Trasformazioni urbane. Le città intelligenti tra sfide e opportunità, Giorgia NestiProfessoressa Nesti, Lei è autrice del libro Trasformazioni urbane. Le città intelligenti tra sfide e opportunità edito da Carocci: cos’è una smart city?
Quello di città smart – o intelligente – è un concetto che vorrebbe rappresentare un nuovo modo di concepire, progettare e attuare le politiche locali, basato sull’utilizzo delle nuove tecnologie, su una visione sistemica del territorio urbano e dei suoi problemi e sull’adozione di processi collaborativi tra attori pubblici e privati per progettare politiche innovative, condivise, efficaci. Questa definizione, che propongo nel mio volume, tende ad avere delle maglie un po’ larghe rispetto a quelle presenti in letteratura oppure nei report di agenzie e società di consulenza, che vedono la smart city come quella città che utilizza le nuove tecnologie per migliorare le politiche per l’ambiente, i trasporti locali, la qualità della vita dei cittadini, l’economia e la governance.

Va, infatti, precisato che è difficile rintracciare una definizione univoca di ‘città smart’ nei testi, articoli e report, tanto che studiose e studiosi spesso definiscono tale concetto come ‘fuzzy’ ovvero dai contorni un po’ vaghi. Ciò deriva dal fatto che le città intelligenti sono state oggetto d’indagine di diverse discipline – urbanistica, geografia, economia, sociologia e ingegneria – che hanno focalizzato la loro attenzione su aspetti diversi. A ciò si somma l’interesse dimostrato negli anni per le smart city dalle grandi aziende delle ICT, che hanno perseguito i loro interessi in alcuni specifici ambiti tecnologici, senza preoccuparsi che venissero delineati in modo chiaro e coerente gli obiettivi complessivi della strategia smart delle città.

In termini generali, il tema della città intelligente emerge dall’intersezione di almeno tre referenti teorici che si delineano tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila: quello di ‘città digitali’ che si riferisce alle comunità create grazie all’uso delle nuove tecnologie di telecomunicazione basate sulla collaborazione tra governo, industria e cittadini e finalizzate alla promozione dello sviluppo economico e della qualità della vita dei residenti; quello di ‘Smart Growth Planning’, ovvero quell’approccio urbanistico sviluppato negli USA a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, che propone la creazione di città “compatte” in cui si prediligono mezzi di trasporto alternativi e sostenibili; quello di ‘classe creativa’ (concetto reso famoso dai libri di Charles Landry e Richard Florida), in base al quale, grazie al capitale umano e sociale che scaturisce dalle dense reti di relazioni che si instaurano nelle città, esse divengono maggiormente competitive e attrattive sotto il profilo economico.

La ‘notorietà’, per il concetto di smart city, arriva però, in Italia tra il 2010 e il 2012, anni in cui la Commissione europea lancia la call Smart Cities and Communities nell’ambito del Settimo programma quadro (tutt’ora presente in Horizon2020) e il MIUR pubblica il bando ‘Idee progettuali per Smart Cities and Communities and Social Innovation’. Con l’intervento dell’Union europea, in particolare, il paradigma della smart city si arricchisce degli aspetti relativi alla sostenibilità ambientale, ecco perché spesso le città smart sono associate a interventi per la riduzione delle emissioni inquinanti, per l’utilizzo di fonti alternative di energia e la mobilità sostenibile.

Come si diventa una città intelligente?
La scelta di adottare una strategia per rendere la città smart dovrebbe derivare dalla volontà di fornire una risposta diversa e più efficace ai problemi che un’amministrazione locale si trova ad affrontare, come detto in precedenza, che sia basata su una visione d’insieme del territorio e delle politiche ad esso riferito. Ci sono molteplici ‘roadmap’ suggerite da studiosi e consulenti per progettare la smart city ideale. Questo tipo di approcci, spesso partendo da esperienze di successo, suggeriscono una serie di passaggi che vanno, di solito, dalla definizione di una strategia condivisa tra parte di attori istituzionali e partner privati, in cui sono dettagliati obiettivi ed ambiti di intervento, alla definizione di progetti specifici, al reperimento delle risorse e alla valutazione dei risultati ottenuti.

Io non credo molto nelle formule preconfezionate: sicuramente avere un buon metodo di lavoro aiuta. Quindi programmare le attività e monitorarle, attraverso idonei strumenti di pianificazione e project management è importante. Ma ciò che conta è, prima di tutto, conoscere la propria città, i suoi bisogni e le risorse disponibili, e conoscere i bisogni di chi la vive. Quindi serve avere un’idea di lungo periodo: cioè individuare l’obiettivo o gli obiettivi principali che si vogliono raggiungere diventando ‘smart’ nei decenni che seguiranno. Questi obiettivi non possono prescindere dai cittadini: devono riguardare loro, essere tarati sui loro bisogni e creare valore pubblico.

La vision e la strategia per la città smart va condivisa, inoltre, con tutti gli attori del territorio: infatti le smart city sono ecosistemi aperti in cui politici, funzionari pubblici, ong, associazioni, centri di ricerca, università, aziende private e singoli cittadini sono collegati tra loro e interagiscono per produrre innovazione locale. La città smart deve poi essere sostenuta politicamente e finanziariamente negli anni e i suoi risultati costantemente monitorati e ritarati per produrre risultati efficaci, che creino, cioè, valore aggiunto per i cittadini.

