“Tessere per una storia degli studi classici” di Gian Franco Gianotti

Prof. Gian Franco Gianotti, Lei è autore del libro Tessere per una storia degli studi classici, edito dal Mulino: che ruolo possono svolgere, nella società attuale, gli studi classici?
Tessere per una storia degli studi classici, Gian Franco GianottiIn prospettiva generale va detto e ribadito che gli studi classici rappresentano un aspetto o, se si preferisce, un segmento costitutivo della cultura storica moderna, alla pari di qualsiasi altro interesse di studio che intenda documentare fasi e sviluppi delle società umane nel tempo. I settori disciplinari via via individuati e fissati vanno dalle lingue classiche (greco e latino, ma a lungo era prevista altresì la conoscenza dell’ebraico) alle tradizioni letterarie e storiografiche, dalla filosofia all’archeologia e alla storia delle religioni, vale a dire l’insieme delle partizioni che dai tempi di Friedrich August Wolf (1759-1824) si è soliti definire dell’Altertumswissenschaft, della scienza dell’antichità. Questo, ripeto, in prospettiva generale e questo è quanto si cerca – con alterna fortuna – di mantenere in vita in ambito universitario entro la cornice di dipartimenti e corsi di laurea che hanno sostituito le tradizionali Facoltà di Lettere e Filosofia, anche se l’incrocio tra raggruppamenti dipartimentali e limitati finanziamenti tendono a frantumare eccessivamente i saperi pertinenti al mondo classico. Tuttavia, a dispetto dei processi riduttivi qui accennati, si può ancora dire che lo studio del latino e del greco abbia comportato e possa continuare a comportare non solo elementi essenziali di linguistica storica (da riservare agli specialisti), ma soprattutto la consapevolezza di quanto si è debitori alle lingue morte che continuano a vivere inglobate nel sistema delle lingue moderne: generi e modelli di poesia e prosa attivi nelle letterature nazionali (epica, lirica, teatro, narrativa); presenza decisiva di fattori lessicali di derivazione antica (greca per il lessico della filosofia e della medicina, greca e latina per il lessico della politica e delle scienze, latina per il lessico giuridico e religioso); soprattutto, impianto grammaticale che, forte di una intelaiatura concettuale di taglio filosofico, un tempo è servito a corroborare lo studio delle lingue classiche e a farle comprendere a chi ne era estraneo, e che in seguito si è mostrato così flessibile da accompagnare e condizionare la gestazione degli idiomi nazionali europei, fornendo le categorie idonee ad assicurarne comprensione e uso corretto. Insomma: l’umanesimo, nella sua declinazione ‘classica’, non è (ancora) morto, né appare come tenue immagine residuale di un lontano passato, a patto che si vogliano esorcizzare i rischi di un nuovo irrazionalismo provocato da sviluppi scientifici orfani dei valori fondanti della storia umana (ma si veda altresì la risposta alla domanda successiva).

