Teoria degli imperi e utopie cronologiche tra moderno e post moderno, Fabio MartelliProf. Fabio Martelli, Lei è autore del libro Teoria degli imperi e utopie cronologiche tra moderno e post moderno edito da Aracne: quale importanza ha rivestito nel corso della storia il calcolo delle cronologie nelle dinamiche di autolegittimazione dei grandi imperi?
La visione del tempo risulta sempre e comunque centrale nell’autoidentità delle società umane: in forma ciclica o lineare il tempo rappresenta il rapporto tra l’essere (in forma individuale e collettiva) e la categoria del divenire.
I grandi imperi hanno cercato innanzi tutto di collocare il loro significato storico in una prospettiva di scavalcamento del tempo in una proiezione futura, ma anche in un’ottica di continuità nel volgersi verso il passato. Ogni grande impero ha cercato di affermarsi come un’entità escatologicamente compiuta, tale da garantirsi una sorta di umana eternità, il che si avvicina a quanto con estrema finezza postulava Hobbes vedendo nel suo Leviatano statuale un “Dio mortale”.

Il passato tuttavia, anche nelle epoche più remote, ha rappresentato il punto di congiunzione tra l’epigenesi di una società o di un popolo e la scelta in favore di esso compiuta dalla divinità: in quasi ogni tradizione mitica sulla fondazione di un impero si cerca così di tracciare un collegamento tra quest’ultimo e l’immagine di un eroe eponimo, di un monarca leggendario o comunque di un leader cui il potere in forma legittima proviene direttamente dalla sfera numinosa del Trascendente. La cronologia dunque, strumentalmente riadattata allo specifico scopo diventa tra l’altro una sorta di “scienza” chiamata a chiudere lo iato che distingue l’atto fondativo della statualità sacrale e il momento storico retto da qualche imperatore; poiché la sfera del sacro resta centrale nella definizione delle grandi strutture geopolitiche, dopo gli esperimenti imperiali della Cina, della Mesopotamia o dell’Egitto, tale ricerca di una continuità storico-cronologica tra il potere del presente e le sue origini leggendarie caratterizzerà il sistema romano, protraendosi poi nella fase cristiana: ancora nel ‘600 presso la corte asburgica cronologie e genealogie fantasiose cercavano di dimostrare la discendenza costantiniana o addirittura augustea della casa regnante, mentre a Bisanzio, ormai occupata dai turchi, permaneva la tradizione di cercare e trovare, secondo la felice espressione del Dagron, il futuro nel proprio passato.

Quali erano i presupposti teorici e come si articolava il calcolo delle cronologie?
Occorre a tal proposito fare una prima fondamentale distinzione: secondo la tradizione classica il tempo ha una struttura ciclica, come tale è simbolicamente presentato, e sulla scorta di tale modello si concepisce anche una sorta di sintagma biologico a rappresentare l’esistenza stessa delle civiltà e degli imperi di cui alla giovinezza esuberante si riteneva seguisse un’aurea stagione di maturità, mentre gli storici si dividevano nel riconoscere in un evento piuttosto che in un altro i primi segni di un’inevitabile senescenza. Su tali premesse si andavano ad inserire sistemi di calcolo cronologico di carattere analistico, dal computo delle Olimpiadi a quello dei Fasti consolari romani, ma in ogni caso si doveva, proprio nell’ottica di tali circolarità, fissare un incipit profondamente soggettivizzato in ragione di una sorta di cesura che la fondazione di una città o l’anno di assunzione del potere da parte di un monarca andavano a sancire nell’ottica di una specifica continuità che da quel momento avrebbe rappresentato anche un fattore di legittimazione formale di un’intera prospettiva storica: in altri termini i diversi “calendari” istituivano epoche che rappresentavano in forma sintetica le certezze e le speranze di un popolo e di uno stato che diventavano protagonisti di una nuova era.

