samotracia (III-II sec. a.C.) e, successivamente, alcuni suoi allievi (fra i quali Tolomeo Pindarione, II sec. a.C.) furono strenui promotori dell’idea secondo cui l’ἑλληνισμός coincideva con la lingua di Omero: quelli che, nel contesto della poesia omerica, sembravano errori linguistici, erano per loro, in realtà, licenze poetiche. Nella sua opera Contro i grammatici, Sesto Empirico (II sec. a.C.) si scagliò contro i propugnatori di tale dottrina, sottolineandone la pedanteria. L’affermazione della koiné – la lingua comune dei parlanti greco a partire dal dominio macedone in Grecia – anche nello scritto e il successivo, definitivo assoggettamento della Grecia da parte dell’impero romano spinsero molti intellettuali greci ad assumere un atteggiamento nostalgico e, in un certo senso, “nazionalistico” anche in ambito linguistico: in questa temperie, a partire dal I sec. a.C. si colloca la nascita del movimento atticista, che ravvisava il modello principale dell’ἑλληνισμός nel dialetto attico di V-IV sec. a.C. La necessità di fissare norme linguistiche chiare portò alla produzione di appositi manuali sull’ἑλληνισμός. Purtroppo, la trattatistica antica ci è pervenuta in forma estremamente frammentaria; ma sappiamo, ad esempio, che Filosseno di Alessandria (I sec. a.C.) perseguiva l’ἑλληνισμός attraverso il metodo etimologico, cioè mediante lo studio del significato ‘autentico’, ‘originario’ delle parole, mentre è probabile che un grammatico a lui contemporaneo, Trifone di Alessandria, prendesse le mosse dallo studio dei dialetti. Apollonio Discolo (II sec. d.C.), realizzò una sintesi tra le posizioni degli strenui difensori dell’analogia e quelle di coloro che ritenevano che l’ἑλληνισμός si fondasse sull’uso abituale della lingua (synétheia): pur fondando la sua teoria su un metodo rigorosamente analogico, Apollonio riconosceva la legittimità anche di forme comunemente considerate “irregolari”. Al netto della multiformità del concetto di ἑλληνισμός, qui preme ricordare almeno due punti fondamentali. In primo luogo, la difesa della correttezza linguistica ha avuto, dall’età imperiale a quella bizantina, anche un forte valore identitario per i parlanti greco: il fatto di parlare greco correttamente (ἑλληνίζειν) era la virtù somma per i retori, per gli intellettuali che sotto l’impero romano continuavano orgogliosamente a difendere la loro lingua e la loro cultura in una parte amplissima del Mediterraneo orientale. In secondo luogo, la manualistica antica costituisce il fondamento della teoria grammaticale dei giorni nostri: questo, naturalmente, per il tramite dei dotti bizantini e, successivamente, degli umanisti, che non furono semplici tramiti della tradizione grammaticale precedente bensì furono essi stessi autori di nuove opere grammaticali.

Quali sviluppi semantici hanno subito i due termini nel corso dei secoli?
Ho già accennato al fatto che in età antica barbarismo e solecismo erano interscambiabili, ad indicare l’errore linguistico generico. Benché già in Aristotele la differenziazione tradizionale tra barbarismo e solecismo come errore morfologico, fonetico o prosodico il primo, sintattico il secondo fosse già in nuce, fu necessario attendere sino alla nascita della grammatica in senso moderno (cioè come scienza avente dignità in sé, e non ancillare allo studio della letteratura) per arrivare a una vera e propria teorizzazione e sistematizzazione dei due fenomeni: dall’opera sulla sintassi di Apollonio Discolo, sappiamo che sicuramente già nel II sec. d.C. la distinzione dei due fenomeni era assodata, e che una discussione sulla loro natura e le loro diverse tipologie era ben avviata.

