Prof. Piero Martin, Lei è autore con Alessandra Viola del libro Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti edito da Codice: quello di «rifiuto» è un concetto moderno?
Trash. Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti, Piero Martin, Alessandra ViolaDirei proprio di no. I rifiuti sono vecchi tanto quanto il genere umano e con questo libro abbiamo volute proporre un viaggio, aperto a tutti alla scoperta dei rifiuti fuori e dentro di noi. Un viaggio che talvolta fa sorridere ed altre volte arrabbiare, ma sempre scientificamente rigoroso.
Infatti fin dalla preistoria l’uomo produce rifiuti: ossa di animali cacciati, armi o utensili non più funzionanti. E man mano che la civiltà si sviluppava e nascevano le prime città i rifiuti cominciavano a diventare un problema con cui confrontarsi. A partire dal problema di allontanare acquee fluidi di varia natura, sia superficiali, come quelle meteoriche, sia provenienti da attività umane di vario genere, in primis le nostre deiezioni. La storia delle fogne inizia migliaia di anni fa e l’edificazione di sempre migliori impianti fognari si accompagna allo sviluppo di civiltà via via più evolute.

Nelle isole Orcadi, a nord della costa scozzese, si trova il sito di Skara Brae, che è nella lista dei luoghi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. È uno degli insediamenti neolitici meglio preservati, che si ritiene sia stato abitato tra il 3100 e il 2500 a.C. e. A quei tempi le comodità̀ erano un lusso, eppure il complesso residenziale di Skara Brae era già dotato di un rudimentale sistema di drenaggio, che convogliava gli scarichi delle singole dimore lontano dal villaggio. Ancora prima le civiltà che si susseguirono nell’odierno Iraq dal 5500 a.C. al 500 a.C. circa, tra le quali sumeri, accadi e babilonesi, furono accomunate dall’uso di sistemi di tubazioni di scarico, latrine e pozzi neri.

Veri maestri
 nel campo furono per esempio gli antichi romani, che costruirono il più complesso sistema di fogne e acquedotti del mondo antico, il cui modello fu anche esportato in molti dei territori che conquistarono. Senza dubbio il collettore fognario romano più famoso è la Cloaca Massima, che iniziò nel sesto secolo a.C. con la canalizzazione di un corso di acque di scolo che dal Foro Romano si dirigeva verso il Vicus Tuscus.
E furono proprio i romani a realizzare quella discarica di anfore usate che oggi è diventata il Monte Testaccio. Questa collina, situata in prossimità del porto fluviale dell’antica Roma sulle rive del Tevere, è infatti artificiale. Le sue pendici ricoprono infatti un enorme cumulo di cocci, detti testae in latino, termine dal quale viene il nome del quartiere. I cocci provenivano dal vicino porto e in maggior parte appartenevano ad anfore che dopo essere state usate per
il trasporto delle merci venivano ammassate in quella zona, che fungeva quindi da discarica.
Le anfore erano tipicamente quelle che avevano contenuto olio e che non potevano essere riutilizzate a causa dell’irrancidimento dei residui. Accumulati e coperti di calce, che garantiva igiene e allo stesso tempo serviva a irrobustire la struttura,
nel corso degli anni – all’incirca dai tempi di Augusto fino a circa il terzo secolo d.C. – i cocci arrivarono a formare l’attuale collina.
In tempi più recenti con i rifiuti si costruirono anche isole nella laguna di Venezia, come ad esempio Sacca Sessola, un’isola artificiale, realizzata nel 1870 con il materiale di risulta proveniente dallo scavo dei canali navigabili
per il porto marittimo veneziano, che proprio in quegli anni veniva rimodernato e ampliato.

Insomma, i rifiuti ci accompagnano dagli albori della civiltà ed è anche per questo che il loro studio può dare importantissime indicazioni agli archeologi. E, come scriviamo nel libro, probabilmente anche le nostre discariche diverranno un domani preziosi fonti di informazione per gli archeologi del futuro sul nostro modo di vivere.
Ecco allora che nel nostro viaggio ci siamo fatti accompagnare da curiosità e tanti dati, tecnologie di punta e antiche tradizioni, arte e natura, per ricostruire la storia di un’idea – quella del rifiuto – che nei secoli si è trasformata. Dalle nostre case all’intero pianeta andiamo alla scoperta di cosa e quanto sprechiamo, di quanto vale quello che finisce nel cestino, nelle fogne o in discarica e di cosa ci si potrebbe fare (o già ci si fa). Perché dall’arte all’industria, dal cinema all’ambiente i rifiuti sono un problema, ma possono anche essere la soluzione.

