Tra italiano e latino. Saggi e note di storia della lingua, Yorick Gomez GaneProf. Yorick Gomez Gane, Lei è autore del libro Tra italiano e latino. Saggi e note di storia della lingua, edito da Carocci (con una prefazione di Raffaele Perrelli), in cui approfondisce il rapporto tra italiano e latino attraverso lo studio di casi specifici: quanto viva e intensa è ancora la relazione tra le due lingue?
Le prime dieci parole di questa Sua domanda sono (escludendo i nomi propri) parole di origine latina, siano esse ereditarie (appartenenti cioè all’italiano sin dalla sua prima origine, come Lei, che continua il latino tardo (il)laei) oppure cultismi introdotti dopo la nascita della nostra lingua (come Prof., derivato dal latino classico professore(m)). Stando al più ampio vocabolario di cui oggi disponiamo, curato da Tullio De Mauro, nel lessico italiano si contano oltre 35.000 termini di origine latina: all’incirca una parola su sette. Ma le percentuali crescono vertiginosamente se ci riferiamo al vocabolario di base dell’italiano, ovvero quelle circa 6500 parole che costituiscono oltre il 95% delle occorrenze lessicali della nostra lingua scritta o parlata (pane, mano, madre, ecc.): di tutto il vocabolario di base quasi il 90% è rappresentato da latinismi (più precisamente l’86,5%, di cui il 52,2 è lessico patrimoniale mentre il 34,3 sono parole da questo derivate). Per non parlare di altri aspetti della lingua, come la sintassi, che soprattutto nello scritto rivela ancora le sue ascendenze latine. Dunque a livello profondo, sia pure latente (di DNA, diciamo), la relazione tra italiano e latino è ancora molto intensa. Naturalmente, su un piano più evidente, più riconoscibile, va detto che tale relazione è sicuramente meno viva e intensa rispetto al passato, quando Dante, Petrarca o Galileo scrivevano opere importantissime tanto in italiano quanto in latino. Ma proprio il forte legame genetico con il latino, garantito dalla continua introduzione in italiano di latinismi e dal fatto che il fiorentino (che è alla base dell’italiano, visto il ruolo di modello linguistico svolto dai tre grandi autori fiorentini trecenteschi, Dante, Petrarca e Boccaccio) è uno dei dialetti più conservativi d’Italia (tra i più vicini al latino, dunque), ha fatto sì che nei secoli i rapporti si siano allentati, ma mai tagliati. Diversamente da quanto potremmo immaginare, la quantità maggiore di latinismi della lingua italiana, da ascrivere in grandissima parte al latino scientifico, si colloca nel XX secolo (oltre 11.000 forme). Nell’italiano contemporaneo ci serviamo ancora di oltre mille parole o locuzioni latine non adattate, che non si sono cioè conformate alla morfologia dell’italiano ma hanno mantenuto la forma latina: referendum, vulnus, eccetera (o, se preferite, etc., che sta per et cetera ‘e (tutte) le altre cose’). Numerosissime sono poi le frasi proverbiali latine che continuano a usarsi nello scritto e nel parlato (absit iniuria verbis, est modus in rebus, de gustibus non est disputandum, ecc.). Un’humus molto fertile, in cui negli ultimi venticinque anni sono potuti proliferare suffissati in –um ed –ellum relativi alle leggi elettorali, di cui si contano ormai più di 100 forme (dal capostipite Mattarellum all’attuale Rosatellum, passando per Italicum, Porcellum o Renzuschellum), e in cui quando percorro la Salerno-Reggio Calabria per raggiungere la mia università a controllare la velocità delle auto è un sistema elettronico con un nome latino, Vergilius (“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc / Partenope”…).

In che modo l’etimologia di un termine come cesso ‘latrina’ è esemplificativa delle vicende e dei rapporti tra le due lingue?
L’etimologia dell’italiano cesso ‘latrina’ è a mio avviso importante perché ci ricorda che le parole non sono flatus vocis, ma testimoni della storia in cui sono nate e vissute. I più recenti e autorevoli etimologisti hanno ricondotto la parola italiana cesso(presente nella nostra lingua da fine Duecento) al latino recessus, cioè ‘luogo appartato’ (con la caduta della prima sillaba). Ma perché mai gli uomini del XIII secolo avrebbero dovuto introdurre, per un luogo così privato come il gabinetto, una parola colta, ricavata dai testi dei classici? Qualcosa non quadrava. La soluzione del problema (l’ispirazione, potremmo dire) è venuta dalla Bibbia. Nel Vangelo di Matteo (ma si veda anche il brano sinottico in Marco) Gesù, per sottolineare che il vero peccato non è in ciò che si mangia ma in ciò che si dice, ricorda agli uomini che “tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna” (Mt 15, 17). Ora, “fogna” è la traduzione del latino secessus. In un mondo cristianizzato come l’Europa medievale, il termine evangelico ebbe molta fortuna, tanto nelle prediche quanto, ad esempio, nei regolamenti dei monasteri (“ad secessum ire”…). Dal latino medievale secessus si sarebbe formato, con perdita della prima sillaba già in latino oppure in italiano antico, il nostro cesso. Termine che avrebbe conservato una connotazione neutra (né popolare né colloquiale) per secoli, almeno fino ai primi del Novecento (la usava ancora senza connotazioni negative il rigorosissimo Niccolò Tommaseo). Nel XX secolo l’interdizione linguistica avrebbe portato ad evitare la parola cesso, non perché volgare ma in quanto relativa a funzioni corporali. Anche oggi, del resto, al bar o al ristorante tendiamo a chiedere dei “servizi” o della “toilette” piuttosto che del semplice “bagno”.

