Tra Washington e Westminster. Modelli di costituzionalismo democratico a confronto, Valerio FabbriziProf. Valerio Fabbrizi, Lei è autore del libro Tra Washington e Westminster. Modelli di costituzionalismo democratico a confronto edito da Mimesis: quale rilevanza assume, nella teoria politica e democratica, il dibattito tra i cosiddetti “modello Washington” e “modello Westminster”?
Nella teoria politica contemporanea il dibattito tra “modello Washington” e “modello Westminster” ha assunto – almeno negli ultimi trent’anni – una sua rilevanza specifica nel quadro degli studi costituzionali comparativi che mettono a confronto diverse concezioni della democrazia liberale. Già Arend Lijphart, nel suo Le democrazie contemporanee (tradotto nel 1988) aveva distinto tra modello “consensuale” e modello “maggioritario” di democrazia, identificando il secondo come “modello Westminster”, caratterizzato da una predominanza del potere esecutivo sul legislativo e soprattutto sul giudiziario; da uno storico bipartitismo e da un’alternanza e da un sistema elettorale maggioritario che permette di stabilire una chiara e stabile maggioranza di governo. Il modello “consensuale” è invece caratterizzato da un maggiore equilibrio di poteri e da una certa preponderanza del legislativo sull’esecutivo ed è, nella maggior parte dei casi, fondato su un assetto proporzionale e multipartitico che sembra conferire maggiore instabilità di governo. Se volessimo proporre un esempio di democrazia “consensuale” potremmo probabilmente indicare l’Italia come caso più calzante.

Non si può tuttavia negare che questa distinzione trova oggi sempre meno riscontro nella realtà politica e istituzione europea, in special modo per quello che riguarda il Regno Unito, il quale rappresentava – nella prospettiva di Lijphart – l’esempio principe di democrazia “maggioritaria”, nota per l’appunto come modello Westminster. Il Regno Unito, un tempo patria indiscussa del bipartitismo, è stata negli ultimi anni scossa da una instabilità politica mai provata nei decenni precedenti, figlia in gran parte del caos politico e istituzionale seguito al voto sulla Brexit che ha spaccato il Regno e indebolito i governi che si sono succeduti a Downing Street all’indomani del referendum.

Il libro recupera questa distinzione, contestualizzandola nell’ambito della teoria costituzionale contemporanea, al fine di identificare i due grandi poli teorici e politici di riferimento all’interno del costituzionalismo liberaldemocratico occidentale. Il sistema costituzionale britannico ricalca, sia nel nome che nelle caratteristiche, il modello maggioritario di Westminster già descritto da Lijphart, che conferisce alla maggioranza parlamentare potere sia costituito che costituente. Viceversa, il “modello Washington” mantiene molte similitudini con il modello di democrazia “consensuale”, assumendo come suoi principi chiave l’equilibrio di poteri; i cosiddetti “pesi e contrappesi” – check and balance – tipici della democrazia statunitense; il ruolo centrale della Corte Suprema, dotata di poteri di judicial review e considerata come uno dei tre pilastri della democrazia statunitense (insieme con il Congresso e la Presidenza).

Come ho tenuto a sottolineare in apertura del libro, questa polarizzazione di “Washington” versus “Westminster” rappresenta un grande tema di dibattito e confronto tra i teorici della democrazia e del costituzionalismo, poiché questi due modelli riproducono due culture politiche assai diverse, con radici storiche che hanno una origine comune, ma divergono per procedere poi in parallelo. Questi due macro-modelli assumono ulteriore rilevanza per i teorici del costituzionalismo perché essi riproducono le due grandi declinazioni del costituzionalismo liberal-democratico contemporaneo: il cosiddetto costituzionalismo “giuridico”, che prende come suo riferimento la democrazia “di Washington”, da un lato; il costituzionalismo “politico”, che invece guarda a Westminster, dall’altro.

Un ulteriore elemento che sottolinea la rilevanza di tale dibattito è dato dal ruolo che la magistratura costituzionale ha all’interno del sistema democratico. La democrazia “vista da Washington” si concepisce come fortemente dualista, cioè vedendo nella Corte Suprema, interprete della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, uno dei due pilastri su cui poggia la democrazia; il secondo, come già anticipato, è rappresentato dal Congresso, a cui spetta il compito di definire la politica ordinaria. La democrazia “da Westminster” poggia invece su un sistema monista che non distingue tra “costituzione” e “legge ordinaria” e che quindi non implica l’esistenza di una corte dotata di poteri di judicial review (che potremmo tradurre come “revisione giudiziaria delle leggi” o, più correttamente, come “sindacato di costituzionalità”), ma anzi la stigmatizza vedendola come una lesione del principio democratico maggioritario.

