Dott. Andrea Di Michele, Lei è autore del libro Tra due divise. La Grande Guerra degli italiani d’Austria edito da Laterza: chi e quanti erano gli italiani d’Austria?
Tra due divise. La Grande Guerra degli italiani d'Austria, Andrea Di MicheleÈ difficile fornire delle cifre precise ma possiamo stimare che siano stati più di 100.000 i sudditi austro-ungarici di lingua italiana, originari di Trentino e Litorale austriaco, arruolati nell’esercito dell’Impero nel corso della prima guerra mondiale. Gli italofoni trentini, giuliani, friulani, istriani e dalmati furono mandati a combattere su diversi fronti, ma in primo luogo contro i russi in Galizia, nella regione più orientale dell’Austria. Per loro la guerra cominciò già nel luglio 1914, quasi un anno prima dell’intervento del Regno d’Italia, che portò le istituzioni militari austriache a ritenerli ancora meno affidabili di quanto già non fossero considerati.

Come visse la Grande Guerra la minoranza italiana che combatté sotto le bandiere asburgiche?
Nonostante la sfiducia di fondo nei loro confronti, gli italiani, così come gli altri popoli dell’Impero, risposero ordinatamente e ubbidientemente alla mobilitazione generale del 31 luglio 1914, suscitando lo stupore delle stesse autorità austriache. Da parte soprattutto dei militari, infatti, vi era un radicato pregiudizio negativo nei confronti di alcune delle minoranze, i cechi in primo luogo ma anche gli italiani, tutti accusati in maniera generalizzata di essere animati da spirito irredentista.

Inviati nell’inferno galiziano, gli italiani, così come gli altri soldati imperiali, vissero negli ultimi mesi del 1914 il trauma delle rovinose sconfitte della Duplice monarchia con migliaia di morti e di prigionieri caduti in mano russa. Nei loro diari si coglie la disperazione e l’orrore causato dalla guerra ma anche l’indignazione e la sofferenza per le discriminazioni patite per mano dei loro ufficiali, in larga parte di lingua tedesca. Nel suo diario il trentino Guerrino Botteri, che in Galizia arrivò nell’ottobre 1914, si soffermava sulla durezza estrema delle marce, da affrontare affamati, assetati e morti di sonno, trattati come bestie e offesi perché italiani, definiti per questo «vili cani merdosi».

Quando, nel maggio 1915, Roma entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria il sospetto e le discriminazioni verso gli italiani d’Austria raggiunsero l’apice. Non vennero più tenuti insieme nelle formazioni militari che storicamente li inquadravano ma suddivisi in piccoli gruppi distribuiti in numerose altre formazioni militari, «tagliati», come scrivevano i soldati nei loro diari. Le istruzioni raccomandavano di controllarli con particolare attenzione, di separarli dai tedeschi fin dalla fase preliminare dell’addestramento. In alternativa all’invio sul fronte russo per loro vi era l’utilizzo in reparti di lavoratori, da utilizzarsi però esclusivamente nelle primissime linee, dove non fossero sottratti al pericolo, sempre ben controllati e trattati con durezza. Se per molti la fedeltà all’Impero non sarebbe venuta meno fino alla fine della guerra, per molti altri il trauma galiziano e le persecuzioni subite al fronte, ma anche dalle famiglie rimaste nelle loro case o deportate in altre regioni dell’Impero, avrebbero determinato una profonda disillusione e il conseguente allontanamento dalle originarie forme d’identificazione.

Una volta che l’Italia divenne alleata dell’Intesa e quindi anche della Russia, quest’ultima pensò bene di offrire a Roma i prigionieri austro-ungarici di lingua italiana che deteneva nei propri campi. Era un modo per far leva sulle diverse nazionalità della Duplice monarchia per metterne in crisi la solidità alimentando le diserzioni. Di fronte a tale offerta l’Italia si mostrò titubante. Non si fidava dell’affidabilità di soldati che avevano combattuto fino al giorno prima con la divisa del nemico e dubitava circa il loro sentimento nazionale. Particolarmente prudente si mostrò il ministro degli esteri Sidney Sonnino che impose la politica del “caso per caso”, basata cioè sulla verifica dell’affidabilità nazionale di ciascuno come prerequisito per il trasporto in Italia. A renderlo sospettoso vi era poi il fatto che quei soldati non si mostrassero particolarmente desiderosi di tornare in guerra per combattere contro il proprio paese. Non che l’Italia lo pretendesse, ma il fatto che quei prigionieri chiedessero di essere liberati dichiarando di non voler riprendere le armi veniva visto con sospetto e diffidenza. Imitando l’esempio della Francia che si trovò a gestire una situazione del tutto analoga con i prigionieri alsaziani che avevano indossato la divisa germanica, l’Italia inviò in Russia una apposita missione militare con il compito di visitare i campi di prigionia in cui erano stati concentrati migliaia di prigionieri italiani e selezionare coloro da ritenersi degni del “rimpatrio”. Ciò avvenne dopo mille incertezze e indecisioni e soprattutto dopo che dagli stessi campi russi gli italiani d’Austria si erano mobilitati facendo sentire la propria voce e la propria insoddisfazione attraverso petizioni e raccolte di firme, lettere e appelli ai giornali italiani.

