Traiano. Il sogno immortale di Roma, Gianluca D'AquinoDottor D’Aquino, lei è autore del libro Traiano. Il sogno immortale di Roma edito da Epika: qual è l’importanza di Traiano nella storia di Roma?
Marco Ulpio Traiano può essere considerato come l’imperatore che ha tracciato una linea di confine fra due epoche, probabilmente non in senso storico nell’accezione più stretta ma imponendosi come il primo fra i principi di Roma a essere o a realizzare qualcosa che fino a quel momento non si era ancora verificato. Inaugurò infatti epoche lucenti della vita politica, sociale e militare della storia di Roma e dell’impero. Fra gli aspetti più evidenti ricordiamo che fu il primo imperatore romano proveniente dalle province, non di origine italica, essendo nato in Baetica, quella che oggi è la parte meridionale della penisola Iberica, grossomodo coincidente con l’attuale Andalusia; fu il primo imperatore adottivo, in quanto il suo predecessore, Marco Cocceio Nerva, anziano, precario nella sua posizione e privo di naturale discendenza, decise di individuare nella figura di un uomo amato e rispettato da tutti il successore al trono; fu il primo a spingere i confini di Roma là dove nessuno prima di lui, e neppure successivamente, era riuscito a portarli, inglobando circa 6,5 milioni di chilometri quadrati e spingendosi fino alle sabbiose coste del maris Erythraei, l’attuale golfo Persico; fu il precursore di quella che sarà definita età aurea dell’impero romano, una delle epoche più splendenti per Roma e per l’impero, nel corso della quale l’impegno del princeps fu rivolto all’interno, alle strutture, al sociale, alla pace, facendo rifiorire il commercio, i servizi e la serenità del popolo. In questi quattro elementi si estrinseca poi tutta l’attività di Traiano, che andò ben oltre la mera e schematica classificazione del suo essere e del suo compiuto, e che cercherò di illustrare e riassumere con l’auspicio di rendergli sufficiente onore.

Qual era la personalità di Marco Ulpio?
Forte e prestante nel fisico, quanto nell’animo, Marco Ulpio Traiano fu una persona di estrema mitezza e affabilità. Ebbe il pregio di farsi amare da tutti e a tutti i livelli. Si pensi al fatto che era sua abitudine intrattenersi con i suoi legionari, nel gioco e nella convivialità, e che si dice conoscesse finanche per nome (sebbene sia difficile ipotizzare che potesse riconoscere tutte le centinaia di migliaia di uomini che componevano le sue trenta legioni, altro primato storico), così come amava incontrare la gente del popolo e conversarci, andando a conoscere personalmente gli artigiani e le famiglie, entrando nelle botteghe e nelle abitazioni, senza scorta. Davanti alla propria abitazione privata aveva fatto apporre il cartello “Palazzo pubblico”, invitando così chicchessia ad accedere e a chiedergli udienza. È passato alla storia come Optimus Princeps e Delizia delle genti, e già i contemporanei ne celebravano il valore augurando ai successori: “Sii più fortunato di Augusto e migliore di Traiano”. Marco Ulpio Traiano non fu e non volle essere considerato l’imperatore di Roma ma primus inter pares, primo tra i pari, un imperatore al servizio di Roma.

Gli furono perdonate anche le debolezze che a molti dei regnanti di quel tempo furono invece addebitate come indice di decadenza morale. Marco Ulpio aveva infatti una certa inclinazione al bere e non disdegnava intrattenersi con cinaedi, giovani omosessuali. Questo però passò in secondo piano, fu oscurato dal grande bene che portò a Roma e dalla sua personalità positiva. Così come non compromise il suo rapporto con l’unica donna della sua vita, per quanto ne sappiamo, Pompeia Plotina, dal matrimonio con la quale però non venne alcuna discendenza.
Lo stesso Dante Alighieri, nella Divina Commedia, pone Traiano in Paradiso, nel Cielo di Giove, fra i sei spiriti giusti che formano l’occhio della mistica aquila.

