“Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere” di Gianluigi Pasquale e Branko Muric

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Prof. Gianluigi Pasquale, Lei è autore con Branko Muric del libro Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, edito da Carocci: qual è l’orizzonte di indagine della teologia fondamentale?
Teologia fondamentale. Il Lógos tra comprendere e credere, Gianluigi Pasquale, Branko MuricLa teologia fondamentale è lo studio su Dio che tiene aperta una porta all’uomo alla ricerca di senso per la propria vita. L’orizzonte di indagine è, dunque, segnato da due direttrici luminose: cercare di comprendere Dio che si rivela all’uomo parlandogli e di osservare il modo in cui l’uomo, e la donna, tenta di rispondergli. La teologia fondamentale, guardando ai fondamenti di questo processo, non è quasi mai per gli “addetti ai lavori” interni al cristianesimo o a un’altra religione, ma è rivolta all’uomo che, prima o poi, sbatte la testa contro quel limite che tutti ci accomuna: quello di esserci e quello di dover fronteggiare la morte. L’uomo non ha paura della morte, bensì del nulla che la contraddistingue. L’orizzonte di indagine è, insomma, un ponte il cui primo pilastro è costituito da un Dio da custodire (il fondamento), mentre il secondo è rappresentato dall’uomo che desidera capire (l’ermeneutica interpretante).

Quali compiti vengono assegnati alla teologia fondamentale del XXI secolo?
Alla teologia fondamentale del secolo XXI, appena iniziato, vengono assegnati svariati compiti che, tuttavia, si possono riassumere in questa espressione: «rendersi responsabili dell’“agire comunicativo”» – per usare una terminologia cara al filosofo tedesco Jürgen Habermas (*1929) – che Dio ha con l’uomo, l’uomo con l’uomo e questi con Dio. Fino al secolo XX filosofi e teologi si erano fortemente impegnati ad attirare l’attenzione sul fatto che Dio parla in e con quella stessa parola che usa l’uomo per parlare. Questo “dettaglio” è senza dubbio di origine cristiana. Con Gesù di Nazaret, Dio non si rivela scheggiando tavole di pietra o imprimendo impronte in totem, colonne o codici, ovvero in rombi di tuoni. In Gesù di Nazaret, Dio si rivela parlando nei singhiozzi, nei racconti, nei dialoghi, con una ben chiara melodia e un accento aramaici. Fino all’«ultima parola» sulla Croce gridata e poi sigillata in un assordante silenzio, in quello che G.E.W. Hegel (1770-1831) chiamava, con una formidabile espressione, il «venerdì santo speculativo». Non so se si sia riflettuto abbastanza nel secolo XX sul fatto che per i cristiani Dio parla, visto che noi oggi stiamo così male quando non riceviamo un Whatsup o, peggio, non viene messa la doppia spunta a uno nostro che abbiamo inviato. La teologia fondamentale del secolo XXI è e sarà chiamata ad accorgersi più e meglio che Gesù parlava anche con sguardi, pianti, tocchi, visite, pranzi, cene, silenzi cioè con la «sua presenza e manifestazione». Ora, anche noi conosceremo meglio Dio solo se studieremo di più, apprezzandolo, questo agire del trentatreenne figlio del falegname – direbbe Alda Merini (1931-209) –, da una parte, e se sapremo, dall’altra, comprendere più da vicino l’uomo e la donna contemporanei a partire dal loro agire comunicativo. Perché oggi l’uomo comunica soprattutto agendo, come si osserva nel fenomeno dei tatuaggi. Alla pari del filosofo, il teologo deve possedere un’ottima antenna wireless: intercettare ciò che accade – per esempio il fatto che Dio parli –, il come l’uomo comunica e fare tutto ciò che è possibile per metterli in hang-out. Oso affermare che, al fine di raggiungere questo scopo, proprio nel XXI secolo, il teologo dovrà maneggiare meglio e con più destrezza la filosofia classica e il risvolto etico del sapere, mentre al filosofo converrà osservare quanto la Bibbia e altri scritti di altre tradizioni religiose contengano le verità che aiutano il benessere dell’uomo e anche quello eterno.

Come è possibile rendere Dio comunicabile e comprensibile agli uomini e alle donne di oggi?
L’uomo e la donna di oggi, più di quelli medioevali, desiderano salvarsi: sotto la volta celeste, cioè adesso, e oltre la volta celeste, cioè dopo questa vita. L’uomo medievale possedeva due potenti strumenti per sentirsi al «sicuro»: la garanzia delle buone opere per i Cattolici e quella della fede predestinante per i Protestanti. Per i mussulmani di allora e di oggi le cose, tra sunniti e sciiti, stanno più o meno così. L’uomo moderno e quello postmoderno sono un tantino diversi. Quello moderno, ha pagato un prezzo altissimo per aver lasciato alla sola giustizia umana di decidere ciò che è bene e male, giusto o ingiusto «etsi Deus non daretur», quindi per decidere – come si dice – in maniera “laica”. L’uomo postmoderno si è spinto ancora più in là nel proprio processo rinunciatario e di abdicazione: ha affidato la propria salvezza alla tecnica, delegandole il potere di risolvere ogni problema e la bacchetta magica per poter salvare. Rendere comunicabile Dio all’uomo e alla donna contemporanei significa annunciare e far loro capire – ma anche a noi – che giustizia e tecnica non salvano del tutto, ma solo in parte. La loro è una salvezza «penultima». La salvezza ultima viene solo da Dio e precisamente dall’uomo Gesù Cristo, che ben conosce il nostro patire e la sofferenza del secolo XXI, rappresentata dalla noia, dalla solitudine e dalla tristezza.

