“Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate Rosse” di Matteo Antonio Albanese

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Dott. Matteo Antonio Albanese, Lei è autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate Rosse edito da Pacini: a distanza di più di 50 anni da quell’evento, cosa sappiamo della nascita delle Brigate Rosse?
Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate Rosse, Matteo Antonio AlbaneseSappiamo molte cose in termini di dati, di documenti e di testimonianze che abbiamo acquisito; quello che manca, semmai, è un’analisi del fenomeno un poco più distaccata. La letteratura esistente, quella scientifica ovviamente, è importantissima ma per chiare ragioni anagrafiche chi fino ad oggi ha scritto di quegli eventi si è trovato, a diverso titolo, a viverli. Non che sia vietato o che forzosamente questo debba inficiare la ricerca e lo studio di quegli anni e di quei fenomeni ma, senza dubbio, una maggiore distanza storica ed emotiva aiuta. Io credo, però, che alcuni degli studi che sono stati svolti fino ad oggi abbiano, a volte, sofferto un poco questa mancanza di distanziamento, questa vicinanza emotiva e culturale agli eventi che si sono susseguiti. È, però, in campo da qualche anno una generazione di storici che hanno cominciato a guardare a quegli anni in maniera più “fredda”. Del resto, come ha scritto Isabelle Sommier, fare la storia degli anni ’70 oggi è quasi come parlare di un secolo fa tanto è cambiato il contesto. L’accelerazione dei cambiamenti sociali è stata tale che, se da un lato ha inciso in maniera vertiginosa sulle nostre realtà, dall’altro ci permette di guardare alle storie dei nostri padri come qualcosa di estremamente differente ed anche ideologicamente scollegato da noi. A distanza di 50 anni dalla nascita di quel gruppo armato possiamo dire che, nuovamente, accelerazione e crisi, in senso di cambiamento, siano le due parole chiave per comprendere le Br e quegli anni. Il libro parte da un assunto piuttosto semplice: le Br nascono dentro i fenomeni che investono il movimento operaio, ed in parte studentesco, che in quegli anni attraversa il paese. Dentro quel movimento, e ben prima dell’esplosione dello stesso, vi è stata in Italia, come in altri paesi, la nascita e lo sviluppo di un’area ampia, che non inizia e certamente non finisce con il fenomeno brigatista, che si interrogava sul potere, sulla rivoluzione in senso socialista di un paese a capitalismo maturo. Ecco, se non partiamo da qui diviene quasi impossibile comprendere cosa sia successo mentre la via d’uscita del complotto e delle trame, che pure hanno colpito il paese seppur dalla parte opposta della sfera politica, divengono senso comune ed una grande manovra di deresponsabilizzazione delle colpe collettive di quei fenomeni presi nel loro complesso.

