“Traduzioni in cerca di un originale. La Bibbia e i suoi traduttori” di Stefano Arduini

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Prof. Stefano Arduini, Lei è autore del libro Traduzioni in cerca di un originale. La Bibbia e i suoi traduttori, edito da Jaca Book: innanzitutto, che libro è la Bibbia? A quando risale la sua redazione e chi sono gli autori del testo che ci è stato trasmesso fino a oggi?
Traduzioni in cerca di un originale. La Bibbia e i suoi traduttori, Stefano ArduiniCome è noto il temine deriva dal greco ta biblia, che appare per la prima volta nel testo che è al centro delle prossime pagine, la Lettera di Aristea, e con cui Giuseppe Flavio si riferisce ai libri sacri degli ebrei. Gli evangelisti utilizzano l’espressione la Scrittura (hè Graphè) mentre la tradizione ebraica usa TANAK, cioè le iniziali dei tre libri Torah (la Legge), Nevim (Profeti), Ketuvim (altri scritti). Più che un libro dobbiamo immaginarla come una biblioteca composta da tanti rotoli raccolti assieme, San Girolamo la definirà la biblioteca divina. Questa biblioteca tuttavia non è la stessa per tutte le comunità che hanno ritenuto questi libri sacri e nel corso del tempo si sono costituiti diversi canoni. Ad esempio il canone della Bibbia ebraica, quello a cui abbiamo accennato costituito da Torah, Nevim, Ketuvim, è fissato attorno al secondo secolo. Tale canone è sostanzialmente identico a quello palestinese già corrente nel primo secolo, come testimonia Giuseppe Flavio, ma questo non è il canone adottato da un’altra comunità, quella samaritana. Esistono inoltre anche traduzioni greche che vennero utilizzate dagli ebrei della comunità di Alessandria. La Septuaginta, la cui redazione si situa fra il terzo e il primo secolo a.e.v., ha un canone ancora diverso che aggiunge al canone palestinese otto libri in greco, detti deuterocanonici (e non accettati nel canone luterano), e l’insieme dei Nevim è diviso in due: i libri storici e i Profeti.Quello che è chiamato nella tradizione cristiana Antico Testamento è dunque una biblioteca costituitasi nel corso di mille anni ad opera di vari autori, con diverse tipologie testuali e in lingue diverse.

Un’idea di come i vari testi si siano combinati può riassumersi come segue.

Durante i regni di Davide e Salomone (1000–922 a.e.v.), gli scribi della corte reale e del Tempio iniziarono a raccogliere in testi scritti le storie trasmesse oralmente, questo può essere considerato come l’inizio della fonte J. Dopo la breve guerra civile seguita alla morte di Salomone (922 a.e.v.) si formano due regni. Quello di Giuda proseguì la tradizione scritta di J mentre il regno settentrionale sviluppò una sua tradizione alternativa (E). Nel 721 a. C. il regno settentrionale venne conquistato e distrutto dagli Assiri, profughi ebrei si rifugiarono a Gerusalemme portando con sé la loro tradizione scritta (E). Si crea così una nuova tradizione che combina le due e crea una fonte JE. Successivamente si sviluppa una nuova tradizione scritta, costituita dal Libro del Deuteronomio e forse anche da Giosuè e Samuele, che viene perduta ma ritrovata da re Giosia durante la ristrutturazione del Tempio (622 a.e.v.). Questa tradizione viene poi ampliata creando l’insieme costituito dai Libri del Deuteronomio e dei Re. Nel 587 a.e.v. il regno meridionale viene conquistato a sua volta dai babilonesi e molti capi religiosi ebrei vengono portati come prigionieri a Babilonia. Durante l’esilio, o dopo il ritorno, questi iniziano a scrivere la storia del popolo ebraico per sottolineare che l’identità religiosa e la relazione con Dio potevano essere mantenute solo attraverso un’attenta osservanza dei culti e un rigido codice di leggi. Questo nuovo testo viene realizzato rivedendo la fonte JE e aggiungendo i Libri della Genesi, dell’Esodo, del Levitico, e dei Numeri. A questi libri viene infine aggiunto il gruppo di libri che vanno dal Deuteronomio ai Re e gli scritti dei Profeti, formando così il primo canone delle Scritture.

Quali problemi pone l’interpretazione del testo biblico ebraico?
Il testo della Bibbia Ebraica è il testo Masoretico perché basato sulla tradizione testuale detta Masora, dal nome di copisti ebrei chiamati masoreti, che fra il sesto e il decimo secolo e.v. lavorarono alla trasmissione del testo. L’opera dei masoreti si situa dunque circa mille anni dopo la fonte JE e seicento anni dopo la fine dell’uso corrente dell’ebraico biblico a favore dell’aramaico. Per secoli l’ebraico venne scritto solo con le consonanti perché le vocali venivano fornite dal lettore. Questo può non essere un problema finché si conserva una tradizione orale ma al tempo dei masoreti la pronuncia corretta dell’ebraico si andava perdendo perché non era più una lingua parlata correntemente e dunque la vocalizzazione diventava indispensabile per comprendere il testo. Come esempio dei problemi che le scelte di vocalizzazione possono provocare si può considerare il caso del Cantico dei Cantici 1: 2. Nella Bibbia interconfessionale il brano è il seguente: “Che lui mi baci con i baci della sua bocca. Più dolce del vino il tuo amore”, lo stesso brano nella versione CEI è: “Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino”. Per il termine che è “amore” nella interconfessionale e “tenerezze” nella Bibbia CEI, il testo masoretico vocalizzato ha dodeka, “il tuo (maschile) amore “, mentre le versioni greca e latina riflettono un’altra vocalizzazione che ha come risultato dadeka o dadayik, “tuoi (maschile o femminile) seni”. Le due letture hanno forse avuto origine nelle comunità ebraiche, a un certo punto tuttavia “amore” divenne la lettura degli interpreti ebraici, mentre “seni” divenne la lettura delle comunità cristiane che solo nel tardo medioevo e nella prima età moderna iniziano ad adottare la lettura “amore”, che ora è quella preferita. I problemi che possono sorgere in questo caso sono di due tipi. Il primo, più banale, è che le due vocalizzazioni danno due cose completamente diverse. L’amore non è uguale ai seni riferiti, fra l’altro, all’uomo. Il secondo problema è più interessante: se immaginiamo che l’autore del testo consonantico avesse inteso il termine come un gioco di parole, i testi vocalizzati e le traduzioni non potevano preservare il doppio senso: “amore” o “seni” allo stesso tempo.

