Togliatti, il realismo della politica. Una biografia, Gianluca FioccoDott. Gianluca Fiocco, Lei è autore del libro Togliatti, il realismo della politica. Una biografia edito da Carocci: cosa ha rappresentato per il PCI e per il movimento comunista internazionale la figura di Palmiro Togliatti?
Possiamo dire che ha incarnato la storia stessa del movimento. Come dirigente del Comintern diviene una figura simbolo a livello internazionale. Il suo nome è associato alla stagione carica di speranze dei Fronti popolari e al tentativo, drammaticamente fallito, di fermare la marcia verso una nuova grande guerra. Dopo il 1945, rimane un esponente di primo piano del movimento comunista, il suo leader più importante nel campo occidentale. Il particolare esperimento del Pci di radicamento nella democrazia attira interesse verso le posizioni togliattiane anche da parte di non comunisti. Negli ultimi anni, davanti a grandi fatti come la rottura tra URSS e Cina e alle trasformazioni indotte dal cosiddetto “neocapitalismo”, Togliatti diviene una sorta di coscienza critica del comunismo mondiale, che indica le sfide da intraprendere se il movimento vuole reggere la sfida col campo occidentale. Una sfida che sarà perduta. Il mondo di Togliatti non esiste più, ma il ricordo della sua figura resta diffuso anche fuori dai confini italiani. Quando nel 2014 si tenne a Montecitorio, per i cinquant’anni della sua scomparsa, la mostra “Palmiro Togliatti: un padre della Costituzione”, mi colpì l’alto numero di visitatori stranieri – magari per caso a Roma in quel periodo, ma che venuti a conoscenza dell’iniziativa vi parteciparono con un interesse e con una passione che percepivo nei loro volti.

Se poi guardiamo all’Italia, basterebbe dire che Togliatti è stato alla guida del PCI per quarant’anni, dalla rifondazione del partito condotta nel 1924-26 al fianco di Gramsci all’epilogo di Jalta del 1964. Per metà di questo lungo arco cronologico operò nell’esilio. Col fascismo trionfante, per molti anni la prospettiva di un ritorno in patria dovette apparire lontana. Essa si realizzò solo nel 1944, quando le terribili circostanze della guerra e dell’occupazione straniera contribuirono a far maturare in lui il progetto del “partito nuovo”: una formazione politica di massa in grado di incidere sulla transizione italiana dalla dittatura all’auspicata affermazione della democrazia, che avrebbe dovuto essere anch’essa di tipo nuovo, vale a dire caratterizzata da un ruolo dirigente delle forze popolari e da irreversibili conquiste sociali. Quella voluta da Togliatti è una rivoluzione copernicana, dal partito leninista dei “rivoluzionari di professione” a un grande partito interclassista inserito in tutte le pieghe della società. In questa scommessa Togliatti è ispirato dai suoi studi sulle nuove forme della politica in una società di massa, e dalla particolare conformazione assunta dal Partito nazionale fascista. A muoverlo è anche un fattore tipico della tradizione italiana: la presenza capillare del mondo cattolico, con tutte le sue complesse articolazioni. Ricordiamo lo slogan lanciato da Togliatti di “aprire una sezione del Pci per ogni campanile”. Questa impronta di molecolare presenza in ogni fenomeno, voluta e poi coltivata con cura da Togliatti, ha dato alla vicenda dei comunisti italiani dei tratti molto particolari, che hanno lasciato un segno nella nostra storia, su cui vale ancora la pena interrogarsi.

Quale bilancio storiografico si può trarre del suo complesso e travagliato cammino politico?
Oggi, assorbiti i veleni e le scorie della lunga “guerra civile europea” e della guerra fredda, siamo in condizione di avvicinarci più lucidamente al personaggio. Certamente spicca la sua capacità di assorbire colpi durissimi e ripartire, di trarre dei risultati politici anche in condizioni critiche. Si gettò in politica credendo nella rivoluzione e dovette assistere invece alla vittoria del fascismo. Arrivò al Comintern pensando che fosse “il partito mondiale della rivoluzione” e visse invece il suo inesorabile piegarsi ai calcoli di Stalin. In Spagna si trovò dalla parte degli sconfitti e rischiò la vita per mano prima dei franchisti e poi nelle spire del Grande Terrore. Tornato in patria, il suo disegno della democrazia progressiva fu bloccato dal precipitare della guerra fredda. Dopo il ’56 e i suoi traumi, si ritrova abbastanza isolato nel movimento comunista e spesso criticato nel suo partito. Affronta tutto questo con un realismo spinto all’estremo, tanto da sembrare a volte cinismo. Ma in realtà la sua generazione riesce a passare attraverso prove così dure perché animata dalla fede nella costruzione di un mondo nuovo. Ecco, non capiamo Togliatti e quella generazione di comunisti se non partiamo dalla loro convinzione che fosse in atto la fase di trapasso dal capitalismo al socialismo. È questa la scommessa alla base dell’Ottobre sovietico, alla quale Togliatti aderisce con tutte le sue forze.