Come scrive nel libro, «a ogni inizio d’autunno, in concomitanza con la riapertura delle scuole», si ripropone «l’annosa discussione sullo studio delle lingue e delle letterature classiche nel nostro sistema liceale»: quale bilancio si può trarre di tale insegnamento nel nostro sistema scolastico?
Se si limita il nostro sguardo alla situazione odierna del nostro sistema scolastico, insegnamento e studio delle lingue e delle letterature antiche presentano un quadro variegato in cui i momenti critici prevalgono sui risultati soddisfacenti. Ovviamente bisogna distinguere e concentrare il discorso soprattutto sui licei classici e in parte sui licei scientifici, premettendo però un dato che sembra riguardare entrambi gli ordinamenti: secondo i rilevamenti effettuati all’inizio dell’ultimo anno scolastico, ci si trova di fronte a un calo di iscritti, in linea con una tendenza nazionale comunque preoccupante sulla tenuta dei futuri livelli culturali diffusi del nostro paese. Al di là dei problemi insiti in tale premessa che qui non si possono esaminare in dettaglio, due considerazioni si impongono. La prima è di ordine geografico e sociale: da quanto è dato sapere dalle indagini ministeriali e giornalistiche, tenuta e risultati dei licei di provincia sono più sodisfacenti rispetto ai licei cittadini, si direbbe per ambientazione più sobria e meno dispersiva. La seconda considerazione riguarda i bilanci che si sono tratti e che si possono ancora trarre dalla presenza del mondo classico nel nostro impianto dell’istruzione superiore. Cerco di spiegarmi, partendo da un’esperienza recente. Nel mese scorso ho preso parte all’inaugurazione dei corsi rivolti a un pubblico adulto interessato alla conoscenza della cultura greco-latina e per lo più lontano da percorsi scolastici tradizionali. Bene: nella discussione d’apertura si sono elencati gli interessi culturali che le discipline classiche hanno via via suscitato in molti di coloro che sono usciti e tuttora escono dalle aule liceali: nessuna chiusura verso gli studi scientifici (cui abituano, a ben vedere, gli studi grammaticali del ginnasio), familiarità attiva con plessi disciplinari più o meno prossimi (lingua d’uso, lingue moderne, storia della lingua e filologia, lessicografia, retorica e poetica, letterarietà e storiografia letteraria, filosofia, storia socio-politica e religiosa, archeologia e antropologia); naturalmente, non sono mancate voci che auspicano l’ingresso di molti o di tutti questi àmbiti disciplinari fin da subito, cioè già nell’assetto delle materie liceali, senza tener conto, però, che la moltiplicazione delle materie esistenti – per quanto ragionevolmente auspicabile – comporterebbe inevitabilmente la riduzione delle discipline classiche (con buona pace dei difensori della tradizione e l’esultanza dei ‘sedicenti modernisti’ a costo zero, economisti di corto respiro in testa). In realtà e in sintesi, mi sentirei di confermare che proprio llo studio delle discipline classiche ha contribuito e ancora contribuisce a munire la strada verso la formazione democratica e la piena consapevolezza dell’importanza dei problemi di ordine culturale e – aggiungo subito – ambientale. Piace chiudere queste note con quanto ricorda Martha Nussbaum (classe 1947), grecista e docente di Law and Ethics all’Università di Chicago: per essere cittadini del mondo (ideale già presente in Diogene Cinico) è necessario ripartire dai classici greci come base per difendere e in parte riformare l’educazione contemporanea, tenendo presenti il pensiero stoico, le posizioni di Cicerone filosofo della politica e la tradizione liberale (Kant), inoltre al fine di riconoscere la molteplicità culturale e l’universalismo etico, nel cui contesto agiscono la letteratura e le opere dell’immaginazione (Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, tr. it., Carocci, Roma 2006).

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Tessere per una storia degli studi classici
  • Gianotti, Gian Franco (Autore)

Come si è evoluto storicamente l’insegnamento delle lingue e delle letterature classiche?
Nei secoli del decollo della storia europea apprendimento e insegnamento in primis del latino hanno marciato a lungo insieme, affidate per lo più agli ambienti religiosi, agli sviluppi (non sempre lineari) della storia del diritto romano, alle cure delle élites intellettuali e del saltuario mecenatismo del potere. Legato alla vicenda dell’impero bizantino, lo studio del greco è diventato davvero europeo con la diaspora dei maestri greci, in parte già presente nel XIV sec. ma diffusa dopo la caduta di Costantinopoli (1453). Il Rinascimento italiano, la lezione di Erasmo da Rotterdam e la Ratio studiorum gesuitica (primo assetto curriculare delle discipine) hanno contribuito a sancire in maniera via via decisiva l’unità delle due culture classiche; tuttavia tale studio ha continuato a essere appannaggio di minoranze, periodicamente incrementate da ritorni di ‘classicismo culturale’, da mai scomparsa Querelle des anciens et des modernes (senza vincitori e vinti), dalla tenacia della questione omerica, soprattutto dalla vitalità internazionale e dalla durata della Res publica litterarum (XVI-XVIII secoli), comunità senza frontiere in cui letterati e scienziati hanno dato vita e voce (latina) a un’utopia di convivenza civile e culturale fondata su umanesimo, eguaglianza, condivisione dei saperi e universalità (vd. H. Bots, F. Waquet, La Repubblica delle Lettere, tr. it., Il Mulino, Bologna 2005). Il Romanticismo ottocentesco ha parzialmente frantumato tali ideali con la riscoperta e l’interesse verso le radici nazionali e talora con tentazioni di stampo irrazionalistico, ma ha tuttavia saputo trasfondere una parte non secondaria dei valori universali nella trasmissione dei saperi e nell’assetto pedagogico dell’insegnamento, a partire dal modello del ginnasio tedesco (figlio del tardo Illuminismo corretto alla luce della programmi dell’Università di Berlino, 1810), presto diffuso nel Vecchio Continente e poi, lungo i tornanti del ‘secolo breve’ e oggi, nei primi lustri del nuovo millennio, costantemente sottoposto a metamorfosi e a riduzioni dettate dall’ansia un po’ stralunata di ammodernamenti immaginati e immaginari.

