Professoressa Vittoria, Lei è autrice del libro Togliatti e gli intellettuali. La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964) pubblicato per i tipi di Carocci: che ruolo ebbe il segretario nella politica culturale del PCI?
Togliatti e gli intellettuali. La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964) Albertina VittoriaNella politica culturale del Pci il ruolo di Togliatti fu determinante, essendo egli convinto della centralità di questo aspetto all’interno della politica complessiva del partito e della necessità di uno stretto rapporto con gli intellettuali. La politica culturale fu per Togliatti, a mio avviso, quell’attività attraverso la quale egli riaffermò le caratteristiche nazionali del Partito comunista.
Soprattutto negli anni più rigidi della guerra fredda (fino alla morte di Stalin), nell’ambito della politica culturale Togliatti – che comunque non poneva nemmeno lontanamente in dubbio il riferimento sovietico a livello internazionale – riuscì a contrastare i dirigenti più ortodossi e più dogmatici del proprio partito, imponendo scelte maggiormente attinenti alla storia e alla cultura italiana, meno appiattite sull’Unione Sovietica. Aver fatto pubblicare gli scritti e le lettere di Antonio Gramsci rientrava in questa visione.
Ne è esempio significativo la storia della commissione culturale, nata nel 1948, dove egli riuscì a contrastare posizioni ideologiche come erano quelle di Emilio Sereni, che ne fu primo responsabile, e a farlo sostituire nel 1951 con Carlo Salinari, che si impegnò perché i temi del lavoro della commissione divenissero la letteratura, il cinema, l’arte, la storia, la filosofia del paese, spostando così la centralità dell’intervento sul terreno nazionale. Al contrario, Sereni riteneva che al centro del programma della commissione culturale dovessero esserci i problemi internazionali e in particolare l’attività dei Partigiani della pace, con le battaglie contro la Nato e il Patto atlantico e il pericolo di una nuova guerra mondiale.

La posizione di Togliatti nei confronti degli intellettuali comunisti o vicini al Pci non è sempre stata di apertura: si pensi ai suoi polemici articoli di «Rinascita» firmati con lo pseudonimo Roderigo di Castiglia. In proposito è sempre stato citato il caso di Elio Vittorini e della rivista «Il Politecnico», la cui chiusura è stata imputata ai dirigenti comunisti. A parte che la fine della rivista si collocava anche all’interno della politica editoriale e dei cambiamenti introdotti dal suo editore, Giulio Einaudi, in questo caso le critiche rivolte da Togliatti alla rivista riguardavano la diversa interpretazione dei rapporti tra politica e cultura, tra le quali secondo il segretario comunista, a differenza dello scrittore siciliano, passavano «legami strettissimi».
Ci furono poi casi, invece, in cui Togliatti intervenne espressamente per difendere l’autonomia di ricerca degli studiosi, come accadde in alcune vicende dell’Istituto Gramsci. Si tratta di questioni che vanno collocate all’interno di un discorso politico più articolato e nel contesto di situazioni politiche assai complesse. Un aspetto fondamentale della politica culturale di Togliatti, a mio avviso, è stato inoltre quello di aver fornito gli uomini di cultura di strutture per il loro «lavoro culturale», come si chiamava allora: riviste («Società», «Il Contemporaneo», «Studi Storici», per citarne solo alcune), case editrici (Editori Riuniti, nati nel 1953) e istituzioni, come l’Istituto Gramsci, che hanno svolto un ruolo importate nella storia della cultura italiana (non solo del Pci) del secondo dopoguerra.

Che ruolo ebbe il pensiero di Antonio Gramsci?
Come già ho accennato, il pensiero di Antonio Gramsci è stato centrale nella politica culturale del Pci e nell’azione svolta da Togliatti per rafforzare la linea politica della «via italiana al socialismo» e rimarcare l’autonomia del partito italiano rispetto a quello sovietico. In questi obiettivi rientrava la pubblicazione dell’opera di Gramsci, avviata da Togliatti già nell’immediato dopoguerra, con le Lettere dal carcere (1947) e i Quaderni del carcere usciti in sei volumi tra il 1948 e il 1951, proseguita poi con la pubblicazione degli altri scritti. Anche se le lettere non furono pubblicate integralmente e i quaderni non furono riprodotti secondo l’ordine cronologico in cui Gramsci li aveva scritti, ma furono da Togliatti organizzati e divisi per temi, tuttavia fu un’operazione di politica culturale di grandissima importanza, per il ruolo che il pensiero di Gramsci ebbe tra gli intellettuali italiani e a livello internazionale e tra quanti facevano capo al Pci. Negli anni del Cominform quell’operazione rappresentava per Togliatti il modo per ribadire le radici nazionali del partito: far passare il pensiero e le categorie di Gramsci, significava opporsi all’ideologia di Andrej Ždanov. Non per caso l’edizione delle «Opere di Antonio Gramsci» non fu affidata a un editore strettamente di partito, ma a Giulio Einaudi, affinché avesse una diffusione che andasse oltre i militanti comunisti e divenisse in qualche modo un patrimonio della cultura italiana.
Quanto poi l’influenza di Gramsci sugli studiosi italiani – in diversi campi – sia stata fondamentale si può verificare non solo dalle tante testimonianze, ma soprattutto dalle riflessioni e dagli studi generati dalle categorie gramsciane nel corso degli anni, fino ai tempi nostri. Gramsci è tra i pensatori del Novecento più studiato a livello internazionale: ne sono testimonianza gli oltre 20.000 titoli della Bibliografia gramsciana, consultabile online sul sito della Fondazione Gramsci (www.fondazionegramsci.org)