In cosa consistono i due modelli?
Come ho già anticipato nella prima risposta, i due modelli ricalcano due assetti democratici speculari: il “modello Washington” si rifà a una definizione dualista della democrazia, che distingue tra potere costituente e potere costituito; tra legge suprema (la costituzione) e legge ordinaria; viceversa, il “modello Westminster” fa proprio un assetto monista che non distingue tra costituzione e legislazione ordinaria, ma considera la prima come parte integrante della seconda, rifiutando al contempo l’idea che essa sia normativamente sovraordinata rispetto alla legge ordinaria.

Il costituzionalismo giuridico da “modello Washington” prevede quindi un assetto costituzionale in cui la Corte Suprema funge da garante e interprete della Costituzione, mentre il Congresso – diviso tra Camera e Senato – si occupa della politica ordinaria e delle scelte legislative; al Presidente spetta invece il potere esecutivo. La Corte ha quindi il compito di esprimersi sulla legittimità costituzionale di un atto del Congresso o del Presidente, invalidandolo se necessario. Il principio di check and balance, ossia il perfetto bilanciamento tra i poteri dello Stato, su cui si fonda la democrazia statunitense fu pensata dai Padri Fondatori come antidoto contro il pericolo di derive autoritarie, iper-maggioritariste, o – per usare un termine oggi molto diffuso – populiste. La Corte Suprema era stata quindi concepita come un argine contro il dominio della maggioranza e per scongiurare il pericolo di una supremazia parlamentare o presidenziale.

Il costituzionalismo politico su cui si fonda il “modello Westminster” non prevede una costituzione scritta (che invece esiste negli Stati Uniti e in altri ordinamenti costituzionali come quello italiano), ma si basa su diverse leggi e sentenze giurisprudenziali a cui è riconosciuta valenza costituzionale. Allo stesso tempo, tale sistema non prevede l’esistenza di una corte suprema o costituzionale dotata di poteri di sindacato di costituzionalità (judicial review); tale principio è anzi respinto dalla maggior parte dei costituzionalisti politici (Richard Bellamy in primo luogo) perché ritenuto un illegittimo e antidemocratico limite imposto alla sovranità popolare e alla volontà maggioritaria.

I costituzionalisti politici, specie nella loro versione più radicale incarnata da Richard Bellamy, considerano quindi le corti costituzionali come istituzioni sostanzialmente antidemocratiche, soprattutto alla luce di quella che viene definita “difficoltà contromaggioritaria”. Essa teorizza che le decisioni prese da assemblee legislative democraticamente elette dai cittadini e rispondenti alla volontà della maggioranza non possano essere sottoposte al giudizio di costituzionalità e alla conseguente possibile invalidazione da parte di istituzioni non elettive e non “popolari” come appunto le corti costituzionali. La judicial review viene quindi accusata di essere uno strumento che vincola il potere legislativo e che mina alla radice lo stesso ideale democratico di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica e costituzionale del proprio paese. Viceversa, i costituzionalisti giuridici ritengono essenziale il ruolo della magistratura, per salvaguardare l’ordinamento democratico e per impedire che maggioranze legislative transitorie possano utilizzare il proprio consenso per sovvertire le regole del gioco democratico o per modificare i diritti fondamentali in senso restrittivo.

Un ultimo elemento che distingue i due modelli riguarda la distinzione tra costituzione “flessibile” e costituzione “rigida”: la prima prevede che la costituzione – o ciò che si intende come tale – possa essere modificata ed emendata in maniera relativamente semplice e veloce, senza particolari meccanismi o procedure cosiddette “aggravate”.