Cosa e quanto sprechiamo?
Di tutto, purtroppo. E sempre di più, come possiamo facilmente renderci conto pensando a tutto quello che ogni giorno noi stessi buttiamo e che potrebbe invece continuare ad essere utilizzato. È una tendenza che dobbiamo assolutamente invertire, se vogliamo garantire un futuro al nostro pianeta.

Sprechiamo cibo, tanto. Secondo il rapporto dell’Unione Europea “Estimates of European food waste levels”, pubblicato nel 2016, una percentuale compresa tra un terzo e la metà della produzione mondiale di cibo non viene consumata. Questo spreco include il cibo gettato in famiglia, ma anche la parte di raccolto abbandonata nei campi per motivi economici, gli avanzi delle mense e degli allevamenti, gli scarti di produzione industriale). La porzione di cibo che diventa rifiuto è gigantesca.

Sprechiamo poi tante altre cose: acqua, materie prime, energia, carta, plastica, detersivi…solo per fare degli esempi. Il caso della plastica è emblematico: è un materiale nobile, utilissimo e con moltissimi pregi, che si produce a partire da una materia prima preziosa come il petrolio, che va però trattato con grande cura. Eppure molto spesso la plastica diventa sinonimo di “usa e getta”, con il risultato che stiamo riempiendo gli oceani di plastica, con effetti drammatici. I materiali plastici, con l’esposizione alla luce del sole e con gli urti subiti nel tempo si rompono trasformandosi in micro e nanoplastiche. Pezzettini di plastica microscopici che vengono scambiati per plancton e ingeriti per errore dagli animali marini, entrando rapidamente nella catena alimentare quando questi vengono a loro volta mangiati da animali di taglia più grande, come gli orsi o l’uomo.

E anche il gravissimo problema dei gas serra è in parte causato da sprechi: di energia, in questo caso, dato che è proprio bruciando combustibili fossili – processo ancor oggi alla base dei trasporti motorizzati e della produzione di energia elettrica – che si produce la temibile CO2.

L’uomo ha disseminato di rifiuti il mondo, compresi gli oceani, ma anche lo spazio.
Con i rifiuti da noi prodotti abbiamo lasciato la nostra firma dappertutto, e continuiamo a farlo. Con la CO2 liberata nell’atmosfera, come abbiamo detto poco fa, ma anche con detriti provenienti da missioni spaziali – ad esempio resti di satelliti e razzi – che orbitano intorno alla terra. Stando alla Nasa attorno alla terra starebbero orbitando un numero esorbitante di oggetti prodotti dall’uomo, di varie dimensioni: oltre 21.000 frammenti più grandi di 10 centimetri, circa mezzo milione grandi tra 1 e 10 centimetri, oltre 100 milioni di dimensioni inferiori a un centimetro. Questi frammenti possono essere rischiosi per i veicoli spaziali tuttora in funzione, come la stazione spaziale internazionale, e per questo sono tenuti sotto osservazione.

E non abbiamo risparmiato neppure le cime dove la nostra terra tocca il cielo. Basti pensare che l’Everest è la montagna più inquinata del pianeta. L’allarme è stato lanciato recentemente dall’associazione alpinistica nepalese Nepal Mountaineering Association: la montagna, sacra ai tibetani e ai nepalesi rischia il tracollo ecologico. La colpa è dei rifiuti abbandonati dagli alpinisti durante le ascensioni. Per iniziare a mettere mano alla questione, il governo nepalese ha da poco imposto nuove regole di “bilancio pari” per i rifiuti: ogni scalatore che parte per l’ascesa alla vetta deve riportare al campo base almeno otto chili di rifiuti, che si stima corrispondano a quanto l’alpinista disperde lungo il tragitto.