Quali funzione svolge, per la teologia, la rivelazione?
La Rivelazione per la teologia svolge il ruolo fondamentale alla stregua – per così dire – di quanto fa il sole per il tulipano: quest’ultimo non potrebbe esistere senza il primo, da cui riceve esistenza energia e vita. Ricorrendo soprattutto alla filosofia di J.G. Fichte (1762-1814), nel libro si dimostra che l’«io» senza «Dio» non solo perde se stesso, ma nemmeno si trova o si ritrova. Così la teologia (fondamentale) trae tutto il proprio contenuto («das Inhalt») dalle parole e dai gesti di Gesù Cristo, trasmessi dalla tradizione della Chiesa negli scritti biblici divinamente ispirati dallo Spirito Santo. Si tratta di un contenuto “vivente” che ha bisogno di tempo per essere compreso dall’uomo parlante. Pertanto, vi sarà sempre una teologia, e anche nel XXII secolo la Rivelazione avrà bisogno di «più tempo» per essere compresa. Come del resto accade per qualsiasi linguaggio proprio: esso si comprende sempre dopo, specialmente dopo un nuovo fatto che lo illumina. In questa prospettiva, la teologia è scienza alla pari di tutte le altre perché ha un oggetto su cui indaga (Rivelazione), un metodo (ascolto) e uno scopo da perseguire (dare la salvezza). Anzi, osservando meglio i dati biblici e le stesse «confessioni di fede», nel libro si precisa che «Dio è oltre l’essere» come la luce (Gv 1,9). In realtà, qualsiasi ente (l’uomo, lo scienziato) esperisce l’essere a una condizione: che vi sia la luce, che dunque, viene prima. Sporge, così, una seconda conseguenza nel rapporto tra Rivelazione e teologia: la teologia custodisce il fondamento (Dio c’è) e lo rende comunicabile (lo si testimonia), perché la teologia testimonia al pensiero che Dio esiste. Nel XXI secolo vi sono molti testimoni visibili, ma meno testimoni del pensiero e nel pensiero credente.

In cosa consiste una teologia fondamentale «sotto la Croce»?
La teologia fondamentale «sotto la Croce» è quella che sgorga dalla sorgente che gli è propria: il Crocifisso. La redazione più antica dei Vangeli, quella di Marco, registra forse la prima confessione di fede nelle parole del più pagano tra gli uomini: il centurione romano. Al grido di quel trentatreenne Gesù di Nazaret morto con lo strazio di tutto il peso del corpo appeso ai chiodi dei polsi, innocente, solo e nudo, abbandonato perfino dal Padre, appunto a quel Crocifisso corrisponde la più espressiva confessione di fede: «davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,38). È dall’incrocio di quel morire (fede) e di quella ragione (pagana) che nasce la teologia fondamentale, appunto sotto la Croce. E infatti, non a caso, San Giovanni Paolo II firmò l’Enciclica «Fides et ratio» – inerente i rapporti tra fede e ragione – proprio il 14 Settembre 1998, Festa della Esaltazione della Santa Croce. In questo modo viene pure giustificato il sottotitolo del mio libro: «Il Logós tra comprendere e credere» Non si tratta di una mimesi dell’altro famoso volume di Rudolf Bultmann (1884-1976) Credere e comprendere (1933), bensì della scelta di aderire al processo che portò il Centurione romano all’esclamazione in quel primo venerdì santo: comprese e credette, benché sia vero che l’attimo per passare da un’azione all’altra corrisponda all’impercettibilità di un atomo. La teologia «sotto la Croce» venne, peraltro, già intravista da altri due teologi fondamentali di area tedesca: Karl Rahner (1904-1984) e Hansjürgen Verweyen (*1936), assieme al mio sospetto – e a quello di Wolfhart Pannenberg (1928-2014) – che entrambi dipendano, in questo, dalla riflessione francescana del Beato Giovanni Duns Scoto (1265-1308), ovvero dall’intuizione di San Francesco di Assisi (1182-1226) che nella Croce si rintraccia la luce di ogni comprendere e credere, da ché lì il Lógos si manifesta nella carne. Quella carne crocifissa significa anche, per la teologia fondamentale, osservare, riflettere e accettare, proteggendolo, tutto ciò che è umano, creato, ciò che è propaggine dell’uomo e della natura. L’uomo e la natura, infatti, rappresentano nel presente la continuità di quanto Dio ha creato nel passato e di ciò che nel futuro verrà trasfigurato in luce gloriosa.

Gianluigi Pasquale è docente di Teologia fondamentale nella Pontificia Università Lateranense. Nel 2018 ha conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato di Filosofia morale.

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