Professor Ciardi, Lei è autore del libro Terra. Storia di un’idea pubblicato da Laterza: come è cambiata l’idea della Terra nel mondo occidentale?
Terra. Storia di un'idea Marco CiardiA partire dalla rivoluzione scientifica nel 1600, siamo riusciti a demolire le credenze sulle quali erano fondate molte delle discipline che avevano caratterizzato il sapere umano prima della comparsa della scienza moderna, dimostrando che le cose non risultavano così semplici come il senso comune sembrava far apparire: il nostro pianeta non sembrava collocato al centro dell’universo (che non era chiuso e finito come se lo era immaginato Aristotele) e le specie che abitavano la Terra non avevano un carattere fisso e immutabile. Per secoli e secoli la Bibbia aveva  rappresentato per il mondo cristiano sia il libro delle verità religiose che quello delle verità naturali. Nei testi sacri era contenuta non solo la descrizione della struttura dell’universo, ma anche la più fedele e autentica narrazione della storia del mondo. Secondo il racconto della Bibbia, la storia degli uomini e della natura venivano concepite come inseparabili. L’età della Terra, che coincideva dunque con l’età dell’universo e dell’uomo, era stimata in circa 6000 anni, sulla base di una tradizione esegetica risalente ai primi secoli dell’era cristiana.
Gli studi sull’origine della Terra, sull’esistenza dei fossili e sull’evoluzione delle specie dimostrarono progressivamente che le storie dell’universo, del sistema solare e della Terra dovevano essere spostate all’indietro rispetto alla cronologia tradizionale.  I tempi del cosmo risultavano molto più lunghi rispetto a quanto ipotizzato. Le dimensioni dell’universo erano smisurate. Oggi sappiamo che l’universo ha avuto origine circa 13,8 miliardi di anni fa, mentre il nostro pianeta è comparso molto più tardi, ed ha un’età di circa 4,5 miliardi di anni. La nostra galassia, la via Lattea, contiene almeno 300 miliardi di stelle. Il problema è che, nell’universo, ci sono tra i 300 e i 400 miliardi di galassie. Tutto ciò ha messo in crisi la più grande manifestazione di superbia dell’uomo, il suo antropocentrismo: la convinzione di essere al centro di tutte le cose. Siamo dunque i padroni di un pianeta cui è stato assegnato, per volontà divina, un ruolo centrale sia dal punto di vista fisico che morale? Oppure, in uno spazio popolato da miliardi e miliardi di galassie e di stelle (e, si suppone, di altrettanti pianeti, alcuni probabilmente abitati da civiltà intelligenti e tecnologicamente evolute), abitiamo un piccolo, impercettibile puntino, di cui siamo gli ultimi malcapitati occupanti, dopo una serie interminabile di specie che si sono succedute in milioni e milioni di anni, in seguito ad almeno cinque grandi estinzioni di massa?

Qual è lo stato di salute dei rapporti tra Uomo e Terra?
Certamente non è buono, anche se la consapevolezza dei problemi in campo sembra aumentata, sia tra l’opinione pubblica che a livello politico. Oggi l’esistenza del riscaldamento globale è un dato scientifico definitivamente dimostrato ed accettato dalla comunità scientifica internazionale, che non può più essere ignorato dalle amministrazione politiche. Non a caso, alla conferenza di Parigi del 2015, 196 paesi hanno riconosciuto la gravità del riscaldamento globale e l’urgenza delle misure da mettere in campo. La speranza è che il nuovo accordo non si trasformi in un nuovo protocollo di Kyoto (1997), rivelatosi un vero e proprio fallimento. Per questo motivo, fra le misure adottate dai governi di tutto in mondo dovrebbe esserci quella relativa alla formazione e all’istruzione. La maggior parte delle cose che oggi dovremmo sapere sul nostro rapporto con la natura derivano dalla storia della Terra e dalla sua posizione nell’universo, dalla teoria darwiniana dell’evoluzione, nonché dalla progressiva comprensione che l’ecologia è una scienza globale che ha come oggetto di studio l’interazione tra il suolo, i mari, i laghi, i fiumi e la vita in essi contenuta, considerando gli organismi viventi (e a maggior ragione l’uomo) come partecipanti attivi a tali interazioni, dunque artefici, nel bene e nel male, dei fenomeni evolutivi del pianeta. Solo attraverso un percorso educativo corretto, che metta al centro queste tematiche, possiamo sperare che le generazioni future si comportino in maniera migliore di quelle precedenti, cambiando direzione a un sistema economico e produttivo che non è più sostenibile nelle sue forme tradizionali.