La sua figura appare lineare in certi suoi tratti di fondo, ma al tempo stesso molto complessa e sfaccettata, perché risente delle stagioni molto diverse attraverso cui è passata. La storiografia più recente ha gettato nuova luce su alcune fasi e questioni cruciali della sua biografia, ma senza alterarne il profilo generale. Sono emersi ad esempio nuovi particolari sulle sue compromissioni e strategie di sopravvivenza dinanzi ai meccanismi repressivi dello stalinismo; sulla sua complessa battaglia per gestire la drammatica vicenda della prigionia e poi della morte di Gramsci in un modo che non risultasse devastante per i comunisti italiani (siamo negli anni in cui interi partiti comunisti vengono praticamente azzerati); successivamente, per preservarne e tramandarne i preziosi scritti carcerari. Oggi siamo anche in grado di apprezzare meglio il cantiere teorico e politico che apre negli ultimi anni di vita, quando, dinanzi alle profonde trasformazioni in corso (ci troviamo in pieno “miracolo economico”), indica le sfide ineludibili che il movimento comunista dovrà sostenere per stare al passo coi tempi. Dopo il terremoto del 1956, con la denuncia dei crimini di Stalin, la propaganda avversaria dipinge spesso Togliatti come un uomo ormai superato, d’impaccio ai suoi stessi compagni nell’opera di rinnovamento del partito. Ma in realtà egli non cessa, praticamente fino all’ultimo respiro, di interrogarsi e di analizzare gli scenari in movimento, applicando il suo armamentario marxista e storicista. È una lezione culturale e politica, ma anche umana, che non può non colpire chi si accosta alla sua biografia.

Come nasce e si sviluppa l’impegno politico di Palmiro Togliatti?
È importante il fatto che egli stia a Torino, all’epoca la citta industriale più avanzata d’Italia, dove la lotta di classe emerge come un problema cruciale della società. Togliatti stesso ricorda in modo vivido il suo incontro col proletariato torinese, che a lui – piccolo borghese proveniente dalla placida realtà sarda – apre davvero un mondo nuovo. In questa fase Togliatti frequenta l’università e non si impegna direttamente in politica, tuttavia matura un retroterra che peserà sulle sue scelte. Fondamentale, al di là di ogni mitologizzazione di partito, l’incontro con Antonio Gramsci, col quale avvia subito un confronto che dalla cultura sconfina nelle sue implicazioni politiche. Quando scoppia la Grande Guerra Togliatti è schierato sulle posizioni dell’interventismo democratico; sostiene la causa del liberismo economico contro i protezionismi e le guerre commerciali che hanno avvelenato il quadro europeo. Auspica l’avvento al potere in Italia di una borghesia più illuminata, con la quale il movimento operaio possa aprire un dialogo fruttuoso. Sono poi gli sconvolgimenti del conflitto, l’irrompere definitivo e tumultuoso della società di massa e i grandi fatti di Russia a portarlo su posizioni rivoluzionarie. Ai suoi occhi un nuovo mondo si sta aprendo e non bastano più le vecchie categorie per comprenderlo; soprattutto, non si tratta più solo di capirlo, ma anche di trasformarlo. Perciò, quando Gramsci lo chiama all’avventura dell’“Ordine Nuovo”, Togliatti risponde con una adesione piena e totalizzante, gettandosi a capofitto nell’opera di sostegno al movimento dei Consigli di fabbrica: ai suoi occhi, questo singolare organismo espresso dalla classe operaia può diventare la versione italiana dei soviet, aprendo le porte a una rivoluzione italiana. E l’obiettivo dell’avvento del socialismo, della edificazione di una società nuova, lo assorbirà per il resto della sua vita. Mi sembra interessante osservare che la crisi italiana ed europea del dopoguerra, il cosiddetto “biennio rosso”, se portò buona parte dei giovani piccolo borghesi sulle rive del nazionalismo più estremo e ad appoggiare quindi il fascismo, nel caso di Togliatti e di altri sortì l’effetto opposto. A conferma che, in una certa misura, gli uomini sono arbitri del loro destino.