Scuole di scribi e studiosi a Babilonia e Israele inventarono segni da posizionare intorno alle consonanti per indicare gli accenti e la corretta pronuncia delle vocali. Sono stati sviluppati almeno tre diversi sistemi, ma quello che si è rivelato più influente è stato il sistema dei Masoreti di Tiberiade, sul mare di Galilea, appartenenti alla famiglia Ben Asher. Le fonti elencano cinque generazioni di masoreti di questa famiglia. Questi masoreti possono essere considerati anche come i primi grammatici ebrei perché, per sviluppare i simboli vocalici, hanno dovuto fissare le basi del sistema grammaticale ebraico. Aaron, l’ultimo masoreta della famiglia Ben Asher, è stato l’autore della prima grammatica ebraica, il Sefer Dikduke ha-Teamim, un testo che divenne la base per il lavoro dei grammatici ebrei nei secoli successivi.

Quale rappresentazione del concetto di tradurre esisteva nel mondo antico?
La terminologia del tradurre nel mondo antico ha un valore importante per comprendere il concetto di tradurre nel mondo antico. In greco ad esempio il vocabolario che riguarda il tradurre è in realtà più articolato di quello che sembrerebbe. Potremmo dividerlo in due aree concettuali principali, una prima area che comprendere i termini che sono composti con meta- e quindi implicano un’operazione di trasferimento ma anche di trasformazione, e una seconda area che si condensa attorno a hermenèuo, in cui tradurre è favorire la comunicazione, chiarire e interpretare, questa è l’area più interessante per l’ambito biblico. Anche nel mondo latino l’importanza del tradurre è ben rappresentata dalla terminologia usata. Il latino in questo campo ha un’articolazione complessa. Vi sono almeno undici verbi per “tradurre” che compaiono nella storia della letteratura: aemulari, exprimere, imitari, interpretari, reddere, tradere, traducere, transcribere, transferre, transponere e vertere.

Come si sviluppò la traduzione greca del Pentateuco?
La traduzione ha come sfondo il periodo storico dell’età ellenistica che va dalla presa di potere dei diadochi, dopo la morte di Alessandro nel 323 a.e.v., alla distruzione del secondo tempio nel 70 e.v., nell’area geografica della Palestina e del Vicino Oriente della diaspora. In ambito letterario parliamo di letteratura giudaico-ellenistica.

Cosa ha da dirci, sul tradurre, la storia di Aristea?
Se guardiamo il racconto di Aristea da un punto di vista diverso dal consueto, ponendo la traduzione al centro, vediamo che la storia di Aristea è la celebrazione di una impresa intellettuale che ha cambiato il destino di una cultura permettendo a una religione tutto sommato periferica di avere un orizzonte universale.

Se inoltre consideriamo la storia nell’ottica di un testo sacro non possiamo dimenticare alcuni aspetti che fanno del racconto di Aristea qualcosa di molto interessante ai nostri occhi. In particolare mi sembra che il rilievo dato al lavoro dei traduttori da una parte e il ruolo della comunità nella validazione della traduzione dall’altra costruiscano una prospettiva per cui il significato del testo biblico non è fisso ma deve essere interpretato, è una verità in movimento, che si confronta dialogicamente con le condizioni storiche e culturali in cui una comunità vive. La comunità rende vivo il messaggio del libro sacro, lo attualizza continuamente attraverso la propria esperienza di fede e attraverso la lettura aggiornata di cui anche le traduzioni sono parte. Da questo punto di vista, nella leggenda di Aristea, anche il ruolo del traduttore è del tutto particolare. Se è vero che chi commissiona la traduzione è l’autorità politica, questa però è realizzata per la comunità ebraica di lingua greca e solo nel rapporto con essa il lavoro del traduttore trova il suo fine.

Quali riscritture successive sorsero della leggenda di Aristea?
Le narrazioni successive andranno in una direzione ben diversa da quella della Lettera di Aristea e riscriveranno il racconto in alcuni passi centrali a partire da un’idea di traduzione che fonderà l’autorevolezza della Septuaginta non sulla competenza dei traduttori e sul consenso della comunità, ma sull’ispirazione divina. Gli autori di lingua greca che in questo percorso segneranno delle tappe nel riscrivere la storia sono Aristobulo, Filone d’Alessandria, Giuseppe, l’autore ignoto della Exortatio ad Grecos ed Epifanio.

In che modo la leggenda dei traduttori della Settanta giunse fino al mondo latino?
La leggenda dei traduttori della Settanta giunge fino al mondo latino e diventa uno dei fulcri della discussione che metterà a confronto due giganti della Chiesa delle origini, Girolamo e Agostino, il traduttore latino delle Scritture e il teologo della Città di Dio. Due caratteri non semplici, disposti a difendere le proprie opinioni fino in fondo senza indietreggiare di un passo.

Stefano Arduini è Professore ordinario di Linguistica e Coordinatore del Corso di laurea in DAMS – Produzione audiovisiva e teatrale alla Link Campus University

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