Perché la frase pronunciata da Giulio Cesare sul Rubicone viene resa in italiano con «Il dado è tratto»?
È una storia lunga, che però credo meriti di essere ripercorsa. Partiamo dalle particolarità linguistiche della frase il dado è tratto. “Tratto” è il participio passato di un verbo che non ci aspetteremmo in riferimento a un dado, oggetto che di solito viene “tirato” (ma “tratto” è, di fatto, proprio una forma arcaica che sta per ‘tirato’). Inoltre l’originale della frase di Svetonio, lo storico latino che ci racconta di come Cesare abbia varcato il Rubicone, non ha il verbo al presente, ma al passato: iacta alea est, “il dado è stato tirato” (si tratta quindi di un uso linguistico particolare, che possiamo rinvenire ancora ai giorni nostri, come nella canzone Generale di De Gregori: “Generale … il nemico è scappato, è vinto, è battuto”). Perché, allora, abbiamo (e ci teniamo) questa traduzione? Perché è antichissima, e si è affermata per più di un motivo contingente (anche le frasi, come le parole, sono testimoni della storia in cui sono nate e vissute). C’è un altro autore che ci racconta di Cesare sul Rubicone, lo storico greco Plutarco. Anche costui fa riferimento al lancio del dado, e un fortunato traduttore italiano di quel brano, Lodovico Domenichi, tradusse (nel 1555) proprio “il dado è tratto” (una traduzione non perfetta dal greco, che recita in verità “sia lanciato il dado”). Ora, siccome in Plutarco, diversamente da quanto narrato in Svetonio, Cesare pronuncia la frase proprio come se fosse un’espressione proverbiale (“disse quelle parole, le quali si sogliono dir per coloro, i quali si mettono a casi incerti e pericolosi; cioè il dado è tratto”: nel racconto di Plutarco infatti Cesare non aveva ancora varcato il Rubicone, mentre in Svetonio il superamento del fiume era già cosa fatta), la versione tratta da Plutarco ebbe maggiore fortuna (in quanto apertamente proverbiale), andandosi ad annidare anche nelle traduzioni da Svetonio. La fortuna della frase nella forma a noi ancora oggi nota (arcaica e con tratti linguistici particolari) dipende dal fatto che per una serie di peripezie editoriali la versione del Domenichi fu l’unica in circolazione tra il Cinquecento e il Settecento, nonché dall’estrema conservatività formale dei proverbi (pensiamo, ad esempio, all’antica frase proverbiale cosa fatta capo ha, il cui significato complessivo è chiaro – una cosa, una volta fatta, si impone e non può essere annullata – ma sulla cui forma gli studiosi ancora oggi discutono).

Come nasce il latinorum in Manzoni?
La scena è famosa. Il povero Renzo non vede l’ora di impalmare la bella Lucia, ma quel “vaso di coccio” di Don Abbondio, intimorito dai bravi, gli snocciola una serie di impedimenti in lingua latina. Renzo sbotta: “Si piglia gioco di me? … Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”. Ci sono serie ragioni che portano a ritenere che questo latinorum presente “in” Manzoni sia un latinorum “di” Manzoni. Latinorum (che indica come è noto ‘discorso o citazione in latino, pronunciati per boria o a sproposito, e rivolti a chi non li capisce’) è stata ritenuta da tutti gli etimologisti una parola di origine popolare. Ora, tutte le raccolte testuali a nostra disposizione (che non sono poche) mostrano come prima di Manzoni la parola non sia mai stata usata, e inoltre come dopo I promessi sposi essa compaia soprattutto in riferimento al romanzo storico manzoniano. Sembrerebbe cioè che la parola sia nata proprio con Manzoni. L’ipotesi acquista consistenza quando scopriamo che nel testo manoscritto dei Promessi sposi (edizione del 1827) la forma latinorum risulta essere una sostituzione di latino (‘lingua latina’), in quanto nello stesso brano compariva già un’altra attestazione di latino. Desiderio di variatio, quindi. Ma non solo. Manzoni ha voluto introdurre la nuova parola per veicolare un concetto più volte espresso nei Promessi sposi, quello del “maladetto vizio” del “latino birbone”, “che viene addosso a tradimento, nel buono d’un discorso”. Latinorum, quindi, sarebbe da accostare a un’altra creazione linguistica pronunciata da Renzo: trapolorum, usato anch’esso in riferimento all’idioma “birbone” (nella famosa frase di Renzo ubriaco: “siés baraòs trapolorum”), uscente anch’esso in –orum e soprattutto coniato anch’esso nella minuta dell’edizione ventisettana dei Promessi sposi. Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei: trapolorum e latinorum sono entrambi neologismi manzoniani.