Quali vicende hanno maggiormente segnato il periodo successivo al suo ritorno in Italia nel 1944?
Innanzi tutto, dobbiamo dire che il ritorno in patria rappresenta per lui un’esperienza indelebile. «Ho provato profonda commozione e gioia nel ritrovarmi di nuovo nel mio paese e in mezzo al nostro popolo», scrive ai familiari nell’aprile del 1944. È nel contatto con le grandi masse che l’enigmatico Ercoli (suo nome di battaglia) esce dalla clandestinità e diviene Palmiro Togliatti, un leader pubblico scrutato da mille occhi e sul quale si appuntano mille attenzioni. Inizia una nuova vita e una nuova politica, mirante a porre l’Italia sulla via della rinascita democratica e a fare del Pci un elemento fondamentale di tale processo. Non a caso, “Rinascita” è il titolo della rivista che fonda poco dopo il suo arrivo. Registra divertito il fatto che i gendarmi non hanno più l’ordine di arrestarlo, e anzi devono fargli il saluto col fucile, in quanto ministro.

Togliatti non dovrà più sfuggire a persecuzioni e guerre, ma il suo percorso resterà travagliato e non privo di sconfitte e momenti drammatici. La battaglia per la Repubblica e l’impegno profuso nella stesura della Costituzione rappresentano due architravi della sua strategia. Il sopraggiungere della guerra fredda confina i comunisti all’opposizione, riducendo drasticamente i margini d’azione di Togliatti, ma egli continua a scommettere sulla possibilità di uno sviluppo pacifico della democrazia repubblicana. Lo scontro elettorale manicheo del 1948 lo allontana definitivamente da De Gasperi, col quale continua però un complesso gioco delle parti per reggere il sistema e impedire esiti autoritari. Il 14 luglio di quell’anno un giovane imbevuto di propaganda nazionalista gli spara all’uscita da Montecitorio, ferendolo gravemente. Togliatti si riprende e torna alla guida dell’opposizione, ma deve accettare severe limitazioni alla sua libertà e il controllo asfissiante dell’apparato di sicurezza del Pci, guidato da Pietro Secchia. Questi non gradisce il moderatismo e il gradualismo di Togliatti, non crede nelle regole del gioco democratico e parlamentare: cerca quindi di imprimere una direzione più radicale al partito, ma non ottiene al riguardo l’indispensabile appoggio di Stalin, al quale va benissimo la cautela di Togliatti, come garanzia del rispetto degli equilibri della guerra fredda. Una significativa divergenza fra Stalin e Togliatti si registra però a Mosca nel 1950, quando il primo vorrebbe porre il dirigente italiano alla guida del Cominform, nella prospettiva di una imminente guerra tra Est e Ovest. Ma Togliatti gli resiste e alla fine la spunta, caso pressoché unico nel comunismo monolitico di quegli anni. Torna in Italia e avvia un’opera di rinnovamento del Pci che precorre il “terremoto” del 1956, quando a sorpresa il nuovo leader sovietico Nikita Chruščëv butta giù dal piedistallo Stalin, accusandolo di gravi crimini contro il suo stesso popolo. Questo crea enormi difficoltà ai partiti comunisti occidentali e scombina i piani di Togliatti, il quale si era posto sulla strada di un superamento silenzioso e non traumatico delle asprezze dello stalinismo. Tuttavia, Togliatti – per questioni di disciplina, di realismo e di convinzione personale – appoggia il nuovo corso del Cremlino e anzi rivendica la valenza anticipatrice di molte posizioni assunte dal Pci. Su ciò inizia una lunga serie di schermaglie con Chruščëv, il quale non accetta che i comunisti italiani pensino di impartire lezioni alla patria e al faro guida del socialismo. La prospettiva di Togliatti di un mondo, e quindi di un movimento comunista “policentrico” suona come un’eresia ai sovietici.