Come nasce e si sviluppa il filellenismo tedesco dell’Ottocento e del primo Novecento?
Preparato dai protagonisti della cultura germanica del secondo Settecento in cerca della propria identità (Winckelmann e Lessing, Goethe e Schiller, Herder e Heyne, i fratelli Schlegel), il filellenismo tedesco entra nel mondo accademico e viene istituzionalizzato nell’universo scolastico superiore grazie alle riforme di Wilhelm von Humboldt (1767-1835), fondatore dell’Univ. di Berlino e all’azione di Friedrick August Wolf, grecista e pedagogo, ideatore sistematico della “scienza dell’antichità”. Le operazioni convergenti di Humboldt e Wolf promuovono l’educazione ispirata dalla Grecia come sede ideale dello spirito, consolidano in via istituzionale la conoscenza dei testi greci attraverso la rifondazione delle discipline di studio pertinenti al mondo classico e insediano l’Ellade come modello di riferimento per la ricerca dell’identità nazionale. Calato negli Atenei e ben radicato nelle aule del deutsche Gymnasium, il filellenismo attraversa l’Ottocento, cementa i processi storico-politici che portano all’unità del Paese e assicura alla cultura tedesca indiscussa egemonia nel campo degli studi classici, proiettando la propria ‘ombra euristica’ anche sulle ricerche relative al mondo latino (spesso definito come risultato di imitazione degli originali greci). Si tratta di egemonia confermata da due fenomeni di cui l’Italia è testimone nel Risorgimento e nei decenni che precedono la Prima Guerra Mondiale: all’indomani dell’Unità di casa nostra la presenza di professori formatisi in area austriaca o germanofona svolge importante opera di mediazione tra filologia tedesca e mondo degli studi classici italici; in Germania si moltiplicano le presenze di giovani studiosi italiani per cui il soggiorno di formazione in terra tedesca è insieme traguardo e avvio di carriere promosse da quanto si è imparato oltre Reno.

Questi fenomeni si affievoliscono tra fine Ottocento e inizi Novecento con gli sviluppi di teorie irrazionalistiche (da noi estetiche con Benedetto Croce) e lo scenario bellico anti-tedesco 1915-1918. Nascita e sviluppi del nazionalsocialismo hitleriano compromettono seriamente lo studio del mondo classico, riservando al mondo greco un interesse superficiale, spesso dilettantesco e sempre strumentale, segnalandosi come un’indebita appropriazione propagandistica dell’antichità greca per riscrivere a vantaggio della supremazia della razza ariana (indo-germanica) su tutte le altre etnie, intese come razze inferiori. Buona sorte vuole che la Germania del Secondo Dopoguerra abbia saputo fare i conti col periodo nazista (meglio del caso italiano col ventennio fascista) e si sia affrancata dagli orrori del recente passato: ha pertanto risollevato con successo il livello degli studi classici, ma in data odierna anche le istituzioni scolastiche tedesche soffrono dei mali del consumismo solipsistico sul piano sociale e dalla pressione vincente di modernità assolute e intolleranti di qualsiasi sguardo storico.