Cosa significò l’esperienza dei campi di prigionia russi?
Nei campi di prigionia i prigionieri italiani divennero oggetto delle attenzioni dell’Austria, che attraverso la censura postale cercava di individuare i traditori e gli incerti, e dei paralleli tentativi italiani di acculturazione patriottica, con la missione militare che sosteneva apertamente l’élite filoitaliana. Vienna e Roma si mostravano ossessivamente interessati a cogliere il sincero sentimento di appartenenza dei prigionieri, allo scopo di individuare i fedeli e isolare e punire i «traditori». In mezzo vi erano i prigionieri, animati in primo luogo dall’esigenza di salvare la propria vita e di scappare dalla guerra, ma consapevoli anche che qualsiasi scelta prendessero avrebbe potuto avere delle ricadute sulle famiglie rimaste al paese o sfollate nell’Impero o nel Regno d’Italia. Ecco così che le lettere e i diari ci restituiscono un altro punto di vista, diverso e alternativo da quello delle due autorità militari. La scelta per l’Italia o per l’Austria fu difficilissima e combattuta e fu determinata da una complessa molteplicità di elementi, che andava ben oltre il mero sentimento di appartenenza nazionale. Non si sceglieva tanto o soltanto sulla base dell’identificazione con un paese o con l’altro, quanto piuttosto ponderando le conseguenze che la propria azione avrebbe determinato per sé e per la propria famiglia. Il più delle volte, invece, gli uffici addetti alla censura e al controllo, i governi e pure qualche ricostruzione storiografica hanno attribuito a quelle decisioni un preponderante significato politico-nazionale.

A Vienna il Kriegsüberwachungsamt (Ufficio sorveglianza di guerra) svolse un gigantesco lavoro di traduzione e analisi della corrispondenza di centinaia di migliaia di prigionieri, con uffici specializzati nelle diverse lingue dell’Impero. I rapporti che si riferiscono agli italiani sono ricchi di estratti di loro lettere in cui si coglie le difficoltà della scelta da prendere e come questa venisse spesso decisa dopo un lungo colloquio con i familiari. La documentazione prodotta dal servizio preposto alla censura dei soldati di lingua italiana è particolarmente interessante, in primo luogo perché mostra la sistematicità e anche l’ossessività con cui selezionava qualsiasi riferimento vagamente sospetto nella posta inviata o ricevuta dai prigionieri. Compilava continuamente e traduceva in tedesco raccolte di estratti di cartoline e lettere contenenti riferimenti a persone o comportamenti sospettabili d’irredentismo. Ma la documentazione è ancora più intrigante perché ci restituisce, tradotta in tedesco, una fonte preziosa che non esiste più nella sua forma originale. Sono frammenti di testo tratti da una miriade di lettere e cartoline, che per il fatto di essere giudicati particolarmente significativi dall’apparato di controllo si sono salvati divenendo parte dei periodici resoconti della censura. E così troviamo esplicite dichiarazioni antiaustriache, propositi di adesione all’offerta italiana, riferimenti a chi aveva già compiuto tale scelta e a chi invece la rifiutava, valutazioni positive o negative nei confronti del «cambio di fronte», commenti espressi al riguardo all’interno della cerchia familiare. Spesso emerge la terribile difficoltà di operare una scelta, il tentativo di prevederne le conseguenze, l’indecisione che si cerca di superare con il consiglio dei propri cari. Così scriveva un prigioniero da Omsk, forse pentito di non essere partito con gli altri: «Ah, se io solo sapessi! Quanti pensieri mi tormentano. […] Oh, se fossi in grado di guardare nel futuro!». Un altro chiedeva al fratello di consigliarlo sul da farsi, un altro ancora confessava al padre di non far altro che pensare alla possibilità del viaggio. Tanti esprimevano la preoccupazione per le conseguenze che la propria decisione avrebbe comportato per i propri familiari («Ho appena saputo ciò che devono patire le famiglie di quelli che sono andati in Italia»). Ma più spesso erano le famiglie che intervenivano con decisione per impedire che il congiunto prendesse decisioni avventate che avrebbero provocato le rappresaglie delle autorità austriache sulle famiglie rimaste sotto il loro controllo. In prima linea vi erano le mogli, che apertamente mettevano in guardia i loro uomini invitandoli a starsene dov’erano. Una donna trentina scriveva al marito a Kirsanov chiedendogli se aveva saputo cos’era successo dopo che un parente o conoscente se ne era andato in Italia; alla sua famiglia era stato tolto tutto: «Non farti tentare […] perché ciò sarebbe la tua e la nostra rovina». Una donna triestina, invece, si rivolgeva al proprio marito ad Omsk criticando la scelta del fratello, intimandolo duramente: «Non andartene lì dove sta Bruno, altrimenti io resto senza soldi. Stai attento, che io ho quattro figli da sfamare».