Quali opportunità offre questo approccio e quali sono i rischi ad esso collegati?
A mio avviso un approccio smart basato sui bisogni dei cittadini e sulle caratteristiche del territorio può rappresentare uno strumento utile per innovare le politiche locali perché fornisce una visione e una lettura complessiva dei problemi locali ma, al contempo, aiuta a fornire risposte ‘di precisione’ cioè tarate sulle esigenze dei cittadini e di gruppi di essi. Le nuove tecnologie e i big data, infatti, rappresentano, degli strumenti estremamente utili per i decisori pubblici per definire obiettivi strategici, per progettare politiche specifiche e monitorarle.

L’idea della città smart come ecosistema aperto di innovazione, poi, consente di rendere più inclusivi e partecipativi i processi di policy-making locale, quindi di renderli maggiormente trasparenti e democratici.
I rischi connessi, tuttavia, sono molteplici: la possibile cattura delle municipalità da parte degli interessi economici; l’adozione di approcci sganciati dai bisogni del territorio e solamente orientati a creare un ‘brand’ locale per attrarre investimenti; l’adozione di strumenti tecnologici di sorveglianza che violano la privaci dei cittadini; la mancanza di processi decisionali trasparenti.
Per questo serve una leadership politico-amministrativa che abbia chiaro il valore pubblico che si vuole perseguire attraverso la smart city.

Qual è il paradigma di governance locale che ne deriva?
Per implementare una smart city virtuosa servono, come dicevo prima, amministratori locali lungimiranti e capaci di governare la città intelligente tenendo sempre presente l’interesse pubblico e i risultati che si vogliono produrre per migliorare la qualità della vita di tutti i residenti nella città. Anche in questo caso non c’è una formula univoca per tutte le realtà locali: creare organizzazioni che facilitino la collaborazione tra tutti gli attori del territorio (una fondazione, un’associazione, un’agenzia) può senz’altro essere una strategia di governance efficace per facilitare la collaborazione tra gli attori, creare consenso attorno alle azioni da intraprendere e responsabilizzare tutti i partecipanti rispetto agli obiettivi da perseguire. Ma la responsabilità finale della strategia smart deve restare in capo agli attori politico-amministrativi locali.

Il Suo libro esamina alcuni casi studio italiani ed europei: quale bilancio se ne può trarre?
I casi studio da me analizzati – Amsterdam, Barcellona, Bologna, Torino e Vienna – rappresentano tutti esempi di buone pratiche di città smart ma che hanno avuto, però, esiti diversi nel lungo periodo.
Il successo ottenuto da queste città rimanda, in primo luogo, ad alcuni aspetti contestuali importanti – ecco perché è necessario partire dall’ambiente di riferimento e dalle sue risorse per avviare una strategia smart. Si tratta, infatti, di città in cui hanno sede numerose e prestigiose università e centri di studio, dedicati in particolare alla ricerca e sviluppo nel campo delle nuove tecnologie; in cui sono presenti numerose imprese e/o startup nel comparto delle tecnologie per l’ambiente, per l’informazione e la comunicazione, la digitalizzazione, la computeristica e i nuovi media; e, infine, si tratta di città in cui è presente una tradizione consolidata di collaborazione tra attori pubblici e attori privati nella definizione di politiche locali. Questi tre elementi rimandano al cosiddetto ‘modello della tripla elica’, elaborato nell’ambito degli studi sull’economia dell’innovazione locale, per rappresentare la collaborazione tra università, imprese e governi locali. Sono, quindi, tutte città che, in qualche modo erano già orientate in termini ‘smart’ prima ancora di decidere di diventarlo in modo esplicito. In secondo luogo si tratta di città che hanno investito molto in sperimentazione di pratiche partecipative, per favorire la collaborazione tra tutti gli attori locali: nel mio libro parlo infatti di PPPP, Private, Public and People Partnership.

Infine si tratta di città in cui è (stato) presente un forte impegno di sindaci, assessori e/o dirigenti pubblici a promuovere il progetto ‘smart city’ e a metterlo a servizio della comunità. Non a caso, infatti, i progetti di Barcellona e Torino sono stati conclusi e/o riconfigurati quando è cambiata la guida politica della città.

Per trarre le somme di quanto sta succedendo ora, vale la pena far notare come, attualmente, il paradigma delle smart city abbia perso un po’ di attrattiva. Il dibattito è ancora presente e sono numerosi gli eventi e progetti di smart city che ancora sono presenti a livello mondiale. Amsterdam e Vienna stanno proseguendo su questa traiettoria puntando molto sull’innovazione in tutti i settori di policy, non più solo quello ambientale. In Italia il dibattito ha perso senz’altro vigore a seguito sia dell’interruzione dei finanziamenti pubblici sia della messa in discussione di un approccio che si è, probabilmente, ‘bruciato’ dopo anni di iper-entusiasmo.
La mia posizione è un po’ più pragmatica: come concludo nel mio volume, la smart city non è, di per sé, positiva o negativa: lo è l’uso che se ne fa. Quello della smart city è un approccio, uno strumento, per migliorare le politiche locali non un fine in se stesso.