Quali intellettuali si distinsero per la loro militanza comunista?
Non è facile rispondere, anche perché bisogna distinguere le diverse fasi della storia del Pci dal secondo dopoguerra fino al suo scioglimento. Un conto saranno gli entusiasmi del periodo successivo alla guerra di Liberazione a alla vittoria contro il nazi-fascismo che vide affluire moltissimi al Partito comunista e tra questi un numero elevato di intellettuali; un conto gli anni della segreteria di Enrico Berlinguer quando molti intellettuali, di fronte ai successi elettorali, si iscrissero e molti indipendenti furono presentati nelle liste elettorali del partito sia a livello nazionale che locale. Ci furono poi le grandi rotture, come quella del ’56, e le delusioni all’epoca dell’esperienza di governo della solidarietà nazionale.
Non vorrei fare torti e dimenticare illustri personaggi. Quando si parla di intellettuali comunisti, il primo che viene in mente è Renato Guttuso, pittore comunista per antonomasia. Furono però tanti i pittori, gli scrittori, i registi cinematografici, i professori universitari di tutti i campi del sapere iscritti al Partito comunista o solo simpatizzanti o elettori, uomini e donne, alcuni lo furono per tutta la vita, altri per una parte, altri ancora ebbero rotture plateali. Un numero significativo lavorò nelle strutture culturali del Pci, diresse riviste, settimanali, istituzioni, alcuni hanno scritto o curato opere che sono rimase basilari nella cultura italiana. Tra questi ultimi non si possono non ricordare almeno Paolo Spriano, autore della Storia del Pci dalla fondazione al 1945, e Valentino Gerratana, che ha curato l’edizione critica dei Quaderni del carcere di Gramsci. Alcuni intellettuali hanno voluto lasciare i loro archivi privati alla Fondazione Gramsci, dove è conservato l’archivio del Pci: i registi Luchino Visconti e Luigi Squarzina , la scrittrice Sibilla Aleramo, il matematico Lucio Lombardo Radice, gli storici Franco De Felice, Gastone Manacorda, Franca Pieroni Bortolotti.

Come accolsero gli intellettuali comunisti i fatti del 1956?
Le proteste da parte degli intellettuali ebbero inizio quando anche in Italia si diffusero le prime notizie sul contenuto del rapporto segreto di Nikita Chruščëv al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. In alcune sezioni si cominciò a polemizzare sulle forme burocratiche che caratterizzavano il partito e sulla mancanza di vera discussione, si chiedeva che la destalinizzazione – avviata in Urss da Chruščëv – fosse portata avanti anche nel partito italiano. La condanna di Stalin e la denuncia del culto della personalità formulate da Chruščëv furono un trauma non solo per i comunisti italiani. Tra gli intellettuali ci furono quanti affermarono la necessità di andare a fondo, di capire cosa era stato lo stalinismo nella storia dell’Unione Sovietica e di individuare forme di stalinismo e di conformismo che avevano caratterizzato anche il Pci. Cito sempre in proposito l’esempio di un intervento a una riunione della commissione culturale del luglio 1956, di Roberto Battaglia, storico della Resistenza, a mio avviso assai emblematico: «Noi rimproveriamo tanto al compagno Chruščëv il suo rapporto segreto, ma quante cose segrete – affermò – noi abbiamo fatto nel campo della cultura, quante discussioni noi abbiamo svolto semplicemente nel nostro campo non avendo il coraggio di portarle all’esterno».

Richieste e polemiche che si fecero ancora più pressanti all’indomani della pubblicazione del rapporto segreto in Occidente e successivamente quando nel mese di luglio esplose la protesa operaia con gli scioperi in Polonia. All’Università di Roma e nella federazione romana del Pci, ad esempio, ci furono assemblee vivacissime, con gli interventi dei dirigenti comunisti che cercarono di placare le critiche. La situazione divenne ulteriormente esplosiva quando in autunno scoppiò la rivolta in Ungheria e ci fu un primo intervento dell’Armata rossa. Riunioni, stesure di documenti, incontri animati da intellettuali e studenti universitari si ebbero numerosi non solo a Roma. Anche alla casa editrice Einaudi e all’Istituto Feltrinelli, redattori e studiosi scrissero lettere e documenti di dissenso rispetto alla politica del Pci. Il caso più eclatante e più noto fu rappresentato dalla lettera firmata da 101 intellettuali, che fu elaborata a Roma nelle sedi della rivista «Società» e dell’Istituto Gramsci da Carlo Muscetta, Luciano Cafagna, Lucio Colletti, Alberto Caracciolo, Francesco Sirugo, Sergio Bertelli, in cui si affermava che gli eventi ungheresi non erano il risultato di «un putsch o di un movimento organizzato dalla reazione», come sosteneva il Pci, ma sintomo di un disagio concreto e profondo. Gli studiosi chiedevano che si prendesse atto di questo «disagio» e che si cercasse di capirne l’origine. La loro protesta trovava un riferimento nelle posizioni della Cgil e del suo leader, Giuseppe Di Vittorio, che vedevano negli avvenimenti ungheresi «la condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica ed economica».