Al contrario, una costituzione “rigida” prevede regole di emendamento più stringenti e più complesse rispetto alla legge ordinaria, prima fra tutte una soglia di maggioranza molto più elevata. Tuttavia, sia la flessibilità che la rigidità hanno gradazioni molto diverse: si va da una flessibilità estrema (che in realtà è alquanto rara) ad una più moderata, come quella britannica. Allo stesso modo si possono prendere in esame costituzioni estremamente rigide (quella statunitense e ancor di più quella tedesca) e moderatamente rigide (come quella italiana). Uno dei più importati giuristi e filosofi del diritto contemporanei, Luigi Ferrajoli, ha a tal proposito notato che la rigidità costituzionale è l’elemento chiave che distingue la costituzione dalle leggi ordinarie. Una costituzione, insiste Ferrajoli, deve essere rigida per sua stessa definizione altrimenti non una “costituzione”.

L’esempio della Costituzione di Weimar è, in questo senso, paradigmatico. Nel 1933, la sua notevole flessibilità permise alla maggioranza nazionalsocialista appena insediatasi nel Reichstag di imprimere una svolta gradualmente sempre più autoritaria e totalitaria allo Stato tedesco. Proprio per evitare gli errori del passato, la Germania post-nazista scelse di dotarsi di una Legge Fondamentale (la cosiddetta Grundgesetz) assai rigida, fondata sul principio della blindatura strutturale dei diritti e che prevede un elenco di diritti fondamentali posti al di fuori della disponibilità di maggioranze parlamentari transitorie e quindi, di fatto, inemendabili. In tal senso, la Grundgesetz ha proprio l’obiettivo di risolvere tutti i punti deboli presenti nella Costituzione di Weimar per impedire cambiamenti e stravolgimenti troppo facili.

Quella statunitense è un esempio di carta costituzionale assai rigida che, attraverso il suo Articolo V, stabilisce regole di emendamento assai complesse ed esigenti. Nella sua complessità, l’Articolo V implica che il processo per l’approvazione di un emendamento costituzionale impieghi un lasso di tempo ragionevolmente lungo, sebbene alcuni emendamenti – spinti da un vasto favore popolare e supportati da una forte opinione pubblica e decisa volontà politica – abbiano richiesto tempistiche molto più brevi per essere approvati.

Tornando a Washinton vs. Westminster, bisogna concludere che questi due modelli di democrazia – pur essendo opposti – rappresentano due facce della stessa medaglia, due versioni di costituzionalismo che si distinguono non solo per le caratteristiche proprie, ma anche e soprattutto per le radici storiche da cui essi emanano.

Quali temi animano la riflessione dei maggiori teorici del costituzionalismo contemporaneo, quali John Rawls, Bruce Ackerman e Richard Bellamy?
Questi tre autori sono probabilmente i più importanti esponenti delle due diverse declinazioni del costituzionalismo che ho descritto in precedenza. Ovviamente, oltre ad essi potremmo fare altri nomi altrettanto insigni e importanti – basti pensare a Frank Michelman, Ronald Dworkin, Jeremy Waldron, Cass Sunstein, Mark Tushnet, lo stesso Luigi Ferrajoli in Italia. Tutti questi autori si sono interrogati e continuano a interrogarsi, seppur da prospettive a volte assai diverse, su cosa sia la democrazia e su quale sia il senso della parola “costituzione”.

La mia attenzione si focalizza tuttavia sui tre nomi da Voi citati per due ragioni di fondo: da un lato per la loro rilevanza all’interno della filosofia politica e giuridica contemporanea; dall’altro per la ricchezza della loro produzione che si interseca con quella degli altri. Per essere più chiaro, tra i tre autori intercorre uno scambio e un confronto più o meno diretto: ad esempio Rawls in Liberalismo politico del 1993 mutua il modello dualista della democrazia da Ackerman – che lo aveva definito qualche anno prima (precisamente nel 1991) – criticandolo in alcuni aspetti e fornendone una propria versione. Viceversa, Bellamy – pur non avendo avuto uno scambio diretto con Rawls – ne critica profondamente i presupposti teorici mettendone in luce quelle che egli ritiene siano le debolezze.

La teoria rawlsiana si sviluppa fondamentalmente su tre grandi opere Una teoria della giustizia (1971); Liberalismo politico (1993) e il più recente Il diritto dei popoli (199). Nella sua prima opera, Rawls descrive una teoria normativa della giustizia che rompe totalmente con la tradizione utilitarista fino a quel momento dominante, introducendo il concetto di “giustizia come equità” che si presenta come nuovo paradigma normativo di riferimento. La seconda opera, Liberalismo politico, ha come punto di partenza una domanda cui Rawls cerca di rispondere: come può darsi una società giusta e stabile nel tempo essendo essa composta da cittadini liberi ed eguali che sono profondamente e, a prima vista, insanabilmente divisi da differenze religiose, morali, etiche, politiche e sociali incompatibili seppur ragionevoli?

