Prof. Francesco Stella, Lei è autore del libro Testi letterari e analisi digitale edito da Carocci: di cosa si occupano le digital humanities?
Testi letterari e analisi digitale, Francesco StellaIl libro non riguarda le Digital Humanities in generale, che rappresentano un’area ormai sterminata e incontrollabile del sapere umano, ma un loro settore molto specifico: le applicazioni alla letteratura e in particolare all’analisi critica dei testi letterari, preceduta da capitoli introduttivi su come cambia il concetto di testo nell’informatica e su come l’informatica ha modificato il metodo e la produzione delle edizioni critiche di tipo filologico. Le Digital Humanities invece coprono praticamente tutte le discipline definibili umanistiche anche in senso lato e investono l’uso di strumenti e metodi informatici nell’archeologia, negli studi sull’arte, nella conservazione dei beni culturali, nella geografia, nella linguistica, nella storia, nella filosofia, nell’editoria, per non parlare delle scienze sociali, la pedagogia, la psicologia, l’economia, il diritto, e dilagano nell’ambito creativo come la scrittura e la produzione cinematografica e teatrale, e così via. Si tratta di un cambiamento, come ormai si ripete comunemente, che ha rivoluzionato l’approccio della ricerca in molte discipline e condiziona la mentalità generale, invadendo la vita quotidiana e culturale di ognuno di noi, ma che per i settori umanistici in quanto basati sulla comunicazione di contenuti icono-testuali è particolarmente decisivo, perché ne modifica la forma e il concetto stessi oltre a determinarne le chances di continuità: per molti aspetti il digital turn, la svolta digitale, assume almeno le stesse dimensioni del passaggio dal rotolo al codice che permise o impedì la trasmissione di parte del patrimonio testuale dell’antichità.

Quale nuovo concetto di testo hanno introdotto le tecnologie digitali?
La necessità di convertire le lettere in bit leggibili dalle macchine e di formalizzare un messaggio, un’opera (come sequenza di parole organizzata) in un insieme codificato secondo determinate regole sta imponendo una riflessione innovativa sul concetto di testo. Rispondo con un estratto dal libro: “L’informatica è una splendida occasione per riflettere su cosa si debba intendere per “testo”: uno scritto? Il supporto che lo trasmette (un libro)? Il suo significato? La sua forma ortografica e fonetica? Segre (1985, p. 9) lo descriveva come «una successione fissa di significanti grafici», ma finora non è stato necessario ricorrere a definizioni univoche e permanenti perché il mezzo (la scrittura) non ce lo imponeva. Il computer ora richiede invece formalizzazioni precise e Tito Orlandi, pioniere dell’umanistica computazionale, ci arriva partendo dall’idea saussuriana di «attività linguistica in una delle lingue storicamente date» (Orlandi, p. 8), indipendente dal mezzo e perfino dallo stato (mentale, grafico, concettuale ecc.): il supporto magnetico, che si sostituisce a quello che Orlandi chiama supporto planare, richiede una macchina intermedia, e questo comporta alcuni cambiamenti determinanti. Per “testo digitale” si deve intendere o «la forma digitale di uno degli strati testuali di un testo» (ad es. il sistema grafico materiale), e in tal caso si deve parlare di codifica, cioè di «operazione mediante la quale si utilizzano determinati segni materiali […] per trasferire il contenuto di un messaggio dalla sua origine alla sua destinazione» oppure «il modello dinamico che rappresenta il testo nella sua complessità» (Orlandi, pp. 26 e 29).

Quali sono le applicazioni filologiche dell’analisi digitale dei testi?
Più che di applicazioni filologiche dell’analisi digitale parlerei di applicazioni filologiche degli strumenti digitali: dagli anni ’90 a oggi si sono sviluppati molti modelli di edizione critica di un testo storico o letterario, senza che si sia imposto finora uno standard – il che rappresenta insieme un problema e un’opportunità – ma proponendo una varietà pirotecnica di alternative: negli anni ’90 le edizioni di Peter Robinson (Monarchia e Commedia di Dante, Racconti di Canterbury di Chaucer, estratti dai Vangeli greci ecc.), di Manfred Thaller (documenti medievali di Passau e Regensbgurg), di Kevin Kiernan (Beowulf), di Michael Stolz (Parzival) e poi, con la dovuta modestia, il nostro Corpus Rhythmorum Musicum per i testi antichi, così come le più recenti edizioni di Becket, Austen e Nietzsche per le letterature moderne hanno dimostrato in maniera difficilmente contestabile i molteplici vantaggi degli strumenti informatici: prima di tutto la possibilità di immagazzinamento e consultazione di tutti i documenti e i  testimoni di un’opera sia in formato fotografico che in trascrizione più o meno diacritica, il che rende l’edizione verificabile (“falsificabile”, in termini popperiani) e dunque scientifica come mai poteva accadere per le edizioni a stampa; poi la visualizzazione simultanea di redazioni multiple e ora anche la visualizzazione in sequenza degli strati diacronici di un testo; l’accesso alle plurime facies di testi musicati (canzoni, inni, arie ecc.), la realizzabilità allo stesso tempo e nello stesso strumento di edizione ricostruttiva di tipo neolachmanniano (cioè basata sull’individuazione dei rapporti fra i testimoni manoscritti) e di edizione scribale di tipo neo-filologico (che assegna a ogni testimone lo stesso valore); in casi più sofisticati, la gestione quantitativa delle varianti in grado di generare ipotesi di “alberi” stemmatici o reti di relazioni. E soprattutto l’analizzabilità digitale dei testi in forme che senza alcun dubbio non erano possibili in passato. Il contraltare di queste innovazioni è l’aumento dei costi in termini di consulenze, diritti di riproduzione e manodopera per trascrizioni, la consegna alla comunità scientifica di un risultato la cui preservazione e durata è incerta, l’aggiornabilità permanente di un testo che diventa così più fluido e meno citabile.