Che rilevanza assume la figura di August Boeckh per la tradizione degli studi classici?
Immatricolato all’Università di Halle (Sassonia-Anhalt) come studiosus theologiae in quanto attratto dalla figura e dall’insegnamento di Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher (1768-1834), il giovane August Boeckh (1785-1867) viene indirizzato dalle lezioni di Friedrick August Wolf (salutato come praeceptor summe venerandus) verso la filologia e gli studi classici, senza che sia cancellato l’interesse per etica, ermeneutica e tradizione platonica suggerito da Schleiermacher. Le prime opere, appunto su Platone, aprono la via a una carriera accademica precoce, prestigiosa e duratura, dalla Università di Heidelberg (1807-1811) alla neonata Università di Berlino (fondata nel 1810 da Wilhelm von Humboldt), dove insegna Eloquenza e lettere classiche fino a 70 anni e oltre; a 29 anni entra nella Reale Accademia Prussiana delle Scienze (Königlich Preußische Akademie der Wissenschaften); nel 1957, in occasione del suo Giubileo dottorale, gli è conferita la cittadinanza onoraria di Berlino, città che gli dedica una via, la Böckhstraße, nel bel quartiere di Kreuzberg. Queste le sue opere maggiori: i 4 volumi dell’edizione di ΠΙΝΔΑΡΟΥ ΤΑ ΣΩΖΟΜΕΝΑ. Pindari opera quae supersunt (Weigel, Lipsiae 1811 e sgg., 18252; rist. anastatica, Olms, Hildesheim 1963) segnano l’inizio della moderna e contemporanea storia del testo pindarico; i 2 volumi intitolati Die Staatshaushaltung der Athener (Reimer, Berlin 1817; L’economia pubblica degli Ateniesi, trad. di Ettore Ciccotti, 1899, rist. anastatica, Forni, Bologna 1976) aprono la filologia classica (universae antiquitatis cognitio historica et philosopha) ai problemi dell’economica antica; dà voce e corpo al progetto del Corpus Inscriptionum Graecarum (Berlin 1827 sgg., opera continuata da suoi allievi) che segna il decollo dello studio moderno dell’epigrafia greca e provoca uno scontro ventennale tra i “filologi delle cose” (Sachphilologen) e i “filologi della parola” (Wortphilologen) capeggiati da Gottfried Hermann (1772-1848) che si comporrà nel 1846 integrando entrambi gli indirizzi (formale l’uno, l’altro contenutistico) come aspetti complementari delle procedure filologiche. La raccolta di Scritti minori (Gesammelte Kleine Schriften), in 7 voll. di cui 3 postumi (Teubner, Leipzig 1858 sgg.) aprono agli addetti ai lavori lo straordinario laboratorio scientifico di uno studioso di prim’ordine; la sua riflessione su natura e metodi della filologia classica porta a compimento le innovazioni introdotte da F.A. Wolf e come ‘manifesto’ il vol. postumo Encyklopädie und Methodenlehre der philologischen Wissenschaften, a cura di E.C.L. Bratuschek, Teubner, Leipzig 1877, 18862, che tradotto in più lingue ha reso e rende accessibile la lezione di August Boeckh ai filologi del mondo occidentale.

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Quali sono stati i più significativi esponenti della tradizione umanistica ed erudita a Torino?
Dalla fine del Settecento e nel corso dell’Ottocento la tradizione umanistica ed erudita in terra piemontese (ma talora con rilevanza internazionale) è rappresentata da Carlo Denina (Revello,1731-Parigi, 1813), Tommaso Valperga di Caluso (Torino, 1737-1815), dal di lui allievo Carlo Boucheron (Torino, 1773-1838), a sua volta maestro di Tommaso Vallauri (Chiusa Pesio, 1805-Torino, 1897). Vallauri è il più tenace, caparbio e longevo difensore dell’umanesimo retorico e della scrittura in lingua latina, avversario pugnace della filologia classica di derivazione germanica, famoso per le sue polemiche nazionalistiche nei confronti dei dotti tedeschi (come Friedrich W. Ritschl e Theodor Mommsen). Attivo nell’Ateneo di Torino come collega ‘antitetico’ di Vallauri è il più grande allievo di Valperga Caluso, Amedeo Peyron (Torino, 1785-1870), grecista ed ebraista, papirologo e biblista, fautore del rinnovamento degli studi classici nato in Germania, Socio delle maggiori Accademia italiane ed europee. La diffusione delle opere tedesche in àmbito classico avviene da noi grazie all’opera congiunta dell’editore Hermann Loescher (Lindenau presso Leipzig, 1831-Torino, 1892) e dal grecista Giuseppe (Joseph) Müller (Brünn, 1823-Torino, 1895), buon traduttore dei testi scolasti d’oltre Reno. Nel Novecento, dopo la parentesi estetizzante e anti-filologica rappresentata dal successore di Müller sulla cattedra di Letteratura greca, Giuseppe Fraccaroli (Verona, 1849-Milano, 1918), la figura più importante di studioso che annoveri l’antichistica sabauda è Augusto Rostagni (Cuneo, 1892-Torino, 1961), grecista di formazione, filologo classico, latinista e storico della letteratura di fama internazionale, capace di portare a sintesi organica gli aspetti più efficaci e decisivi delle tradizioni precedenti, maestro di generazioni di antichisti.

Gian Franco Gianotti (1942), già professore di Filologia classica nell’Ateneo di Torino, è Socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi libri: Per una poetica pindarica (1975); Dinamica dei motivi comuni (con P.L. Donini, 1979); Romanzo e ideologia. Studi sulle Metamorfosi di Apuleio (!986); Voci antiche nella cultura moderna (1997); Tra storia e utopia (con L. Bertelli, 2012); La cena di Trimalchione (2013); Maestri, colleghi, amici. Mondo classico e cultura moderna (2016); Rileggendo Petronio e Apuleio (2020); Tessere, per una storia degli studi classici (2023).

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