In quale contesto storico e sociale nasce e si sviluppa la lotta armata?
Come dicevo la lotta armata non è una scelta che fanno un gruppo di giovani, in maggioranza lavoratori di fabbrica, presi da un qualche isolato ragionamento; non sono una setta, anche se qualcuno è riuscito a descriverli persino così. Le lotte di quegli anni sono momenti di contrapposizione molto duri che non investono esclusivamente la trama delle relazioni industriali ma che si spostano, immediatamente, sul terreno della democrazia e di cosa intendiamo con questa categoria così complessa: le lotte per le case popolari, per la sanità, per il diritto allo studio le prime lotte delle donne, gli stravolgimenti a livello mondiale con la decolonizzazione e le lotte di liberazione di molti popoli, sono tutti pezzi di un puzzle che, allora, risultava a figura intera. Sono anni in cui una risposta, certo non univoca e men che meno scontata, sembrava, però, esserci: il comunismo. Il vero dato è legato a due processi di lungo e di medio periodo che vanno sottolineati un poco per poterli comprendere: in primo luogo la Rivoluzione era all’ordine del giorno a livello globale. Oggi questo può sembrarci lontano ma per circa quindici anni dalla rivoluzione cubana al Vietnam in mezzo mondo ci sono stati popoli che sull’onda della decolonizzazione venivano attratti nell’area culturale del socialismo. Ecco, diciamo che non si discuteva di utopia ma di processi reali che erano in corso. In seconda battuta c’è da ricordare, e questo se vogliamo è il dato di più lungo periodo, che in Italia c’era tutta una Costituzione da attuare; al di là degli afflati più o meno rivoluzionari, molte parti, pe più progressive, di quella carta costituzionale giacevano, e a volte ancora giacciono, inattuate. Persino forze politiche, o pezzi di forze politiche, per nulla rivoluzionarie vedevano questo limite. Portare la democrazia nei luoghi di lavoro o garantire davvero le aspirazioni di tutte e di ognuno era, in sé, un pezzo di allargamento importante della nostra democrazia. Tutto il decennio ’60, poi, è costellato da una vigorosa ripresa dell’attività dei gruppi neofascisti; da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale assistiamo alla crescita di questo fronte che ha, fin da subito, finalità terroristiche. Ben prima della strage di Piazza Fontana si moltiplicarono gli attacchi dinamitardi a sedi di partiti della sinistra, sindacati e associazioni partigiane. Questo è un dato cruciale e che non va dimenticato. Chiamiamo, utilizzando un’espressione giornalistica, “strategia della tensione” quella serie di stragi tremende che colpirono il paese dal dicembre 1969 fino alla strage di Bologna del 2 agosto 1980: tutte di marca neofascista. La questione, però, è che l’Italia visse quasi due decenni di intensa attività terroristica di marca neofascista, attività nella quale il ruolo del MSI fu molto importante, e che coinvolse l’intero territorio nazionale. Ricordiamo anche che quelle stragi videro la copertura, quando non la partecipazione attiva, di pezzi di apparati dello Stato; questo, sicuramente, indebolì la fiducia nelle istituzioni e favorì all’interno di un pezzo della sinistra la ripresa del mito sulla Resistenza “tradita”. Questo è il contesto dentro il quale il dibattito sulla violenza, prima di piazza e poi rivoluzionaria, si innesta. Come ho scritto nel libro la socializzazione alla violenza avvenuta nel corso dei mesi resistenziali viene passata alla generazione successiva la quale, però, si trova di fronte alla brutalità della polizia, ricordiamo il caso del dittatore Franco che manda proprio in Italia i vertici della sua polizia perché imparino come si fa a sedare le piazze, ed alla strategia terrorista del neofascismo.

In che modo, con l’acuirsi dello scontro sociale, l’antifascismo militante abbraccia la propaganda armata?
Intanto bisogna ricordare che la versione “militante” dell’antifascismo non è qualcosa che nasce dentro i gruppi ma con i fatti di Genova ’60. L’idea di un pezzo di DC di proporre un’alleanza con il MSI che sbarrasse la strada alla nascita dei governi di centro-sinistra è ritenuta talmente inaccettabile che saranno i partiti della sinistra istituzionale, Psi compreso, a mobilitare le masse genovesi nei giorni di luglio. Oltre a questo, bisogna pensare ad altri due fattori. La nascita dei governi di centro-sinistra e, soprattutto, le prime riforme saranno la causa del primo tentativo di “golpe” nel paese. Non era un “golpe” quello del Piano Solo ma una fibrillazione istituzionale fortissima alla quale, però, sottendeva un “piano di contingenza che, se messo in pratica, prevedeva la deportazione di quasi un migliaio di dirigenti della sinistra in un campo di concentramento in Sardegna. Ecco, questo ci dà la misura di quanto “limitata” potesse essere la democrazia in tempi di guerra fredda e di come una parte della destra italiana, anche cattolica, fosse pronta a sacrificare sull’altare non solo dell’anticomunismo ma di un progressivo spostamento a sinistra del paese. Nei mesi cruciali del rinnovo dei contratti che caratterizzano l’autunno caldo, quindi, si intrecciano tre grandi linee di frattura: la questione democratica, che esploderà in tutta la sua violenza con la bomba di piazza Fontana, la questione sociale legata alle condizioni di vita e di lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, soprattutto immigrati e la questione ideologica di una generazione globalizzata che entrava sulla scena politica con tutto il portato dell’ideale rivoluzionario che, in quegli anni, si era preso il centro della scena dall’Algeria a Cuba fino in Vietnam. Questi sono gli elementi in campo, gli ingredienti del cocktail che mescolandosi a dovere spingono decine di migliaia di persone verso una visione sempre più radicale tra le soluzioni possibili al problema delle storture del capitalismo. La carica anti-sistema di quel movimento cresce non soltanto a causa della repressione poliziesca che subisce ma anche perché l’immobilismo del sistema non assorbe in alcun modo nemmeno le spinte più genuinamente riformiste. Sarà sulla scorta dei tre assi sopracitati che ci sarà una riscoperta del ruolo del fascismo come “guardiano del sistema” e, di conseguenza, la rielaborazione della Resistenza tradita. In ultima analisi, poi, la riappropriazione da parte della sinistra rivoluzionaria della mitologia resistenziale lanciava in maniera diretta la sfida al Pci sul terreno della legittimità alla rappresentanza politica del pezzo maggioritario del pensiero comunista nel paese.