Quali innovazioni sono state introdotte nell’analisi testuale?
Nell’analisi testuale sono state introdotte innovazioni significative che però sono poco praticate, soprattutto in Italia: questo è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere questa piccola guida, rivolta agli studenti e ai colleghi interessati dalle nuove possibilità ma intimoriti o resi diffidenti dagli aspetti tecnici che in realtà sono gestibilissimi anche da chi, come me, non ha competenze informatiche in senso stretto. Proprio la fiducia nell’utilità dei nuovi strumenti, nata quasi per caso dall’esperienza dell’edizione del Corpus Rhythmorum, mi ha spinto ad aprire all’Università di Siena il primo Master italiano in Edizione digitale, che ha formato e aiutato a collocare sul mercato del lavoro e della ricerca moltissimi giovani, arrivando nel 2018 alla decima edizione.

La prima di queste innovazioni è la gestibilità di statistiche lessicali che prima erano semplicemente irrealizzabili e che ora si possono produrre con pochi click e visualizzare in molte forme differenti, dall’elenco alla nuvola alle gocce di pioggia ai blocchi colorati ecc.: indici di parole, concordanze, indici di frequenze con elenchi dei termini più o meno ricorrenti un autore, in un genere letterario, in un’epoca, in un’area geografica. Tutte risorse ora già ampiamente utilizzate nelle scienze sociali e nel giornalismo, ma ancora poco sfruttate nella critica stilistica e tematica. Proprio l’applicazione all’analisi dei temi o sentimenti più frequenti (topic modelling, sentiment analisys) rappresenta una delle evoluzioni più nuove, anche se ancora fragili. E un altro settore che ha dato risultati già molto interessanti è la network analysis, anch’essa proveniente dalle scienze sociali, che studia e visualizza le reti di rapporti fra autori (ad esempio in uno scambio di epistole) o di personaggi (nl teatro, nei romanzi): il saggio di Franco Moretti sulla rete di relazioni fra i personaggi dell’Amleto di Shakespeare, che svela una delle strutture soggiacenti allo sviluppo dell’opera, è un esempio illuminante delle possibilità del mezzo.

Come si è sviluppata la critica letteraria digitale?
In realtà si sta appena cominciando a sviluppare, non possiamo dire che esista una produzione critica significativa. Ci vorranno anni perché questa nuova tendenza stabilizzi i suoi metodi e se ne diffonda l’applicazione. Per ora le applicazioni più convincenti sono state sulla narratologia, che da Propp in poi si presta meglio di altre impostazioni a una formalizzazione delle strutture e sulla critica stilometrica, cioè la riflessione sul valore letterario dei dati di analisi quantitativa di elementi linguistici, lessicali o più raramente sintattici. Questa sostanzialmente non fa che espandere un approccio già vivo nel XIX secolo e perfino, se si parla di intertestualità intrabiblica, dal XIII secolo,  e ha avuto finora due applicazioni principali: la critica attribuzionistica (cioè l’uso di strumenti stilometrici ai fini di identificazione dell’autore), che ha avuto modo di esercitarsi su Shakespeare, Dickens, Dante, Abelardo, Ildegarde di Bingen, Montale e altri autori, e la critica intertestuale, cioè l’indagine sulla presenza di altri testi nell’opera oggetto della ricerca in forma di allusione, imitazione, ripresa, fonte, modello espressivo, ecc.: su questo piano i motori di ricerca delle banche dati, molto sofisticate  soprattutto nel settore del latino ma anche della letteratura italiana, consentono di individuare e documentare rapporti non solo verbali ma anche fonetici che una lettura “umana” difficilmente è in grado di cogliere. In questi campi i risultati sono già importanti, anche se non sempre sufficientemente conosciuti. Ma le possibilità di espansione sono molteplici: tutto dipende non dalla competenza informatica o dalle abilità tecniche ma dalla capacità di porre domande anche audaci o ambiziose agli strumenti e gestirne e verificarne i risultati sulla base delle conoscenze proprie del campo letterario. Il rischio è che ci si rassegni a lasciare il campo agli smanettoni, anche digiuni di competenze letterarie, o ci si lasci incantare dalle meraviglie grafiche delle interfacce di visualizzazione invece di considerare la sostanza culturale delle ricerche possibili e affrontare con l’ausilio delle nuove tecnologie ricerche meno spettacolari ma più solide. Certamente una nuova prospettiva di sviluppo si è aperta, a mio avviso la più interessante e promettente nel campo stagnante della critica letteraria, ma ci vorrà un po’ di tempo per assestare e validare metodi e strumenti. Non resta che partire per questa nuova avventura intellettuale.