Traiano fu il primo tra gli imperatori ad avere un’origine provinciale. Come giunse al potere?
Le origini provinciali di Marco Ulpio Traiano, figlio dell’omonimo padre, militare e senatore rispettato fin dagli imperatori che precedettero quelli con i quali Traiano figlio ebbe poi occasione di relazionarsi, furono in qualche modo la fortuna di quel bambino nato e cresciuto sulle rive del Baetis. Lontano da Roma e dai suoi agi, che “indeboliscono l’animo e corrompono lo spirito”, Marco Ulpio Traiano crebbe in una famiglia capace di educarlo secondo quanto previsto per il suo rango, consentendogli di imparare i rudimenti della grammatica, della retorica e del greco. Dopodiché, benché sulla sua infanzia, e a dire il vero anche sulla sua nascita, rimangano molti aspetti oscuri e controversi, fu avviato al cursus honorum ordinario, che lui stesso scelse di svolgere prestando servizio tra i ranghi dell’esercito, come tribuno, questore, pretore e legatus legionis. Questo gli diede la possibilità di acquisire ampia e diretta conoscenza della vita da soldato prima e da ufficiale poi, venendo a contatto con le popolazioni e le criticità delle province orientali e di conoscere la realtà delle frontiere. Successivamente, sotto Domiziano, controverso imperatore che fu punito dalla storia con la damnatio memoriae, la condanna della memoria, che nel diritto romano indicava una pena consistente nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardante una persona, come se non fosse mai esistita e che veniva riservata ai traditori e ai nemici di Roma e del Senato, Marco Ulpio Traiano servì come tribuno militare e fu console prima di divenire governatore della Germania. Lì prestò servizio su una delle frontiere più turbolente dell’impero, combattendo i popoli della Germania Magna e affermandosi come uno dei migliori comandanti dell’impero. Lontano da Roma, come avevo anticipato, aveva potuto sviluppare una coscienza propria e un’integrità che nelle sale di palazzo avrebbe rischiato di vedere corrotte dall’opulenza e dagli interessi personali e di “partito”. Traiano ebbe un grande senso dello stato e delle istituzioni e si dimostrò, anche da princeps, sempre al servizio di Roma e mai come il primo uomo dell’impero, al di sopra di tutti come per scelta divina. Questo suo approccio lo distinse da molti dei suoi predecessori e in particolare da chi, come lo stesso Domiziano, si impose più come dittatore o tiranno che come sovrano. Il suo essere “al servizio di Roma” lo indusse a guadagnarsi sul campo gli onori e il rispetto che altri si tributavano “per diritto di nascita”, riuscendo nell’impresa senza rinunciare alla propria umanità e alla propria abnegazione alla causa. Il riscontro più evidente fu l’amore, talvolta incondizionato, che ricevette da parte dell’esercito e il rispetto, prezioso, che il senato gli tributò. Il popolo vide in Traiano l’imperatore desiderato da tutti, capace di portare prosperità e sostegno anche alle classi più deboli, soprattutto alle classi più deboli, a vantaggio delle quali investì anche parte del proprio patrimonio personale. Quando assurse al trono di Roma, era uno dei generali più amati dell’impero e tutti furono concordi, con le dovute eccezioni, al fatto che si trattasse di una scelta giusta. Scelta che fu estremamente ponderata dall’imperatore uscente, Marco Cocceio Nerva, che scelse Traiano perché, nel particolare momento storico in cui si trovava Roma, da poco nominato imperatore in luogo dell’assassinato Domiziano, aveva bisogno di una figura che fosse sì “politicamente corretta” e amata da tutti ma che avesse anche un’aura di potere, possibilmente militare, tale da indurre i potenziali attentatori dell’autorità imperiale a desistere dall’armare la propria mano. E qui torniamo alla seconda domanda della nostra analisi, Traiano era tutto questo: un uomo forte e onesto non coinvolto nelle rivalità romane, godeva prestigio presso l’esercito e il senato ed era a capo delle legioni più prossime all’Italia, pronte ad appoggiarlo qualora avesse dovuto raggiungere Roma in soccorso dell’imperatore. Inoltre Traiano aveva dimostrato di essere in grado di seguire le orme politiche di Nerva, basate su un governo di tipo assistenziale. L’uomo e il successore perfetto per Nerva.