La risposta rawlsiana sottolinea come le società complesse, per potersi dire “bene ordinate”, non possono prescindere dal riconoscimento di ciò che Rawls stesso definisce “pluralismo ragionevole”, ossia non il pluralismo in quanto tale, ma il pluralismo delle dottrine comprensive ragionevoli che possono apportare benefici alla società. Tale pluralismo conduce, per Rawls, all’applicazione di quello egli definisce “consenso per intersezione”, che altro non è che un accordo morale su una concezione politica della giustizia e sugli “elementi costituzionali essenziali”. Il consenso per intersezione implica che i partecipanti all’accordo lascino da parte le loro dottrine comprensive ragionevoli per giungere ad un punto d’incontro comune sui principi fondamentali. Tale accordo, essendo mirato ai principi fondamentali ed avendo una valenza morale è sostanzialmente vincolante e non soggetto al precario equilibrio delle forze e all’interesse contingente.

Un altro elemento centrale nella teoria rawlsiana è la differenza tra agenti ragionevoli ed agenti razionali, laddove i primi sono coloro che per loro natura tendono alla cooperazione e mirano a valorizzare l’interesse generale; i secondi valorizzano il proprio piano di vita e cercano dare risalto ai propri interessi individuali. Queste due categorie sono molto diverse tra loro, ma sono tuttavia complementari: non si può dare l’uno senza l’altro.

Infine, uno dei temi al centro della riflessione di Rawls è la ragione pubblica, ossia un ideale foro di dibattito politico pubblico all’interno del quale ogni individuo porta le proprie dottrine comprensive ragionevoli e si impegnano a valorizzare e dare seguito a una concezione politica della giustizia valida per tutti. Sostenere che la ragione è “pubblica” implica tre elementi: 1) essa è pubblica perché è la ragione del pubblico in quanto ragione dei cittadini liberi ed eguali che condividono lo status di eguale cittadinanza e che hanno come loro interesse primario il bene comune; 2) il soggetto della ragione pubblica è il bene pubblico e i principi di giustizia fondamentale; 3) la ragione pubblica è tale sia perché occupa lo spazio pubblico di discussione, sia perché è pubblico il suo stesso contenuto.

La ragione pubblica è infine fondamentale per definire il dualismo costituzionale di Rawls, il quale concepisce la Corte Suprema come “il paradigma della ragione pubblica” (Rawls 1993, pp. 209-218). La Corte, applicando solo ed esclusivamente la ragione pubblica, ne è l’unica espressione “istituzionale”.

Bruce Ackerman, uno dei più importanti teorici del diritto e costituzionalisti contemporanei, ricostruisce l’evoluzione costituzionale degli Stati Uniti dalla loro fondazione fino alla rivoluzione degli anni ’60, passando per le grandi svolte politiche e sociali come il New Deal e la guerra nel Vietnam. La monumentale trilogia di We the People, suddivisa in Volume 1: Foundations (1991); Volume 2: Transformations (1998); Volume 3: The Civil Rights Revolution (2014) disegna un ampio e dettagliato quadro storico della democrazia statunitense, ponendo al centro tre svolte chiave: la fondazione (o fase costituente), la ricostruzione dopo la Guerra Civile e il New Deal, la serie di provvedimenti economici e politici voluti dal Presidente Roosevelt per risollevare l’economia statunitense dopo il crollo del 1929.

Nel primo volume Ackerman teorizza la natura essenzialmente dualista della democrazia statunitense, introducendo nella teoria costituzionale contemporanea quello che poi è divenuto il centro del dibattito che stiamo qui analizzando.

La tesi ackermaniana si fonda principalmente sull’idea che emendamenti costituzionali validi e legittimi possano sorgere da momenti costituzionali “non convenzionali”, ossia emendamenti che vengono implementati senza ricorrere alle regole formali dell’Articolo V della Costituzione. La distinzione tra Rawls e Ackerman appare qui netta: per il primo la sovranità popolare non può essere illimitata, poiché di fronte a un emendamento che, pur formalmente e correttamente approvato, venisse sospettato di incostituzionalità starebbe alla Corte Suprema stabilirne la legittimità ed eventualmente decretarne l’invalidità. Viceversa, per Ackerman, di fronte a un emendamento approvato secondo le regole stabilite e secondo la volontà del popolo, la Corte non potrebbe opporsi alla sua approvazione ed anzi dovrebbe favorirne l’implementazione.