In tale contesto cade il dramma della repressione in Ungheria, vissuta da molti in Occidente come una pietra tombale sulle aspettative di libertà legate al socialismo. Togliatti considera l’intervento sovietico come una necessità per la tenuta e il prestigio del campo socialista, ma ai suoi occhi questo tragico epilogo non deve frenare il moto di rinnovamento, che anzi va accelerato per stare al passo dei tempi che mutano. Lancia quindi la “via italiana al socialismo”, che, via via arricchita di nuovi elementi programmatici, diventa nel giro di alcuni anni la base di una peculiare piattaforma del Pci. Per Togliatti il comunismo occidentale deve riprendere una sua forte capacità propositiva, ma non per staccarsi da Mosca, bensì per indicare soluzioni all’intero movimento comunista.

Negli ultimi anni l’attenzione di Togliatti si concentra sui nuovi sviluppi del mondo contemporaneo, intorno ai quali apre un grande cantiere teorico. In particolare osserva le trasformazioni del “miracolo economico” e l’irrompere sulla scena di una nuova generazione con visioni ed esigenze inedite: quei “giovani con le magliette a strisce” che lo colpiscono molto nell’estate del 1960, quando scendono massicciamente in piazza contro il governo Tambroni e le sue pulsioni reazionarie. Nella lotta scoppiata tra conservazione e apertura, Togliatti si industria fino all’ultimo affinché il Pci contribuisca dall’opposizione al cambiamento.

L’altro fenomeno epocale col quale fa i conti in questi anni è il mutamento irreversibile della guerra a causa della comparsa di ordigni termonucleari in grado di cancellare il genere umano dalla Terra. Le stesse leggi della lotta di classe vanno ripensate alla luce di una simile svolta e al riguardo Togliatti ingaggia una contesa teorica serrata con i comunisti cinesi, che lo accusano di revisionismo. Egli risponde rivendicando la spina dorsale storicista del marxismo, che non deve essere una dottrina sclerotizzata, bensì uno strumento per interpretare le trasformazioni e adeguare di conseguenza l’azione politica. Togliatti approda all’idea della fondamentale unità del genere umano in un mondo sempre più interdipendente, e su questo principio cerca il dialogo col cattolicesimo del Concilio Vaticano II. Quando si muove una istituzione plurimillenaria come la Chiesa, allora vuol dire che le cose stanno davvero cambiando.

Quali sono i lasciti principali di Palmiro Togliatti nella storia e nella cultura politica del nostro Paese?
Certamente il contributo fornito alla nascita della Repubblica, alla stesura e poi all’applicazione della carta costituzionale, vista come bussola per lo sviluppo di una democrazia sostanziale. Per il consolidamento democratico, di fondamentale importanza appare il suo progetto del “partito nuovo”, attraverso il quale le masse popolari possono finalmente identificarsi nelle istituzioni, nello Stato. Qui c’è un lascito generale dei partiti di massa, nella trasformazione degli italiani da sudditi a cittadini. Nel caso specifico del Pci, con Togliatti si modera il tradizionale sovversivismo antistatuale del movimento operaio e si cerca di fornire alle istanze popolari uno sbocco costruttivo. Si educano i militanti alla disciplina e a far valere le proprie ragioni attraverso le regole democratiche. In tal modo, è stato dato un contributo assai importante al completamento per via democratica della nazionalizzazione delle masse – un processo cruciale in cui finiscono di “farsi” gli italiani nel quarto di secolo successivo alla seconda guerra mondiale.

In tale contesto, emerge una lezione di realismo impartita da Togliatti: nelle diverse condizioni, rispetto a una attenta considerazione dei rapporti di forza, si deve ricercare il massimo avanzamento possibile delle masse popolari e dei partiti che le rappresentano. Ma – è bene precisarlo – la sua adesione alla democrazia non è solo dettata dalla necessità di rispettare le regole del gioco nel campo occidentale, pena l’isolamento o addirittura la messa fuori legge del Pci (ipotesi non peregrina almeno fino alla metà degli anni cinquanta). In Togliatti c’è di più: l’idea che nelle condizioni storiche dell’Italia la lotta per la democrazia sia un compito rivoluzionario di lunga durata (sua la massima che per fare le riforme in Italia bisognava essere dei rivoluzionari), e che le conquiste ottenute in modo graduale possono mettere radici più profonde nella coscienza di un paese (a tal proposito, sappiamo che era un estimatore del lungo cammino compiuto dal movimento operaio britannico).