Le religioni abramitiche stabiliscono invece una visione lineare del tempo, un tempo che (al contrario del mito classico) non precede gli Dei, ma al contrario è racchiuso nell’ontologia dell’unico Dio; esistono dunque un’Alpha e un’Omega e perciò la storia si prepara ad una ricapitolazione in Dio che ne è il Signore. Per quanto rilevanti le vicende umane appaiono schiacciate da una simile prospettiva in seno alla quale ogni valutazione cronologica non può che partire da una manifestazione della divinità: la nascita del Cristo oppure l’anno di creazione del mondo o ancora l’anno dell’Egira, momenti tutti nei quali la volontà divina di essere nella storia dell’Uomo si manifesta in forma determinante ai fini di una rivelazione che poi prenderà forma.

È interessante notare che i vari sistemi cronologici, anche dopo l’avvento di un potere cristiano a Roma o di quello islamico a Damasco, continuarono spesso ad affiancarsi tra loro senza perciò diventare antagonisti: l’esempio migliore è offerto ancora dalla tradizione bizantina che propone un computo temporale basato sulla nascita del Cristo, senza tuttavia escludere una cronologia ab Urbe condita; del pari nell’impero romeo troverà grande successo la datazione di origine ebraica che parte dalla creazione del mondo ed essa sarà completata dallo schema delle Indizioni, delle Olimpiadi e degli Anni imperiali in una perfetta sintesi di antico e di nuovo, di cristiano e pagano, quasi a dimostrare la preziosità di ogni schema cronologico per dare plausibilità legittimante ad un impero ed al suo popolo.

Quando e come nasce la Nuova Cronologia?
Con l’espressione “Nuova Cronologia” si intende nella maggior parte dei casi un movimento revisionista, non a caso definito anche “Recentista”, dal momento che esso parte dalla convinzione che gran parte della storia a noi nota altro non sia se non una costruzione artificiale ricca di ogni sorta di falso tesa a dare credibilità ad una lunga serie di monarchi, imperi e civiltà del passato al fine di occultare con la storia di queste costruzioni fantastiche innanzi tutto un imbarazzante vacuum cronologico. Il matematico russo Fomenko (altrimenti stimatissimo studioso nella sua specifica disciplina) ha da tempo creato una vera e propria Scuola che, sulla scorta di nebulose metodologie scientifiche, ritiene di aver dimostrato come quasi l’intera Età Classica e buona parte di quella Medievale altro non siano se non reduplicazioni di eventi e personaggi relativi ad una storia che si è invece voluta occultare, quella del grande impero eurasico della Russia.

Riscritta partendo da questo assunto, la cronologia mondiale dovrebbe veder celati sotto il nome Augusto o Costantino o dello stesso Carlo Magno altrettanti Khan-Zar di quest’immenso impero la cui esistenza anche i Romanov e la chiesa russa preferirono cancellare ogni traccia.

La storia mondiale si trova così ad essere innanzi tutto raccorciata, dal momento che quasi tutto ciò che ci è stato tradito è mera invenzione e che dunque per rendere plausibile una simile cronologia non vi è stata alcuna difficoltà o remora nel replicare più volte, attribuendole a personaggi diversi per nome o per etnia, il regno unico di un singolo Zar russo-tataro; in secondo luogo assistiamo ad una partizione manichea tra una verità russa abilmente occultata ed un lungo, complesso e quasi perfetto prodotto storiografico dell’Occidente, finalizzato ovviamente a svilire le glorie degli slavi d’Oriente e a sostituirle con immaginarie imprese occidentali. Ma soprattutto occorre sottolineare come, più ancora che una sorta di accesso d’orgoglio nazionale russo, queste proposizioni, oggi ampiamente diffuse anche in Occidente, pretendano di rappresentare, una volta di più, il trionfo delle certezze discendenti dalle scienze esatte rispetto alle presunte nebulosità di un sapere umanistico che in verità risulta marginalizzato un po’ in tutto il pianeta.