Infine, al centro della teoria costituzionale di Richard Bellamy vi è la valorizzazione di quelle che già Jeremy Waldron e Albert Weale avevano definito come “circostanze della politica”: in esse, secondo Bellamy, «noi siamo in disaccordo sia sul giusto che sul bene, ciononostante in esse è richiesta una decisione collettiva su tali questioni. Di conseguenza, la costituzione non può essere trattata come una legge fondamentale o una norma di base» (Bellamy 2007). Nella prospettiva di Bellamy, la judicial review indebolisce anziché rafforzare la democrazia, ponendo un’istituzione non elettiva e non legittimata dal popolo al di sopra delle istituzioni legislative democratiche e rappresentative. Bellamy è uno strenuo difensore del principio maggioritario, da lui considerato come l’unica regola possibile per prendere decisioni non solo politiche ma anche costituzionali; allo stesso tempo egli sottolinea come anche le corti decidano molto spesso a maggioranza, tuttavia Bellamy mette in luce una sostanziale differenza: se nel parlamento la regola di maggioranza viene applicata per prendere legittime decisioni politiche, nelle corti tale regola viene il più delle volte applicata per imporre un illegittimo freno al potere rappresentativo.

Quali interpretazioni è possibile trarre dal confronto tra modello dualista e modello monista della democrazia costituzionale?
Le interpretazioni che si possono trarre da questo confronto sono molteplici, ma tenterò di riassumerle e renderle più chiare possibile. Il modello monista non riconosce la coesistenza di due poteri – quello costituzionale e quello ordinario – ma rivendica l’esistenza di un solo potere rappresentato da un parlamento democraticamente eletto che ha anche il ruolo di interprete della costituzione. Il modello dualista prevede invece l’esistenza di una corte suprema o costituzionale che agisce come garante dei principi fondamentali e delle regole democratiche e che quindi rifiuta, limitandola, la sovranità parlamentare e il dominio della maggioranza. All’interno di democrazie dualiste, le corti hanno quindi il compito di proteggere la costituzione ed evitare che maggioranze transitorie più o meno ampie, magari influenzate da gruppi di interesse e di potere, possano modificare in senso restrittivo o addirittura stravolgere il sistema democratico.

I sostenitori di una impostazione monista ribadiscono altresì che l’egemonia delle corti sui parlamenti ci configuri come una indebita e antidemocratica limitazione della sovranità popolare che si esprime attraverso i propri rappresentanti. Ciò che i costituzionalisti politici stigmatizzano è il rischio che la democrazia si trasformi in un governo dei giudici, in cui la costituzione non è più percepita come l’oggetto della sovranità popolare ma come strumento nelle mani della magistratura per fare pressioni sul legislatore. Ciò implica che, secondo autori come Bellamy, le corti – esercitando la loro prerogativa di invalidare una legge approvata – non fanno altro che esercitare un illegittimo controllo non “sulla” maggioranza, ma “contro” di essa; conseguentemente le corti vincolerebbero la volontà dei cittadini che hanno espresso il loro consenso verso tale maggioranza. Su questo presupposto si fonda la tesi del supposto carattere antidemocratico delle corti costituzionali.

Il confronto tra i due modelli ci dimostra quindi come il concetto di democrazia sia tutt’altro che univoco e incontestato; esso è invece soggetto a interpretazioni e definizioni contrastanti.

Come abbiamo visto, alla domanda su cosa sia democrazia i costituzionalisti politici risponderebbero menzionando il principio maggioritario e a quella che Waldron definì “dignità della legislazione”, che enfatizza la centralità del parlamento e del potere legislativo. I costituzionalisti giuridici risponderebbero ribadendo a loro volta il ruolo centrale delle costituzioni e delle regole in esse contenute, che impediscono derive iper-maggioritarie, anche e soprattutto grazie alle corti.