Gli organismi dirigenti del Pci e il suo segretario di fronte a questi eventi furono rigidissimi, ritenendo inammissibile non condannare coloro che attaccavano il regime socialista. La frase che Togliatti pronunciò nella riunione della direzione del Pci successiva al primo intervento sovietico, fu netta e senza margini di repliche: «Non possiamo accettare questo scagliarsi contro tutto e contro tutti. Si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia». Non si poteva fare altrimenti, anche se i protagonisti del proprio schieramento stessero sbagliando.
Quando il nuovo capo del governo ungherese, Imre Nagy, riconoscendo il carattere democratico dell’insurrezione, iniziò ad avviare un’opera riformatrice e proclamò l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, e i sovietici intervennero militarmente una seconda volta (4 novembre), stroncando nel sangue la rivolta, molti furono gli intellettuali che uscirono dal Pci e che non ripresero la tessera, come successe anche nei Partiti comunisti di altri paesi europei.
Credo che si debba sottolineare la drammaticità degli eventi del ’56, anche da un punto di vista umano. I militanti comunisti credevano nel socialismo, avevano creduto in Stalin – che per primo aveva fermato Hitler nella guerra mondiale –, ritenevano che le società socialiste fossero realtà assai migliori di quelle capitaliste. Le rivelazioni di Chruščëv, gli scioperi operai polacchi, la rivolta ungherese e poi la repressione sovietica con le migliaia di morti e di persone costrette alla fuga, posero per molti – soprattutto per gli intellettuali – tragicamente fine a un mito, distrussero qualcosa in cui – nel bene o nel male – avevano creduto. Uscire dal partito per molti non fu una scelta indolore.

Come si sviluppò la politica culturale del PCI dopo il 1956?
Protagonista e braccio destro di Togliatti fu Mario Alicata, responsabile della commissione culturale dal 1955. Dopo l’uscita dal Pci di tanti intellettuali, si trattava – come disse lo stesso Alicata – di «risalire la corrente» e di riorganizzare quegli organismi dove era maturato il dissenso (come “Società” e l’Istituto Gramsci), su un piano diverso e nuovo, un piano che fosse esclusivamente culturale e scientifico. Nei documenti della commissione culturale della fine del ’56 e nelle tesi dell’VIII Congresso, che si svolse a dicembre, si parlò esplicitamente della necessità che l’azione politica del Pci fosse sostenuta dalla ricerca e dall’elaborazione culturale, sottolineando la «funzione sempre maggiore» che dovevano avere le riviste e le istituzioni come «centri attivi di vita culturale, di studio e di ricerca».
Quando, ad esempio, si svolse il convegno di studi gramsciani (gennaio 1958), curato dall’Istituto Gramsci, il suo presidente, Ranuccio Bianchi Bandinelli, aprendone i lavori, affermò che il convegno doveva avere un «carattere largo» e che doveva «raccogliere attorno al nome di Gramsci prevalentemente uomini di studio e non istanze politiche». Ugualmente, la nuova rivista nata alla fine del 1959, «Studi Storici», non intendeva avere un carattere politico, ma essere una rivista di studi di storia generale, economicamente sostenuta dal partito sì, ma con piena autonomia sul piano delle scelte e dei collaboratori.
Il Partito comunista inoltre, a partire dai primi anni Sessanta – ancora una volta per la spinta di Togliatti –, iniziò a raccogliere i materiali e i documenti finalizzati alla ricostruzione della sua storia. Fu un lavoro assai impegnativo, avviato dopo la pubblicazione negli «Annali» della Fondazione Feltrinelli del carteggio dei dirigenti comunisti fra il ’23 e il ’24 (1961), curato da Togliatti, e poi proseguito con il recupero a Mosca dell’archivio del Pci conservato negli archivi dell’Internazionale comunista presso l’allora Istituto di storia del marxismo-leninismo. Il direttore dell’Istituto Gramsci, Franco Ferri, assieme a studiosi e collaboratori, si recò diverse volte a Mosca recuperando i documenti prodotti dal Pci dalla sua nascita fino al 1945; lavoro di recupero che proseguì ancora negli anni fino ai giorni nostri.
Alla fine degli anni Ottanta, la direzione comunista decise di versare all’Istituto Gramsci – divenuto intanto una Fondazione – il proprio patrimonio archivistico. Oggi alla Fondazione Gramsci è conservato e consultabile dagli studiosi l’intero archivio del Pci in originale, dal 1921 al suo scioglimento nel 1991, oltre ad archivi di numerose personalità e al fondo che contiene tutto il materiale – dagli scritti alla corrispondenza – relativo ad Antonio Gramsci.