Quale ruolo svolge, per la sconfitta del gruppo terroristico, l’esplosione di quei processi che proprio le Br per prime chiameranno ‘globalizzazione’?
Come ho cercato si spiegare nel libro il processo di globalizzazione, a mio parere, è l’alpha e l’omega di quella stagione di lotte sociali e, quindi, non solo dei gruppi rivoluzionari ed armati. Come ha dimostrato Harold James il capitale finanziario e la sua capacità speculativa erano tornati ai livelli pre-guerra mondiale, la ricostruzione era finita e il tasso di profitto cominciava a declinare. La ricerca di luoghi più adatti e profittevoli a far risalire i profitti è sempre stata una delle spinte primigenie del capitale, nulla di nuovo; fuori dai massicci investimenti statali che avevano accompagnato tutta la prima metà del ‘900, prima per finanziare le guerre e poi per ricostruire secondo il più classico schema schumpeteriano, gli spettri della crisi si riaffacciavano prepotentemente all’orizzonte. L’aumento dei salari, accompagnato va detto da quello della produttività e dall’ampliarsi del mercato interno, era visto come una minaccia costante al tasso di profitto e la compressione del monte salariale era vista come una necessità ineludibile. Le prime avvisaglie di questo cambiamento epocale erano del resto rintracciabili già in altri paesi, come la Francia, sin dalla fine degli anni ’50 come ha scritto Serge Mallet ma sarà sul finire del decennio ’60 e, poi, con l’avvento della crisi energetica e politica del 1973 che questo processo subirà un’accelerazione importante. Per fare alcuni esempi basta leggere un poco i volantini delle organizzazioni sindacali di quegli anni che descrivono la delocalizzazione delle produzioni in maniera piuttosto diretta. Dalla Pirelli nel 1969 fino ad aziende anche più piccole sin dal 1972. Ora è chiaro che questo è un processo lento che investe almeno 4 decenni e che, secondo alcuni autori, non è ancora finito e che sottende alle cicliche crisi di sovrapproduzione ed alle conseguenti bolle finanziarie che esplodono sempre più ravvicinate ma che quel movimento affronta per la prima volta. Il fatto che un’organizzazione armata come brigate rosse, siano in grado di leggere immediatamente quei processi ci dice due cose: in primo luogo ci parla dell’alta capacità non solo culturale del gruppo ma della sua presenza dentro il movimento operaio del tempo, dell’internità di Br a quel dibattito. Non credo, infatti, si debba pensare al gruppo brigatista come punta avanzatissima di un’analisi politica raffinata ma semmai come punto di caduta, politico ed armato, di una riflessione ampia del movimento operaio. In seconda battuta va ricordato che quel processo aveva come obiettivo primario l’abbattimento del monte salari ma che, grazie agli avanzamenti tecnologici, la dispersione delle produzioni su scala globale ebbe l’effetto, affatto secondario, di disarticolare le strutture organizzate della classe operaia. Il movimento della sinistra storica, infatti, comincerà un rapidissimo movimento implosivo che lo porterà ad abbracciare quasi integralmente le tesi del neoliberismo negli anni ’90; come questi due movimenti abbiano dato l’impressione alle Br, e non solo a loro, che la fine del capitalismo fosse vicina ed era, dunque, arrivato il momento della spallata volontarista e che la Rivoluzione fosse la sola risposta possibile e necessaria, è lo spazio che spero il mio libro ha aperto al dibattito scientifico.

Matteo Antonio Albanese è professore a contratto di Storia dei partiti e dei movimenti politici all’Università di Padova

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