Quale nuovo approccio storico propone la Nuova Cronologia?
È assai difficile parlare in senso stretto di una vera metodica storica inaugurata da Fomenko e dai suoi epigoni: in realtà, come si è già detto, in origine Fomenko si propose di dimostrare le proprie tesi attraverso l’applicazione di modelli matematici e tali proiezioni statistiche sono rimaste quali principali fondamenti probatori della validità del suo approccio. In realtà con il passare degli anni lo studioso russo ha ampliato il proprio ambito d’analisi innanzi tutto alla linguistica comparata, terreno, questo, per eccellenza scivoloso dal momento che “falsi amici”, assonanze, superficiali omofonie e forzature in materie di identità radicali hanno da sempre costituito il fondamento attraverso cui correlare culture e popoli totalmente estranei tra loro. Già nell’Alto Medioevo Virgilio Marone Grammatico si dilettava, in seno ad un sintagma culturale ancora di difficile interpretazione, a decostruire la lingua latina, cercando di asseverare etimologie, significati e costrutti grammaticali del tutto implausibili nella lingua latina di cui peraltro egli era un grande studioso.

Con ben diversa serietà nelle opere di Fomenko troviamo frequenti ricorsi alla linguistica per dimostrare non solo l’esistenza della grande koinè dell’impero russo-eurasico, ma anche per dimostrare la fallacia, l’implausibilità e soprattutto l’origine slava di elementi onomastici e toponomastici riportati da fonti greche, latine o di altre lingue occidentali.

I “Recentisti” non esitano del resto ad apparecchiare modelli esegetici che richiederebbero una raffinatezza filologica che invece non riscontriamo nei loro scritti: ciò tuttavia non impedisce loro di ritenersi attraverso tali strumenti, in grado di dimostrare la constatazione di quasi tutte le fonti occidentali, opere di abilissimi falsari d’età moderna cui tuttavia sarebbero sfuggiti dettagli che pur con repertori grossolani, i seguaci di Fomenko si dichiarano convinti di saper smascherare.

Dove affonda le sue radici la Nuova Cronologia?
In realtà quella di Fomenko è una “rivoluzione” non del tutto originale: prima di lui un altro pensatore russo, Morozov ritenne di poter dimostrare una revisione cronologica per molti versi simile: anche a suo dire la storia ufficiale era composta in gran parte da reduplicazioni e dunque essa era assai più breve di quanto era stato tradito; inoltre Morozov pareva avere idee molto precise circa il contesto in cui il complotto dei falsari si era sviluppato: citando autori occidentali d’età moderna, alcuni esistenti altri forse inventati dai suoi corrispondenti, immaginava una sorta di officina segreta celata in un monastero, descriveva le abili falsificazioni dei monaci, denunciava quasi artefici del complotto la chiesa di Roma, l’impero asburgico e la complicità dei Romanov.

Morozov tuttavia fu un pensatore assai eclettico e si occupò un po’ di tutte le discipline, spesso approcciandole in un percorso totalmente autodidattico, ma soprattutto fu attore politico di rilievo, esponente di spicco dei Narodniki, fautore del metodo terroristico, anche se poi con la Rivoluzione d’Ottobre conquista posizioni autorevoli nel partito e nella cultura bolscevica.

A differenza di Fomenko, forte delle sue conoscenze matematiche, Morozov affronta la questione attraverso processi assertivi che si sviluppano in molte direzioni, dalla letteratura alla storia, utilizzando spesso fonti occidentali, il che non deve stupire dal momento che proprio in Occidente, nella tarda età vittoriana si possono rintracciare autori che, muovendosi soprattutto nel solco della critica degli storici ecclesiastici, si spingono sino a negare anch’essi (dichiarando false le opere di molti Patres latini o greci) i contesti secolari in cui tali tradizioni andavano collocate.

Più di tutti però risulta interessante (e fu centrale nel pensiero di Morozov e dello stesso Fomenko) l’opera del gesuita francese Hardouin: se il grande Momigliano lo definì esempio di psicosi più che non di radicalismo pirronista, tale personaggio fu in primo luogo uno dei più brillanti filologi dell’età sua e tuttavia vide presto censurate le opere nelle quali egli stesso ricostruiva le falsificazioni in una impia cohors di monaci benedettini operanti nell’età di Federico II. Hardouin tuttavia non nega la storia classica, ma piuttosto considera false quasi tutte le opere che ci sono pervenute da essa; ad eccezione di una piccola parte della produzione di Orazio, Virgilio o di Plinio il Vecchio e di pochi altri le opere classiche sarebbero state completamente riscritte da tali falsari e con esse soprattutto i testi più importanti della cristianità compresi tutti i Trattati di Ambrogio o di Agostino.