In che modo, sotto il principato di Traiano, l’impero raggiunge la sua massima ampiezza?
Traiano fu l’imperatore romano capace di spingere i confini dell’impero oltre ogni limite fino a quel tempo raggiunto. Pervaso dal desiderio di emulare e forse superare il celebre Alessandro Magno, spinse le legioni di Roma e sé stesso fino alle terre più remote del medio e vicino oriente, sconfiggendo i temuti Parthi e annettendo all’impero la Mesopotamia, con la presa della mitica città di Babilonia, dove Alessandro esalò il suo ultimo respiro terreno, prima di consegnarsi all’eternità. La gloria anelata da Traiano ebbe il suo epilogo proprio in quelle terre. Deciso a imbarcarsi dal maris Erythraei verso l’India e la Cina, come il suo mito, fu costretto a piegarsi all’unico nemico invincibile: la morte. Colto da inguaribile malattia e spinto dai suoi più stretti familiari e collaboratori a rientrare a Roma, il suo immenso cuore cessò di battere lungo la via del ritorno, a Selinunte, in Cilicia, dove la nave dovette attraccare per l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni.

Prima dell’epilogo delle sue vicende umane però, Marco Ulpio Traiano aveva pacificato il limes con le popolazioni della Germania Magna e della Sarmatia. Sistemata la situazione in Pannonia, dove per circa un decennio Domiziano aveva fallito, Traiano intraprese quello che sarebbe stato il suo progetto espansionistico, nell’accezione onnicomprensiva del termine, contro il riottoso Decebalo, re di Dacia. Sempre Domiziano aveva dovuto accettare svantaggiosi compromessi con il re daco nel tentativo di tenere al sicuro le attigue province, la Moesia in particolare, costantemente minacciate dagli interessi di Decebalo. La campagna dacica consegnò alla storia Traiano come condottiero e garantì le ricchezze sufficienti a coprire gli ulteriori investimenti che il princeps intese intraprendere sia in campo sociale che economico, e, non ultimo, per finanziare le successive campagne di espansione a oriente. La sua politica orientale, motivata dal desiderio di gloria quanto da ragioni economiche e commerciali, passò dall’istituzione della provincia dell’Arabia Petrea, dove costruì una grande via militare per favorire il commercio fra Oriente e Mar Rosso; e dalla grande offensiva sferrata contro i temibili Parthi, che piegò rapidamente conquistando l’Armenia, la Mesopotamia e l’Assiria, giungendo al Golfo Persico. Purtroppo il tempo, già di per sé inclemente, divenne tiranno quando lo costrinse a dover ritardare la partenza per l’India a causa delle sommosse fomentate dagli ebrei e dai popoli delle nuove terre conquistate in tutto l’Oriente, dall’Egitto alla Mesopotamia, passando per Cipro, la Iudaea e la Palestina. Questo evidenziò il grande problema che il suo successore, Adriano, dovette poi gestire. Roma aveva un impero che dalla Britannia raggiungeva l’odierna Arabia e non disponeva di sufficienti uomini, né della proba lealtà degli alleati e dei locali governatori, per poter gestire e mantenere unite tutte le province.

Quali vicende caratterizzarono il principato di Traiano?
Il principato di Traiano non è passato alla storia solo per le conquiste. Fu infatti lui a inaugurare l’età dell’oro in cui l’impero fu condotto da una Roma capace di vivere in un’armonia e in una pace sociale che rimarranno per sempre insuperate, una delle età più splendenti della storia romana: l’età degli imperatori adottivi, che fece seguito ai travagli dei principati della dinastia dei Flavi, conclusasi con le brutture di Domiziano. Traiano risanò le casse dello stato, pacificò i confini dell’impero, restaurò e costruì nuove infrastrutture, dalle strade agli acquedotti, in tutto l’impero. Portò nuovo slancio all’economia, al commercio e all’agricoltura, sostenne le classi più deboli e si prodigò per i giovani e gli orfani, ai quali concesse la possibilità di mantenersi e di studiare, con l’intento di farne gli amministratori del domani. Tutto questo rappresentò il suo lascito a Publio Elio Adriano, il suo successore, anch’egli per adozione, che si trovò a gestire un impero “in attivo” e una Roma mai così splendente.