Se accettassimo la prima prospettiva come quella più valida, rifiutando quindi le garanzie costituzionali e abolendo di fatto il sindacato di costituzionalità, ridurremmo la democrazia a un mero strumento di egemonia da parte della maggioranza e derubricando i giudici a semplici funzionari il cui unico scopo sarebbe quello di convalidare le scelte della maggioranza.

Se altresì sposassimo la tesi proposta da Bellamy, per il quale i giudici non dovrebbero far altro che sostenere e dare applicazione alla volontà dei cittadini, qualunque essa sia, perderemmo il senso proprio della democrazia intesa come difesa degli interessi delle minoranze. Ciò significa che la democrazia non può prescindere da regole del gioco ben precise stabilite nelle costituzioni e che solo una istituzione terza e indipendente come una corte può garantire. I giudici costituzionali non possono essere visti come una istituzione antidemocratica, poiché antidemocratico sarebbe concepire la società come il regno della volontà illimitata della maggioranza. Detto in altri termini, la volontà del popolo non può essere assoluta, ma commisurata a ciò che la costituzione prevede e sancisce. Compito delle corti è proprio quello di interpretare la costituzione nel modo più scrupoloso possibile per stabilire se il prodotto della volontà del popolo è legittimo oppure non lo è.

Un ultimo aspetto degno di nota è che i giudici costituzionali, non essendo eletti direttamente dai cittadini e non dipendendo dal consenso popolare o partitico, non sono condizionati da pregiudizi o condizionamenti politici, elettorali o propagandistici; ciò rende i giudici costituzionali fondamentalmente indipendenti e autonomi rispetto alle sollecitazioni dell’opinione pubblica.

Di fronte alla sfida del populismo serpeggiante, quali prospettive per il costituzionalismo democratico contemporaneo?
Negli ultimi anni stiamo assistendo a una progressiva “de-costituzionalizzazione” della democrazia, ossia a una sempre più montante insofferenza verso le regole del gioco che limitano il potere delle maggioranze e rappresentano un baluardo contro la pericolosa espansione del potere legislativo e soprattutto di quello esecutivo. Tale fenomeno è certamente riconducibile all’ascesa del populismo e a un modello di democrazia definita “illiberale”, che specie in alcuni paesi dell’ex blocco sovietico – si pensi ai governi che fanno riferimento al cosiddetto gruppo di Vysegrad, in primo luogo l’Ungheria di Orban o alla stessa Russia di Vladimir Putin – si va affermando da alcuni anni.

All’ascesa di queste democrazie illiberali, fondate su una forma di populismo sempre più dichiarato e rivendicato corrisponde, all’interno della teoria politica contemporanea, l’espansione di un costituzionalismo definito per l’appunto “populista” che porta all’estremo alcuni aspetti centrali del costituzionalismo politico monista, in primo luogo l’enfasi posta sulla volontà popolare e sulla regola maggioritaria.

Definizioni “populiste” del costituzionalismo rivendicano la pretesa di sottoporre i principi fondamentali al vaglio costante della volontà popolare, in ogni direzione essa si orienti e senza che vi sia un’istituzione che abbia il compito di definire i limiti di tale volontà; ciò che i populisti contestano è l’esistenza di istituzioni che privano “il popolo” del proprio diritto di determinare cosa la costituzione dice o dovrebbe dire.

Una delle possibili prospettive di ampliamento e rafforzamento del costituzionalismo democratico che, almeno parzialmente, esce dalla dicotomia tra “modello Washington” e “modello Westminster” è quella avanzata da Luigi Ferrajoli, il quale propone la teoria di quello che egli identifica come costituzionalismo “garantista”. Secondo tale concezione, il costituzionalismo viene assunto come modello normativo in cui la legittimità delle scelte politiche e legislative non viene determinata dal mero rispetto delle regole e norme fondamentali, ma dal riconoscimento e dalla piena applicazione delle garanzie e dei diritti individuali fondamentali contenuti nella costituzione.

Tale proposta muove dalla convinzione che i principi individuali fondamentali – assunti come regole del gioco democratico – rappresentino un limite invalicabile oltre il quale le scelte della maggioranza non possono andare. Essi comporrebbero quindi quella che Ferrajoli identifica come la “sfera del non decidibile”, in base alla quale si stabilisce il principio secondo cui la maggioranza non può disporre di ciò che non le appartiene.