È possibile dare un valore a quello che finisce nel cestino, nelle fogne o in discarica?
Un dato per tutti, citato nel 2014 all’allora Commissario europeo all’Ambiente, Janez Potočnik: per estrarre un grammo d’oro da una miniera occorre circa una tonnellata di minerale, ma si può ottenere lo stesso quantitativo d’oro riciclando il materiale contenuto in 41 telefoni cellulari. Su questa linea si è espresso anche l’Istituto di studi avanzati di sostenibilità̀ della United Nations University (UNU-IAS) che, in un suo rapporto, stima che il contenuto d’oro dei rifiuti elettronici prodotti nel mondo nel 2014 ammonti
a circa 300 tonnellate, il che rappresenta circa l’11 per cento dell’oro prodotto dalle miniere nel 2013 (2770 tonnellate), cui
si sommano 1000 tonnellate
di argento, 100 di palladio, 16.500.000 di ferro, 1.900.000 di rame e 22.000 di alluminio, per un valore stimato di circa 35 miliardi di euro. Una vera è propria miniera d’oro nella spazzatura!

Ma attenzione: il valore (negativo) dei rifiuti sta anche nelle risorse che dobbiamo utilizzare per cercare di rimediare alle drammatiche conseguenze che la loro eccessiva produzione ed il loro cattivo smaltimento causa, come problemi ambientali, economici, di salute. Risorse che potremmo in parte spendere per altri scopi, se ci fosse maggiore attenzione, sia a livello individuale sia a livello collettivo.

I rifiuti sono un problema ma possono trasformarsi in un’opportunità per lo sviluppo sostenibile.
Innanzitutto è fondamentale prendere coscienza che i rifiuti sono un enorme problema, alla cui soluzione concorrono sia azioni e comportamenti personali che scelte collettive. Ecco quindi l’urgenza di comportamenti individuali attenti e responsabili nel prevenire la produzione di rifiuti inutili: ad esempio maggiore consapevolezza nell’acquisto e nella gestione del cibo per evitare sprechi, privilegiare prodotti con poco imballaggio, cura nell’evitare di gettare cose che potrebbero ancora essere utilizzate, attenzione alla differenziazione dell’immondizia domestica.

E poi l’urgenza di politiche locali e globali che combattano la cultura dello spreco e dell’usa e getta. L’Italia ha dato di recente un ottimo esempio, attirando grande attenzione, anche all’estero, con la legge n. 166, approvata dal Parlamento nel 2016, che contiene «disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà̀ sociale e per la limitazione degli sprechi». La nuova legge ha un obiettivo centrale: promuovere la riduzione degli sprechi di ogni tipo, rendendo il più facile possibile regalare, trasformare e ridistribuire le eccedenze alimentari – ma non solo, dato che la disposizione interessa infatti anche farmaci e abbigliamento – lungo tutta la filiera.

Per fare un altro esempio le Nazioni Unite si sono date l’obiettivo di eradicare
la pratica della defecazione all’aperto entro il 2030. Forse pochi ne sono coscienti, ma ci sono 6 miliardi di persone al mondo che hanno accesso alla telefonia cellulare e solo circa 5 che dispongono di toilette dignitose. Il che ha conseguenze gravi sulla salute, sulla mortalità infantile e sull’accesso all’istruzione soprattutto di bambine e ragazze. Che spesso, nei paesi poveri, non vanno a scuola o si ritirano proprio perché non ci sono bagni decenti, senza promiscuità e con un minimo di privacy.

Quale futuro per i rifiuti?
Il futuro sta nelle quattro “R”: Riduci, Riusa, Ricicla, Recupera, la cosiddetta gerarchia dei rifiuti.

Prima R, Ridurre. “Prevenire è meglio che curare”, come spesso si dice, anche nel caso dei rifiuti. La migliore tecnica per trattarli è dunque senz’altro quella di non produrne o, almeno, di
ridurne drasticamente la quantità. La seconda R è quella di Riutilizzare. Evitare di buttare quei prodotti e componenti che, con un’opportuna manutenzione, possono essere utilizzati per il loro scopo originario è un punto molto importante. La terza R sta per Riciclo. Ciò che non si può riutilizzare va il più possibile riciclato. Gran parte dei nostri rifiuti può, infatti, essere riciclata, con tanti vantaggi: si riduce la quantità di materiale destinato alla discarica, diminuiscono le emissioni di gas serra e in generale di inquinanti, si risparmia energia, cosa che a sua volta stimola lo sviluppo di tecnologie verdi, si creano posti di lavoro, si riduce l’uso di materie prime vergini ricavate dalla natura. E infine la quarta R, quella di Recupero. Recupero di energia perché alcuni rifiuti possono diventare combustibili per generatori di energia elettrica
o per sistemi di riscaldamento degli edifici.

Gerarchia dei rifiuti