Tra coloro che scelsero l’Italia, circa 4.000 vennero selezionati dalla missione militare italiana e, nell’autunno 1916, trasportati via nave in Italia. Imbarcati ad Archangel’sk, importante porto sul Mar Bianco, seguirono un lungo itinerario che li portò a circumnavigare la penisola scandinava, ad approdare in Inghilterra e di qui, dopo un viaggio complessivo di circa tre settimane, a giungere finalmente in Italia, dove dovettero fare i conti con un generico quanto radicato atteggiamento di diffidenza da parte delle istituzioni ma anche della popolazione civile. Difficoltà organizzative ma anche scarso impegno delle autorità di Roma impedirono un numero maggiore di trasbordi dalla Russia. Intanto lo scoppio della rivoluzione bolscevica complicava enormemente la situazione. La pace separata tra Russia e Imperi centrali e il timore di uno scambio di prigionieri faceva temere che gli italofoni che si erano espressi a favore dell’Italia finissero in mano austriaca e considerati alti traditori. E così circa 2.600 uomini, riuniti dalla missione militare italiana, vennero trasferiti dopo un viaggio di migliaia di chilometri lungo tutta la Transiberiana nella concessione militare italiana di Tientsin, non distante da Pechino. Una parte di questi, i più anziani e i malati, rientrarono facendo letteralmente il giro del mondo, con due viaggi in nave che tra aprile e giugno 1918 li condussero a San Francisco, cui seguì l’attraversamento degli Stati Uniti e poi finalmente l’imbarco sulla costa occidentale verso l’Europa. Altri furono invece aggregati al Corpo di spedizione italiano in Estremo oriente, inviato in Siberia a combattere contro i bolscevichi. Questi ultimi, insieme ad altre centinaia di italiani d’Austria rastrellati da una nuova missione italiana in vari campi di prigionia sparsi negli immensi spazi russi, rientrarono soltanto nei primi mesi del 1920, dopo un lungo viaggio attraverso l’Oceano Indiano e lo stretto di Suez. Altri ancora, in gruppi o alla spicciolata, avrebbero trovato la via del ritorno nei mesi e negli anni successivi, alcuni addirittura nel corso degli anni trenta, dopo aver cercato, con scarsa fortuna, di ricostruirsi una nuova vita in quella che era ormai diventata l’Unione sovietica di Stalin.

In che modo furono accolti dalla nuova patria italiana?
Nei confronti dei 4000 prigionieri giunti dalla Russia già nell’autunno 1916, singoli rappresentanti delle istituzioni ribadirono una generica e generale diffidenza. Non di rado un analogo atteggiamento fu manifestato dalla popolazione delle città e dei paesi che li ospitarono. Gli ex combattenti in Russia vissero la stessa esperienza dei circa 30.000 civili abitanti le terre occupate dall’esercito ed evacuati nel Regno per ragioni militari e politiche. Questi lamentarono spesso una sorta di avversione da parte delle popolazioni locali, condita di accuse di riluttanza al lavoro e di disonestà. Invidiati per gli aiuti materiali che venivano loro concessi e ritenuti colpevoli della sempre più grave carenza di generi alimentari, erano anche vittime di un vago pregiudizio di tipo politico-nazionale. Frequente nei loro confronti l’accusa di essere «spie» e «parassiti», che talvolta ritroviamo estesa anche agli ex prigionieri. Negli ambienti dell’associazionismo irredentista giuliano arrivarono critiche al trattamento subito dagli ex prigionieri a Torino, che dopo essere stati proclamati dalle autorità «figli redenti della madre patria» sarebbero stati «perseguitati, calunniati, minacciati», accusati di essere traditori, spie, austriaci. Interrogato al riguardo, il prefetto di Torino negò fermamente le accuse, confermando però appieno l’esistenza di difficili rapporti con la popolazione ed esprimendo anche il suo personale giudizio negativo su quegli uomini. Ammetteva infatti che la cittadinanza si mostrava alquanto diffidente nei loro confronti, temendo che tra di essi si nascondesse «qualche cattivo soggetto». Aggiungeva poi che molti erano stati impiegati nelle fabbriche non ausiliarie, senza dare però «prova di soverchio attaccamento al lavoro». Si erano talvolta dimostrati «fiacchi», pretendendo in alcuni casi di non lavorare e di essere mantenuti dallo Stato italiano. Gli operai esonerati dalla leva li temevano perché li avrebbero potuti sostituire nel lavoro di fabbrica, determinando il loro richiamo alle armi. Sul loro conto giravano anche voci che li accusavano di atti di sabotaggio. Quella del prefetto era dunque una curiosa smentita, che sostanzialmente avvalorava parte delle accuse sulla gestione e l’accoglienza degli ex prigionieri.

Nei confronti dei prigionieri arrivati dalla Russia a guerra finita, alla diffidenza di tipo nazionale nei confronti di soldati che avevano combattuto con la divisa nemica se ne aggiunse una di tipo politico, trattandosi di uomini che avevano vissuto nella Russia rivoluzionaria e che per questo erano considerati a rischio di essere stati infettati dal “contagio bolscevico”.