Nel Suo testo Lei dedica un capitolo ad un fenomeno di continua attualità, i terremoti: quali nuove conoscenze abbiamo su di essi?
Già sarebbe sufficiente che tutti avessimo consapevolezza delle cose che conosciamo sui terremoti, che sono molte. Così potremmo evitare di ascoltare affermazioni orribili e insensate, come è accaduto in occasione della catastrofe di Fukushima (11 marzo 2011), ovvero che i terremoti sono una punizione divina. Anche in questo caso, a partire del Seicento, lo studio dei terremoti ha compiuto enormi progressi. La realizzazione di cataloghi storici dei terremoti, compilati sulla base delle testimonianze (mitologiche, letterarie e storiche) del passato ha permesso l’individuazione delle regioni a maggior rischio sismico. Ma, soprattutto, ha dato una ‘memoria’ alla nostra conoscenza dei terremoti, memoria che, come sempre, rappresenta l’aspetto fondamentale per la studio consapevole dei fenomeni del pianeta Terra, ricordandoci che ogni evento non deve essere vissuto come se si fosse verificato per la prima volta. Inoltre, è stato stabilito sempre meglio il modo in cui le onde sismiche si verificano e si propagano. Alla fine, quindi, siamo riusciti anche a comprendere l’origine dei terremoti. Per fare questo, però, è stato necessario un nuovo, enorme mutamento concettuale. Si è capito, infatti, che non solo la natura è mobile (nel senso che esistono continui processi evolutivi), ma che la Terra stessa nel suo complesso è totalmente mobile, come per primo ha teorizzato Alfred Wegener nel 1912 con la teoria della deriva dei continenti, poi rielaborata negli anni ’60 del Novecento nella cosiddetta teoria della tettonica a zolle. Certo, non possiamo prevedere i terremoti, così come riusciamo a fare per molti altri fenomeni naturali. Ma, affermando che non siamo in grado di stabilire che un terremoto si verificherà il giorno x, all’ora y, nel posto z, non significa che siamo impotenti di fronte a questi eventi. Grazie alle sempre più accurate mappe del territorio che vengono costantemente elaborate e perfezionate, sappiamo esattamente quali sono le zone dove si verificheranno terremoti e la magnitudo (da non confondere con l’intensità) che potranno raggiungere. Dunque, sapendo che una cosa potrà succedere, le sue conseguenze vanno anticipate. In sostanza, bisogna soprattutto prevenire. La geologia dovrebbe essere oggetto di conoscenza comune, sia per l’opinione pubblica che per gli specialisti delle altre discipline. Soprattutto nel nostro paese, che è ad elevatissimo rischio sismico (uno dei più alti del mondo). Bisognerebbe quindi agire di conseguenza, sia sotto il profilo della formazione (a partire da quella scolastica), sia nell’ambito delle decisioni politiche. Purtroppo, però, questo finora non è mai avvenuto, né sembra esserci all’orizzonte una significativa inversione di tendenza, al di là dei proclami in tal senso, più o meno ricorrenti. Presto, quindi, ci troveremo a commentare l’ennesima alluvione o il prossimo terremoto distruttivo come se fosse la prima volta che si verificano, tra un misto di rassegnazione e stupore. I motivi di tutto ciò sono ben noti: l’incapacità di riconoscere alla scienza un valore culturale e conoscitivo, decisivo nella formazione dei singoli cittadini e dell’opinione pubblica più in generale. Una incapacità, che rappresenta uno dei tratti distintivi della nostra storia dopo l’Unità, e che si manifesta nelle scelte e politiche di tutti i giorni relative alla salvaguardia del territorio, alle politiche edilizie, alla progettazione urbanistica delle città, alle azioni legislative e giudiziarie relative all’abusivismo, alla corruzione e alla scadente qualità di costruzioni degli edifici. Un paese dove spesso vengono ignorate le più elementari norme in materia di sicurezza, a partire della scuole, non è un paese civile.