Un’altra eredità che non si può sottovalutare è quella relativa alla diffusione del pensiero gramsciano: senza l’opera tenace di Togliatti, gli scritti carcerari di Gramsci sarebbero rimasti probabilmente in qualche archivio sovietico, e forse li avremmo conosciuti solo al tempo della perestrojka di Gorbačëv. Pezzi fondamentali della nostra storia politica e culturale sarebbero stati alterati, e allo stesso Togliatti sarebbe mancata una base cruciale per l’edificazione del partito nuovo. Il ruolo degli intellettuali nel Pci è del tutto peculiare, anche al di fuori della famiglia dei partiti comunisti, e ciò avviene attraverso la lezione gramsciana mediata da Togliatti, che vi aggiunge sue riflessioni originali sulla storia d’Italia. Togliatti realizza una sintesi di cultura e politica oggi irripetibile e forse improponibile, visto il venire meno di grandi architetture con cui pensare il mondo. Tuttavia, l’idea che la politica non possa ridursi al contingente, al governo più o meno saggio dell’esistente, e debba anzi avere grandi ambizioni intellettuali, se intende davvero progettare un futuro migliore, mi sembra di perdurante attualità.

A quali fonti ha attinto per il Suo articolato lavoro?
Dopo la fine del comunismo, grazie anche all’apertura (parziale) degli archivi sovietici, la storiografia ha potuto inaugurare una nuova e fruttuosa stagione. Sono state meglio illuminate pagine cruciali della vicenda sovietica e della rete globale costituita dai partiti comunisti. Di questa stagione sono stati attivi protagonisti gli studiosi italiani. A partire dalla biografia togliattiana di Aldo Agosti, che rappresenta un punto di riferimento fondamentale per chi si occupa di Togliatti e del comunismo italiano, si sono poi susseguiti una serie di lavori significativi, dal volume di Giovanni Gozzini e Renzo Martinelli sulla storia del Pci fra il 1948 e il 1956 a quello di Carlo Spagnolo su Togliatti e le vicende del comunismo internazionale fra 1956 e 1964, dalle ricerche di Elena Dundovich e Francesca Gori sulla repressione contro la comunità italiana in Urss negli anni trenta a quelle di Anna Di Biagio sul Comintern, dai contributi di Leonardo Pompeo D’Alessandro sul periodo dei Fronti popolari alla complessa ricostruzione operata da Giuseppe Vacca della vita del prigioniero Gramsci e dei suoi rapporti con il partito. Abbiamo appreso dei gravi pericoli che corse Togliatti a Mosca per gli sviluppi dell’affaire Gramsci grazie ai ritrovamenti archivistici di Silvio Pons, al quale pure dobbiamo una imprescindibile storia del comunismo internazionale. Mi fermo qui per non eccedere nei riferimenti. Aggiungo solo che nuove prospettive e tematizzazioni sono state fornite dal convegno del 2004, per i quarant’anni della morte di Togliatti, organizzato dalla Fondazione Gramsci e dall’Università Roma Tre, e successivamente dai saggi introduttivi della imponente antologia togliattiana apparsa nel 2014 per i tipi della Bompiani. Ho potuto dunque appoggiarmi a questa vasta mole di ricerche e riflessioni, e alle categorie interpretative da esse utilizzate. Non ho mancato inoltre di attingere a una ampia produzione memorialistica – testimonianze di persone che hanno conosciuto e lavorato al fianco di Togliatti in diverse fasi e circostanze della sua vita, dalla militanza giovanile agli ultimi anni. A tutto ciò ho unito, per quanto concerne il periodo successivo al ritorno in Italia, materiali documentari da me consultati presso gli archivi della Fondazione Gramsci di Roma. Mi riferisco in particolare all’epistolario di Togliatti e alle sue carte personali, che in tempi recenti sono state riorganizzate e interamente digitalizzate. Si tratta di una documentazione molto ricca, che riflette la vastità dei compiti e degli interessi di Togliatti, e che offre spunti non solo per indagare sulla sua vita, ma anche sulle vicende italiane e internazionali dell’epoca.