Tra le possibili ricadute del populismo sulla democrazia costituzionale, nonché uno dei rischi che i sostenitori di un approccio monista sembrano non percepire, potremmo annoverare l’eventualità che una maggioranza parlamentare raggiunga un consenso popolare tale da poter piegare la costituzione e i principi fondamentali a interessi di parte, rivendicando la volontà popolare come “grimaldello” per stravolgere l’assetto costituzionale.

La definizione di costituzionalismo populista, che in Italia ebbe un primo utilizzo con Giovanni Sartori – il quale, nei primi anni Duemila, segnalava il rischio che l’egemonia dell’esecutivo sul legislativo avrebbe stravolto la democrazia italiana avviando un presidenzialismo de facto in cui il governo avrebbe accentrato su di sé un potere tale da ridurre il parlamento a un mero passaggio notarile.

L’accezione che però qui ci interessa privilegiare è quella fornita dal giurista statunitense Mark Tushnet, che nel suo Taking the Constitution Away From the Courts difendeva l’approccio populista come modello di costituzionalismo realmente democratico in quanto unico strumento che permetterebbe al popolo di partecipare attivamente al processo costituente senza dover sottostare alle decisioni di istituzioni intermedie non rappresentative.

L’interpretazione che intendo privilegiare è fortemente scettica verso queste forme di populismo, che rischiano di compromettere i principi fondamentali assecondando una supposta “volontà popolare”, che potrebbe mirare a scardinare, anziché rafforzare, la democrazia. In tal senso, la costituzione non può essere confusa con la legge ordinaria e non può mai riflettere tutto ciò che il popolo vuole o pretende nel breve periodo, né tantomeno tutto ciò che una maggioranza più o meno ampia desidera. La costituzione ha un carattere propriamente generazionale; essa è costruita per durare nei decenni e non per essere stravolta ad ogni cambio di maggioranza.

Infine, uno degli aspet­ti peculiari del populismo contemporaneo sta nel suo rigettare qualun­que limite alla volontà popolare esercitato da istituzioni non politiche e non rappresentative, come ad esempio le corti costituzionali. Questa insofferen­za verso le istituzioni di garanzia non può essere però ridotto a un mero ri­fiu­to verso la democrazia costituzionale tout court, ma deve altresì essere ri­con­dotto a quello che potremmo definire “scetticismo giuridico” (si vedano qui gli studi di Paul Blokker). Bisogna poi sottolineare che il populismo ha assunto connotati ben più radicali, che spesso sfociano in forme di vero e proprio autoritarismo – si pensi a contesti quali il Venezuela di Maduro, la Turchia di Erdogan, e ai paesi de cosiddetto “gruppo di Visegrád”.

In tali contesti – che forse sarebbe più appropriato definire ‘pseudo-democratici’ – i principi fondamentali della liberal-democrazia vengono totalmente messi da parte: queste “pseudo-democrazie” applicano un modello fortemente procedurale della democrazia in cui la democrazia stessa viene ridotta al mero diritto di voto. Tuttavia, è necessario sottolineare che la democrazia non può consistere solo nell’esercizio del diritto di voto (che comunque ne costituisce una parte rilevante); allo stesso tempo, il mero consenso elettorale, seppur ampio, non può rappresentare l’unica fonte di legittimità per l’azione del governo, né può giustificare derive egemoniche se non oppressive da parte della maggioranza (sia essa molto ampia) sulla minoranza.

Concludo rimarcando come questa insofferenza verso le garanzie costituzionali e i limiti al potere legislativo è facilmente rintracciabile nei movimenti populisti oggi in ascesa in tutto il mondo; essa si con­densa nella convinzione che le istituzioni di garanzia – come lo sono le co­rti costituzionali – debbano operare al solo scopo di validare le scelte del ‘po­polo’, qualsiasi esse siano. Il rifiuto verso forme indipendenti di garanzia costituzionale rischia di ri­ve­larsi devastante per la stessa struttura democratica.

Valerio Fabbrizi è docente a contratto presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università dell’Aquila, dove insegna Storia del pensiero politico moderno e contemporaneo. Nel 2019 ha svolto un anno di ricerca post-dottorato presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali. I suoi temi di ricerca sono il costituzionalismo contemporanee; la teoria della democrazia; il liberalismo politico e la teoria dei diritti.

image_pdfScarica in PDF

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link