L’uomo sta davvero esaurendo le risorse naturali?
Anche in questo caso lo studio della storia ci può essere di aiuto. Le discussioni sulla questione delle risorse disponibili sono nate contemporaneamente all’avvento della Rivoluzione industriale alla fine del Settecento. Numerosi scienziati ed economisti cercarono di far presente che i combustibili fossili, non costituendo una fonte di energia illimitata, non potevano garantire una crescita illimitata. Con la scoperta del secondo principio della termodinamica, inoltre, divenne  evidente che tutte le risorse energetiche naturali, essendo finite, subivano un degrado parziale, ma irreversibile. E che, quindi, una crescita economica infinita diventava molto difficile, se non impossibile. Un duro colpo alla tradizionale idea di progresso, insieme a quello inferto da Darwin alla certezza che l’evoluzione delle specie avesse una direzione prestabilita. Non è un caso, dunque, che sia stato proprio uno dei padri della termodinamica, Clausius, a cui si deve la creazione del termine entropia, a scrivere, sul finire dell’Ottocento, una delle pagine più lucide sul problema dello sfruttamento delle risorse fossili: «Oggi stiamo consumando questo patrimonio, comportandoci come eredi scialacquatori (…), ci domandiamo inevitabilmente cosa accadrà una volta che le riserve di carbone saranno esaurite». Proprio in quegli anni, una straordinaria serie di innovazioni teoriche e tecnologiche sembrava promettere lo sviluppo di nuove possibilità, facendo addirittura sperare nella sostituzione del carbone con fonti di energia diversa, inclusa quella solare, che pareva, e pare tutt’oggi (per ovvi motivi, visto che il Sole splenderà ancora per moltissimo tempo), la risorsa maggiormente disponibile a lungo termine. Tuttavia, a causa dell’avvento del petrolio come fonte energetica di riferimento a livello mondiale, l’approvvigionamento energetico dell’umanità ha preso un’altra strada nel corso del Novecento, unitamente allo sfruttamento dell’energia nucleare. Oggi, nel momento in cui nucleare e petrolio sembrano essere entrati in una parabola discendente, per una infinità di motivi che ora non possiamo qui trattare, il problema torna a riproporsi in maniera drammatica, tenendo conto che la popolazione sul pianeta Terra è aumentata smisuratamente nel corso di un secolo, dato che nel 2011 abbiamo superato i 7 miliardi (all’inizio del Novecento eravamo poco più di un miliardo). Secondo alcuni studi, stiamo consumando annualmente le nostre risorse in maniera tale che non saremo in grado di lasciarne in eguale quantità a disposizione per le generazioni future, e ogni anno questo calcolo peggiora. Senza dimenticare che quando si fanno queste analisi si parla di consumo ‘medio’ a livello mondiale, ma ci sono nazioni e cittadini che consumano enormemente di più rispetto alla media sostenibile. Prima o poi dovremo deciderci non solo ad avere un uso più equilibrato delle risorse naturali, ma anche a redistribuire la ricchezza in maniera più equa, sia a livello internazionale, sia a livello dei redditi dei cittadini dei singoli stati. Qui la scienza e la tecnologia, per quanto necessarie e indispensabili, ci abbandonano, e devono subentrare l’etica e la politica. Oggi nel mondo la produzione di cibo sarebbe sufficiente per dodici miliardi di persone, cioè quasi il doppio della popolazione attuale. Eppure il problema della fame sul pianeta Terra non è ancora stato risolto. Sicuramente è possibile che in futuro vengano scoperte nuove risorse energetiche di cui non eravamo a conoscenza (come ci insegna la storia della scienza), ma certamente potremmo già fare molto con quelle oggi a disposizione; prima di tutto, però, dovremmo cercare di cambiare la nostra mentalità e i nostri comportamenti.