Quali trattati e teorizzazioni furono prodotti in materia in ambito greco?
All’interno di questo studio è stato possibile individuare dodici trattati superstiti sul barbarismo e sul solecismo, databili variamente tra l’età tardoantica e quella tardobizantina. Prima di questa edizione, per nove di questi testi si disponeva di edizioni ottocentesche che, seppure molto utili e meritevoli sotto molti punti di vista, non sempre erano affidabili nella ricostruzione dei testi, perché basate su un numero ridotto di testimoni manoscritti. Altri tre trattati, invece, sono stati qui pubblicati per la prima volta. In generale, la struttura di questi testi è sempre la medesima: ad una breve introduzione contenente la definizione di barbarismo e/o solecismo, segue un elenco delle varie tipologie dei due fenomeni. Per ciascuna tipologia, l’autore del trattato fornisce alcuni esempi, che possono essere frammenti letterari più o meno antichi oppure exempla ficta, cioè esempi inventati, solitamente tratti dal linguaggio comune. A tal riguardo, preme ricordare come il valore di questi testi risieda anche nel fatto che, in alcuni casi, essi conservano frammenti poetici antichi non altrimenti conservati: alcuni sono adespoti, cioè tramandati senza l’indicazione dell’autore, mentre di altri viene esplicitata la paternità, come nel caso di un frammento attribuito al celebre poeta Anacreonte (VI-inizio V sec. a.C.). I trattati più antichi sono quelli attribuiti al retore Polibio di Sardi e al famoso grammatico Erodiano (II sec. d.C), peraltro figlio dell’Apollonio Discolo sopra ricordato. Non vi sono ragioni di dubitare della paternità dell’opera attribuita a Polibio, mentre il trattato ascritto a Erodiano è sicuramente spurio. Nondimeno, alcune caratteristiche di quest’ultimo testo (ad esempio, la presenza di frammenti tragici non altrimenti noti) indurrebbero a datarlo, al più tardi, alla tarda età imperiale. Gli altri trattati sono anonimi, ad eccezione dell’opera sul solecismo “morale” del famoso grammatico d’età paleologa Manuele Moscopulo (XIII-XIV sec.). La peculiarità di quest’ultimo testo è nell’associazione di ciascuna tipologia di vizio grammaticale ad un corrispettivo vizio comportamentale: ad esempio, il bugiardo è un solecista “per scambio” (sostituisce una lettera o una parola con un’altra), colui che non ripaga i debiti è un solecista “per il numero” (sbaglia il numero grammaticale), e così via. L’idea del solecismo come errore “morale” era estranea alla dottrina antica, ma ben diffusa in età bizantina. Gli ultimi tre trattati editi all’interno di questo libro sono invece compilazioni tarde, prodotte mediante un operazione di “copia e incolla” di trattati preesistenti. In generale, la tradizione dei trattati greci sul barbarismo e sul solecismo rappresenta un patrimonio vasto ed eterogeneo, in cui molte dottrine tornano uguali, ma alcuni aspetti sono unici e propri dei singoli testi.

