Terroristi nella storia antica. Atti di terrorismo nell'antichità romana, Luca MontecchioDott. Luca Montecchio, Lei è autore del libro Terroristi nella storia antica. Atti di terrorismo nell’antichità romana edito da Graphe.it: è possibile supporre l’esistenza di forme e/o atti di terrorismo in epoca antica?
È noto che il termine “terrorismo”, alle origini, indicasse un membro del governo francese durante l’arco temporale in cui si sviluppò il cosiddetto regime del Terrore (1793-1794). Eppure, non si può affermare che il terrorismo sia sorto negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione francese. Al contrario, sin dalle fasi più antiche la storia dell’umanità è stata percorsa da atti che, a buon diritto, possono essere ritenuti terroristici. Numerosi sono, infatti, gli esempi dall’antichità al periodo contemporaneo di conflitti sfociati in vere e proprie guerre o di tensioni finite in azioni di guerriglia.

Non è qui il caso di riportare esempi in tal senso ma si deve, in ogni caso, porre il problema se considerare “atto terroristico” un vero e proprio atto di guerra oppure limitarsi alle azioni di guerriglia. Il tutto nella prospettiva di un riconoscimento del proprio potere.

Mentre le guerre vengono dichiarate, i fenomeni di guerriglia spesso vengono condotti in completa autonomia rispetto a dichiarazioni di carattere ufficiale o, per lo meno, senza che le popolazioni coinvolte negli scontri abbiano piena consapevolezza dell’effettivo stato dell’arte, salvo poi subirne tragiche conseguenze sotto ogni punto di vista. Con ogni evidenza, infatti, il quid proprium delle azioni di guerriglia risiede in azioni di disturbo contro obiettivi facilmente raggiungibili e, in genere, secondari al fine di evitare qualsivoglia conflitto in campo aperto. Va da sé che all’origine di tale modus agendi è da porre la consapevolezza da parte dell’esercito guerrigliero della propria inferiorità rispetto alle forze nemiche.

Quando, dal punto di vista storiografico, si può parlare di «terrorismo»?
Dal punto di vista storiografico si parla di ‘terrorismo’ quando appunto ci si riferisce alla percezione di un atto violento nei confronti di una comunità. Innumerevoli sono gli scritti a partire dal periodo immediatamente successivo alla rivoluzione francese fino ad arrivare ad oggi. È dei nostri giorni anche l’idea di guerra asimmetrica di una guerra cioè che viene combattuta da due o più soggetti di cui almeno uno sia più debole e che quindi debba ingegnarsi nel tentativo, non solo di sopravvivere al più forte, ma anche di sconfiggerlo.

Quali episodi della storia romana possono essere considerati come «atti terroristici»?
Dunque la percezione del terrore. Per quanto concerne le ‘emozioni’ percepite non si può non tenere in considerazione l’imponente opera di A. Chaniotis-P. Ducrey (a cura di), Unveiling emotions II. Emotions in Greece and Rome: Texts, Images, Material Culture, Stuttgart 2013. In essa, considerando precipuamente l’elemento romano, viene analizzato come il dolore è riportato dale fonti. Si parla del dolore individuale e collettivo. D’altra parte non vi sono nessi particolari con i fatti da me riportati ma quell’opera è fondamentale proprio per definire la sensazione di sofferenza diffusa in Roma a seguito di fatti particolarmente gravi.

Altri atti che definisco ‘terroristici’ per come vennero perpetrati e cioè lasciando la Repubblica sorpresa e impotente sono la presa di Cirta da parte di Giugurta con il conseguente eccidio di mercatores Italici e Romani; i cosiddetti vespri asiatici pensati e organizzati dal re del Ponto Eusino Mitridate VI Eupatore. In quell’occasione tutte le città dell’Asia minore, a una data ora, videro Italici e Romani catturati e uccisi senza pietà. Probabilmente, come analizzerò in un contributo successivo, la spiegazione dei vespri fu che tra quegli italici e romani vi fossero numerosissime spie. Dunque Mitridate, che era ossessionato da nemici infidi, si decise di eliminare nemici. Devo altresì dire che quel sovrano è sempre apparso feroce sì ma al contempo razionale. L’eliminazione di migliaia di mercatores solo perché tra di essi si sarebbero potute nascondere delle spie appare azzardata come ipotesi.

Non si può infine tacere della rivolta ebraica del 70 d.C. in cui quelli che erano nella setta dei sicarii procurarono lutti a chi, benché ebreo, si era deciso a non contrastare Roma. Anche in quel caso il pugnale (la sica) utilizzato feriva mortalmente persone che, in mezzo alla folla, si sentivano al sicuro e invece proprio in tali occasioni si poteva mimetizzare un sicario il quale, dopo l’omicidio, restava accanto alla vittima per piangerne la morte. Atteggiamento questo che non induceva i compagni del morto ad accanirsi contro il sicario.

Insomma ovunque Roma fosse presente, ovunque essa tentasse di dominare popoli riottosi al giogo romano, là si nascondevano persone pronte a compiere quelli che io definisco atti terroristici. Atti, quindi, che avevano come scopo l’allontanamento delle truppe romane dal territorio conquistato.