“Torino, città futura” di Andrea Zaghi

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Andrea Zaghi, Lei è autore del libro Torino, città futura, edito dal Mulino. Torino ha svolto nel passato un ruolo chiave su scala nazionale: prima capitale dell’Italia unita, centro nevralgico dell’industria italiana; qual è oggi la situazione del capoluogo piemontese?
Torino, città futura, Andrea ZaghiOggi Torino non solo si trova a dover fare i conti con l’assenza della grande industria di una volta, ma anche con una sorta di smarrimento di idee e progetti. Sembra quasi che la città guardi al passato con nostalgia e al futuro con una sorta di timore. Anche se in realtà le imprese importanti ci sono ancora così come la capacità produttiva. Forse si è ancora troppo ancorati alla metalmeccanica e all’auto in particolare. È indubitabile, poi, che vi sia una frattura tra centro e periferia della città, così come tra quelle che comunemente vengono indicate come classi dirigenti e la gran parte della popolazione. Quest’ultima, poi, negli ultimi anni è cambiata notevolmente. Che vi sia qualcosa che non va, poi, lo si è visto anche nelle ultime elezioni amministrative: oltre metà della popolazione non ha votato. Di tutto questo, emergono molte indicazioni dalle 15 interviste contenute nel libro.

Torino è stata per oltre un secolo la città dell’auto: su quale nuova identità la città sabauda può ricostruire la propria immagine per il futuro?
Ho l’impressione che spesso l’immagine di città dell’auto si sia trasformata in una specie di freno alla ricerca di nuove prospettive. Torino dal punto di vista industriale ha certamente una forte base metalmeccanica, ma non si deve fermare all’auto. Diversificazione, ibridazione e contaminazione credo possano essere i concetti-guida per uno sviluppo che rilanci questa città. So bene che non è facile, ma credo sia l’unica strada davvero promettente. Nel libro ho parlato della necessità che Torino diventi un po’ meno Torino per guardare con più fiducia e positività al futuro.

Torino corre il rischio di diventare periferia di Milano, quartiere dormitorio della metropoli lombarda alla quale già la lega un flusso cospicuo di pendolari dell’Alta Velocità: quali sfide, rispetto al capoluogo lombardo, Torino non ha saputo raccogliere?
La storia del conflitto tra Torino e Milano è uno degli esempi più chiari di quanta strada questa città deve ancora compiere. E non intendo strada per raggiungere Milano, ma per pensarsi diversa da Milano, non concorrenziale ma con una propria identità. Milano non è il paradiso così come Torino non è l’inferno. I torinesi, poi, per troppo tempo (ancora oggi) hanno ceduto alla tentazione di sentirsi vittime dei milanesi. Torino e Milano hanno storie e tratti attuali completamente diversi, per molti aspetti complementari. Certo, Milano ha dimostrato una maggiore capacità di conquistare i traguardi. Forse questo è dovuto anche al fatto che a Milano le diverse anime della città riescono a cooperare di più tra di loro. Nel libro viene detto ad un certo punto che Milano “pensa dal basso”. Ecco, credo che questo sia uno dei segreti del successo di questa città. Che Torino, invece, non ha.

Quali temi emergono dai dialoghi con i giovani attivi nelle associazioni, nelle istituzioni, nelle attività culturali, economiche e del terzo settore?
I temi sono quelli cui ho accennato prima: diversificazione, ibridazione, contaminazione. Aggiungerei anche cooperazione. E voglia di sognare. Torino è da sempre la città della concretezza ma anche della solidarietà sociale. Questa condizione è durata per decenni, poi qualcosa si è rotto. I dialoghi del libro raccontano di una città che non si ritrova più, che non si parla, che dimentica le periferie. Una città spaventata, come ho già accennato. I temi che emergono, però, non solo solamente negativi. Torino oggi è la città dalle molte etnie, dai giovani che cercano riscatto e modelli positivi. Il problema è che questi modelli positivi occorre costruirli e proporli.

Quali proposte per far ripartire Torino?
Non sono io la persona giusta per formulare proposte per fare ripartire Torino. Sottolineo però quello che in parte ho già detto: per fare ripartire Torino occorre un metodo diverso. Un approccio differente. Che magari parta da una maggiore fiducia in loro stessi che i torinesi devono acquisire e in una più forte capacità di sognare concretamente che deve essere sviluppata. Lo so che il sogno e la concretezza possono indicare due condizioni antitetiche. Io credo però che non sia così. Di fatto, tutte le più grandi imprese hanno spesso preso le mosse da un sogno. Non posso pensare che a Torino non vi siano persone capaci di fare altrettanto. Mi viene in mente una affermazione che nel libro è detta chiaramente: Torino deve avere le stelle come obiettivo.

Quale futuro per Torino?
Il futuro di Torino – se questa città vorrà avere un futuro -, si delineerà sulla base della capacità di accogliere gli spunti positivi di ibridazione e contaminazione che già ci sono e che arriveranno. Non saprei dire se nel futuro di Torino vi sarà ancora l’automotive: probabilmente sì, ma non certo come è stato inteso fino ad oggi. Credo però che il futuro di Torino sarà il risultato di un percorso che i torinesi vecchi e nuovi dovranno compiere tutti insieme, magari accettando di perdere un po’ della austerità sabauda e militare. Il messaggio che il mio libro vuole dare è in fin dei conti proprio questo: Torino ha un futuro a patto che sia un po’ meno Torino. E si tratta di un messaggio positivo.

Andrea Zaghi, giornalista, si occupa di comunicazione d’impresa. Lavora per “Avvenire” e per l’agenzia Sir. Ha pubblicato numerosi libri e contributi a opere collettanee.

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