Come nasce l’uso in italiano di Tizio, Caio e Sempronio?
Si è sempre pensato che il terzetto di nomi fittizi Tizio, Caio e Sempronio, usato per indicare persone indeterminate (talvolta per il fatto di non volerle o non poterle nominare) fosse una creazione del giurista medievale Irnerio, vissuto tra XI e XII secolo e considerato uno dei fondatori della scuola di diritto dell’università di Bologna. Irnerio a sua volta si sarebbe rifatto ai nomi latini già presenti (con questo stesso uso) in importanti testi giuridici antichi, come il Digesto. Alla lettera, però, il testo latino di Irnerio si presenta leggermente diverso dalla forma del nostro terzetto: “Titius et Gaius et Sempronius” (si noti la doppia congiunzione e la forma Gaius, e non Caius come nell’italiano Caio). La distanza cronologica tra le opere di Irnerio, medioevali, e le prime attestazioni italiane, ottocentesche (stando ai vocabolari storico-etimologici di cui disponiamo) portano a chiedersi se non ci sia stato un anello intermedio. Effettivamente c’è stato: si tratta del primo giurista ad aver utilizzato l’italiano al posto del latino per un’ampia trattazione giuridica: Giovanni Battista De Luca, con i suoi quindici volumi del Dottor volgare (Roma 1673). In quest’opera del pioniere del diritto in lingua italiana rinveniamo il terzetto proprio nella forma “Tizio, Caio e Sempronio”. Le prove sono schiaccianti: è De Luca il padre di Tizio, Caio e Sempronio. Caso chiuso.

Quali pseudolatinismi sono in uso nell’italiano contemporaneo?
Accanto ai già menzionati suffissi in –um ed –ellum (che sono ovviamente suffissi “pseudolatini”, in quanto assenti nell’accezione relativa alle leggi elettorali nel latino classico, tardo o medievale), si può ricordare la pro loco, in cui dal latino classico locus‘luogo’ siamo riusciti nel XX secolo a far uscire fuori il significato, tutto moderno, di ‘località (intesa in senso amministrativo)’ (la pro loco è infatti un’organizzazione che promuove gli interessi turistici di una località). E si pensi a locuzioni comuni come una tantum (misto dell’italiano una volta e del latino tantum ‘soltanto’), pax americana, vis polemica (sorella della vis comica, anch’essa inesistente nei testi latini in quanto frutto di un’erronea lettura del famoso giudizio ciceroniano a proposito di Terenzio), oppure qui pro quo (che secondo De Mauro deriverebbe dal latino medievale quid pro quo ‘qualcosa per qualcos’altro’, per indicare un errore nelle prescrizioni farmaceutiche). Ma in realtà il mondo degli pseudolatinismi italiani risulta ancora in massima parte da esplorare, dal momento che uno dei settori più trascurati della nostra lessicografia, dal punto di vista tanto dell’inquadramento storico quanto dell’etimologia, sono proprio i latinismi non adattati. Stiamo cominciando a trattarli in una nuova rivista lessicografica pubblicata dalla mia università, l’Archivio per il Vocabolario Storico Italiano (www.avsi.unical.it). Proprio la settimana scorsa nell’ambito del corso di Storia della lingua italiana abbiamo ricostruito la storia del latinismo, anzi, dello pseudolatinismo ante operam, locuzione aggettivale usata dagli anni Cinquanta (quelli del boom economico ed edilizio) per indicare ‘atto, provvedimento o intervento anteriore all’inizio o alla realizzazione di un progetto o di un’opera, specie un’opera pubblica’ (con tanto di contrario pseudolatino: post operam). Se Marco Tullio Cicerone sentisse una locuzione del genere, penserebbe senz’altro che si tratta di un… qui pro quo (ante litteram, naturalmente).

Yorick Gomez Gane (Roma, 1974-) insegna Storia della lingua italiana all’Università della Calabria. Ha fondato e condirige la rivista “Archivio per il Vocabolario Storico Italiano”. Collabora al progetto internazionale dell’Accademia della Crusca OIM – Osservatorio degli Italianismi nel Mondo. Ha pubblicato, tra l’altro, Gli italianismi nel catalano. Dizionario storico-etimologico(Roma 2012), Dizionario della terminologia filologica (Torino 2013) e curato l’edizione di «Quasi una rivoluzione». I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero (Firenze 2017).