Quali difficoltà nella loro datazione e attribuzione presentano i manoscritti da Lei censiti?
Le difficoltà sono le medesime che s’incontrano con tutti i codici greci. A volte abbiamo la fortuna di avere una sottoscrizione che indica con precisione la data in cui il manoscritto è stato vergato, l’identità del copista etc. Ma questo si verifica di rado. La datazione dei manoscritti medievali è operazione assai delicata, e l’analisi della scrittura è uno dei principali strumenti di cui disponiamo. La scrittura ci permette di collocare il manoscritto nel tempo e, talvolta, nello spazio: sono note, infatti, alcune grafie dal carattere strettamente regionale e/o locale (ad esempio, le scritture “periferiche”). In casi particolarmente fortunati è possibile stabilire persino l’identità di chi ha copiato un manoscritto: una risorsa preziosa è oggi rappresentata dai repertori di copisti greci, il più importante dei quali è il Repertorium der griechischen Kopisten (tre volumi per ora pubblicati, 1981-1997), che raccoglie gli specimina delle mani di centinaia di copisti greci vissuti tra il IX e il XVII sec. Quando i fogli dei manoscritti sono in carta filigranata, un altro appiglio per la datazione è rappresentato dalle filigrane: con l’ausilio di numerosi repertori di filigrane – ci basti menzionare Ch.-M. Briquet, Les filigranes, dictionnaire historique des marques de papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600, Genève 1907 – si può riuscire a datare il manufatto con un’approssimazione di pochi decenni. Una corretta datazione dei testimoni manoscritti è essenziale non solo per l’analisi della tradizione manoscritta di un determinato testo, ma anche perché, in molti casi e specialmente quando si tratta di testi grammaticali o di scuola, di bassa autorialità, l’epoca di confezionamento del testimone manoscritto più antico di un determinato testo rappresenta anche l’unico terminus ante quem per la sua datazione. Questo aspetto apre ad un problema alquanto serio, cioè la datazione e l’attribuzione di testi paraletterari come quelli oggetto di questo studio. I copisti antichi e bizantini non avevano alcuna nozione di copyright, e testi tecnici come quelli grammaticali venivano perciò ricombinati e riutilizzati secondo processi che è spesso molto difficile ricostruire. Alcuni trattati sono trasmessi in forma adespota, cioè senza alcuna indicazione dell’autore, mentre altri sono falsamente attribuiti a grammatici illustri. Per testi di questo tipo, in cui ogni tipo di espressività o particolarismo linguistico sono banditi, non possiamo ricorrere a criteri di ordine stilistico o lessicale per dirimere problemi di attribuzione e datazione. È proprio questa la ragione per cui, in riferimento ai testi editi in questo libro, non di rado si è preferito mantenere forchette cronologiche anche di una certa ampiezza.

Cosa rivela lo studio della tradizione manoscritta della trattatistica greca relativa ai due vizi?
La straordinaria vitalità di questi testi, prima di tutto. Nel corso dei secoli, i trattati sul barbarismo e solecismo vennero copiati all’interno di innumerevoli testimoni manoscritti. I testimoni che sono sopravvissuti sino ad oggi rivelano come questi testi furono tutt’altro che sterili: durante la sua trasmissione, ogni testo fu oggetto di modifiche, rimaneggiamenti, aggiunte, processi di abbreviazioni (“epitomazioni”) e ricombinazioni che avvennero in un numero incalcolabile e in modalità spesso ignote. Questa caratteristica è tipica delle tradizioni manoscritte della letteratura cosiddetta secondaria, vale a dire una produzione “d’uso”, priva di un valore letterario intrinseco ma volta all’interpretazione di altri testi o all’esposizione dei principi di una data tecnica. I maestri di scuola e, in generale, i teorici della lingua che dall’antichità fino all’epoca umanistica si servirono dei trattati sul barbarismo e sul solecismo adattarono questi testi, di volta in volta, alle loro esigenze e a quelle della loro epoca. È così che, ad esempio, un testimone manoscritto di XIV sec., oggi conservato a Vienna, trasmette una redazione fortemente rimaneggiata, con epitomazioni e aggiunte, dei trattati nrr. [5] e [6] di questa edizione, tanto da stravolgerne quasi la struttura; del trattato nr. [7] vi sono almeno due redazioni: una primaria, un’altra fortemente ridotta; il trattato nr. [12] è una compilazione realizzata mediante un’operazione di copia e incolla che ha riguardato numerosi testi sul barbarismo e sul solecismo preesistenti, come quelli editi sotto i nrr. [3], [4], [5], [6], i prolegomena di Giorgio Cherobosco (VIII sec.) ai canones di Teodosio d’Alessandria, il capitolo sul barbarismo e solecismo del manuale sulla sintassi di Gregorio di Corinto (XI-XII sec.). In definitiva, questi testi sono innanzitutto preziosa testimonianza della teoria linguistica e della prassi scolastica antica. Se però consideriamo i percorsi – spesso tortuosi – che i testi intrapresero in epoca medievale e umanistica, essi ci offrono un affascinante scorcio sul modo in cui i dotti bizantini sono stati capaci non solo di preservare la cultura antica, ma anche di appropriarsene e, in un certo senso, farla rivivere sotto altre forme.

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