Quale bilancio storiografico si può trarre della figura di Traiano?
Traiano ha lasciato un patrimonio culturale e politico che ebbe un impatto reale nei confronti di chi gli sopravvisse e finanche delle generazioni a venire, in parte frutto della sua stessa opera nei riguardi dei giovani che contribuì a preparare al futuro.
Molte delle riforme di Traiano sono entrate nell’uso comune anche nei principati successivi, in particolare la nomina alla successione imperiale, che il princeps volle mediante assegnazione alla figura più meritevole con la formula dell’adozione, come fu per lui. Questo criterio fu fonte di fortune per l’impero, che poté così entrare in un periodo florido e luminoso sotto molti aspetti della vita politica, civile e militare.

Tutti gli storici più o meno contemporanei di Traiano, come Tacito, Svetonio e Dione Cassio sono stati concordi nel definire il suo principato come un’epoca felice che lo stesso Traiano ebbe la capacità di accrescere di giorno in giorno con le proprie azioni.
Il pregio di Traiano passò attraverso le conquiste quanto attraverso le riforme dell’amministrazione civile e della giustizia, il riassetto urbanistico, il rinnovamento dell’apparato statale, la centralità amministrativa, la fiscalità coerente e non vessatoria. Superò se stesso e la propria gloria militare grazie alla sua moderazione e alla sua civiltà che si riverberarono su Roma e sull’impero.

Ebbe il merito di rendersi alleato del senato, tanto inviso ai suoi predecessori, e fu ricambiato con il sostegno che consentì alla sua politica di vedere compimento. Il senato, a soli due anni dalla sua salita sul trono di Roma, gli conferì per la prima volta nella storia l’appellativo di Optimus, titolo riservato a personaggi eccelsi come al nume tutelare dello stato romano: Iuppiter Optimus Maximus. Traiano non volle però fosse inserito fra i suoi titoli ufficiali fino a tre anni dalla morte, quanto decise di accettarlo in quanto riferito non alle imprese militari ma alle qualità morali che lo rendevano vicino a Giove Ottimo Massimo.

Fu lodato in vita quanto nei tempi a venire. Il suo governo non fu mai oggetto di contestazioni e l’uomo quanto l’imperatore furono ricordati per la clementia e il senso della giustizia, permettendogli di portare con sé nell’eternità l’apprezzamento del senato, della plebe romana, dei provinciali, dei legionari e degli intellettuali.

Alla sua morte, il senato deificò Traiano e decise di derogare alla legge secondo cui nessuno poteva essere tumulato all’interno del Pomerium, il limite sacro della città, concedendo alle sue ceneri di essere deposte in un’urna d’oro all’interno del basamento della Colonna Traiana, nel cuore di Roma.

Potere scrivere di Marco Ulpio Traiano a 1900 anni dalla sua morte è stato per me motivo di grande onore. Attraverso questo romanzo spero di poter condividere con i lettori la scoperta di un uomo che forse la storia ha tralasciato a vantaggio di imperatori più chiacchierati, che hanno imposto la propria figura per gli scandali a cui si sono prestati o per la loro efferata crudeltà. Traiano rifiutò le esecuzioni sommarie e fu tollerante, non perseguì i cristiani (cercando di giudicare solo chi si dimostrasse sovvertitore dell’ordine pubblico e non per la scelta di fede in senso stretto, a cui avrebbe, nel rispetto dei principi di giustizia del diritto romano, potuto abiurare, ottenendo clemenza) e cercò di riportare a Roma quel senso di civiltà che per molto tempo era andato perduto. Il sogno immortale di Roma vuole essere proprio questo, l’esaltazione di un periodo quasi onirico che meriterebbe, ancora oggi, di esistere, per il benessere di tutti e non solo dei vertici della classe dominante.