Lo scopo del falso? Diffondere attraverso tali apocrifi, sotto la protezione autorevole di santi e teologi venerati, ma mai esistiti, le più orribili eresie presentate appunto come verità dogmatiche sancite proprio per confutare presunte proposizioni ereticali.

Credo che il discorso relativo a quest’autore sia in realtà assai più complesso e comunque, nelle sue finalità e nella sua metodologia, del tutto distinto dalle tesi dei così detti “Recentisti” che pure hanno fatto di lui il “Padre nobile” del loro modello ermeneutico.

Quali problemi di metodo storico solleva il Movimento Recentista?
Di fatto la “Nuova Cronologia” non ha incontrato alcuna forma di riconoscimento scientifico e dunque non si può parlare di un vero e proprio contributo critico discendente dalla contestazione di tale approccio. Al contrario va rilevato il particolare seguito che essa ha conosciuto, non solo in Russia, nel vastissimo e magmatico contesto della cultura pop elaborata dalla Rete.

Se nelle dinamiche e nelle conclusioni proposte da Fomenko e dai suoi collaboratori hanno conseguito un successo facilmente spiegabile alla luce di un vero e proprio ritorno ad un forte orgoglio nazionalistico in Russia, meno comprensibile appare il seguito di tali tesi in un Occidente che risulta tacciato di secolari falsificazioni, nonché di essersi appropriato di glorie e trionfi spettanti all’impero eurasico.

Credo che si debba prendere atto di un più generale fenomeno di antagonismo aprioristico rispetto a tutte quelle che sono considerate forme di sapere accademico; tale atteggiamento ci riconduce ancora una volta alla cultura del complotto, alla partizione manichea che in essa contrappone le falsità dello stato alle verità del popolo. E dell’identità statuale in modo accademico è, in tale ottica, considerato prolungamento e strumento finalizzato soprattutto a gestire una sorta di gigantesco cover up che sarebbe messo in atto in tutti i settori scientifici.

I “Recentisti” appaiono al “popolo della Rete” in primo luogo come avversari dei complotti, delle negazioni, delle strategie disinformanti che la cultura ufficiale vuole imporre; a ciò si aggiunga che le “verità” di tale gruppo mettono in discussione non già qualche dettaglio culturale marginale ma piuttosto la quasi totalità della storia così com’è stata da sempre insegnata dalle strutture educative di stato.

Da ultimo v’è un indubbio elemento atipico rispetto alle tradizionali teorie del complotto: queste ultime sono spesso attaccate dal mondo scientifico attraverso l’evidenziazione dell’assenza di formazione professionale o meglio di sostanziali preparazione culturale dei loro propugnatori: Fomenko ed i suoi collaboratori presentano invece una connotazione ancipite dal momento che sono di certo feroci contestatori delle presunte falsità del sistema, ma al tempo stesso appartengono per formazione e carriera proprio al mondo accademico, anzi Fomenko continua a godere di vasto prestigio tra gli studiosi di matematica ed anche molti dei suoi collaboratori hanno raggiunto posizioni importanti in varie università. Ciò significa che essi rappresentano una sorta di punto di forza nella più generale metafisica del complotto: ne sono infatti censori, critici ed accusatori ma non rischiano a loro volta di essere considerati implausibili per un’eventuale carenza di formazione culturale.

Piuttosto che, dunque, preoccuparsi di sentire con rigore metodico le peraltro fragili riflessioni di Fomenko egli stesso, i suoi supporters e più in generale il vasto pubblico che attraverso la Rete ne condivide e ne rielabora le idee meritino di essere oggetto di ulteriori analisi per tentare di meglio declinare la natura ed il significato politico ed antropologico dei tanti movimenti culturali che, al pari di questo, sembrano proporre scenari di inversione normativa delle strutture del sapere in un’ottica inquietantemente orwelliana.