“Tedesco ma non troppo. Una lingua e dieci motivi per amarla” di Valentina Giuliani e Valentina L. Giannella

Dott.ssa Valentina Giuliani, Lei è autrice con Valentina L. Giannella del libro Tedesco ma non troppo. Una lingua e dieci motivi per amarla, edito da ETS: quando pensiamo alla lingua tedesca, la immaginiamo come un idioma preciso, che non conosce fraintendimenti: è realmente così?
Tedesco ma non troppo. Una lingua e dieci motivi per amarla, Valentina Giuliani, Valentina L. Giannella“Parlare tedesco significa entrare in un mondo di precisione e profondità”, scriveva Franz Kafka, autore molto amato anche dalle nuove generazioni. Le rispondo con questa citazione perché trovo che sintetizzi molto bene due dimensioni della lingua tedesca: quella della ricchezza del lessico e quindi della possibilità di essere accurati, precisi, efficaci e quella della creatività che permette di esplorare concetti, emozioni, sentimenti che in altre lingue non hanno parole o non conoscono sfumature.

Perché il tedesco merita di essere amato?
Il titolo è un po’ provocatorio e risponde alla necessità di sfatare alcuni pregiudizi che accompagnano lo studio di questa lingua considerata da sempre ostica, con una grammatica impossibile, con parole chilometriche e suoni difficili da pronunciare. Una lingua legata solo ad un periodo della nostra storia che vorremmo dimenticare e ad un popolo che non brilla per simpatia. Ma si tratta appunto di cliché e stereotipi.

Il mio amore per la lingua tedesca ha origini lontane, è legato ai periodi di vacanza passati in Alto Adige. Mi sembrava che questa lingua fosse un tutt’uno con l’odore di prati, l’aria frizzante degli alpeggi, il suono delle campane delle chiese, i paesaggi montani, il sapore del latte appena munto. Il tedesco allora mi parve un viatico per sfuggire alla confusione di città inquinate e rumorose, il passepartout per una felicità semplice, seguendo i ritmi della natura, tra gente seria e silenziosa, in territori marginali e di confine dal fascino antico. L’amore per il tedesco mi ha accompagnato durante gli studi liceali e in quelli dell’università, nella ricerca di precisione, nello sforzo di dire cose complesse con parole semplici, vere, oneste. Potenza della lingua tedesca che ci abitua ad essere logici ma anche creativi e fantasiosi, che ci aiuta a contrastare la vaghezza e la confusione della nostra epoca.

Quali sono i più infondati pregiudizi che circolano attorno alla lingua di Goethe?
Il più difficile da scardinare è la convinzione che il tedesco sia una lingua difficile. «Chi non ha mai studiato tedesco non ha idea di che lingua assurda sia» scriveva Mark Twain in La terribile lingua tedesca, concludendo che l’inglese si poteva imparare in trenta ore, il francese in trenta giorni e il tedesco in trent’anni. Ancora oggi, a quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione di questo pamphlet, è piuttosto diffusa l’opinione che il tedesco sia complicato. Ma che cosa sta dietro a questa percezione? Il tedesco ha quattro casi (nominativo, accusativo, dativo, genitivo), il polacco ne ha sette (oltre a quelli citati, anche il locativo e il vocativo), lo sloveno ha tre numeri grammaticali singolare, plurale e duale. Casi? Sei. Declinazioni? Otto! Il turco forma parole lunghissime inglobando indicatori morfologici come pluralità, possesso, persona, caso, tempo, negazione e questi indicatori cambiano forma in base all’armonia vocalica.

Insomma tutto è relativo. Nel libro abbiamo messo in evidenza gli aspetti normativi e prevedibili del tedesco, le sue strutture logiche, la corrispondenza tra grafema e fonema (tra ciò che si scrive e ciò che si legge), l’assenza di accentuazione scritta, gli indicatori grafici che aiutano la comprensione del testo, primo fra tutti l’obbligatorietà della maiuscola per i sostantivi. Il percorso alla scoperta di questa lingua è narrativo-divulgativo: una sorta di grammatica del piacere, capace di divertire, far ragionare e renderci curiosi se non addirittura appassionati nell’imparare.

Il tedesco subisce la ‘concorrenza’ di altre lingue considerate più facili e accessibili come lo spagnolo e il francese, o l’inglese, vera e propria lingua franca: quali sono le ragioni per imparare il tedesco?
Il tedesco è la lingua più parlata in Europa con oltre cento milioni di persone. È la seconda lingua straniera più conosciuta in diciannove dei ventisette paesi dell’Unione Europea. Circa centosettantamila italiani lavorano in una delle duemila aziende a capitale tedesco con sedi o filiali in Italia. Per le aziende italiane la Germania è il partner più importante. I viaggiatori di lingua tedesca rappresentano il mercato turistico maggioritario con otto virgola due miliardi di euro di spesa. Ma non si tratta solo di numeri. In un’epoca che vede l’inglese come lingua universale, in Europa il plurilinguismo sta diventando realtà, con molti millennials ormai in grado di esprimersi correntemente in tre lingue, e — accanto all’inglese — il tedesco sta avanzando come lingua comune europea.

In Italia, per troppo tempo, si è insegnato il tedesco con una dimensione latitudinale: un asse Nord-Sud in cui il tedesco è la lingua dei tedeschi che amano tanto l’Italia, ma perlopiù come luogo di vacanza, e degli italiani che devono andare al Nord ma, se potessero, lo eviterebbero. Peggio ancora: un asse Nord-Sud aspirazionale, in cui il tedesco diviene oggetto di un culto feticistico, dove la lingua del Nord è considerata superiore e filosofica, mentre quella del Sud non riesce a tenere il passo. Eppure, in Italia esiste da sempre un asse longitudinale che si estende da Ovest a Est. Lassù, nell’angolo in alto a destra della cartina geografica, tra le Alpi e il mare, troviamo Bolzano, Merano, Gorizia e Trieste. Queste città non erano solo porte verso la Mitteleuropa, ma anche verso i Balcani e il Mediterraneo orientale. Ancora oggi, questi luoghi rimangono crocevia dove le lingue si intrecciano e si fondono. Qui, nell’oriente friulano e giuliano, il tedesco è una lingua gentile, ammorbidita dall’aria adriatica, abituata a convivere — alla pari — con altre lingue.

Nel libro definisce il tedesco “gentile”: per quali ragioni?
La gentilezza del tedesco è nelle sue tantissime particelle intraducibili e prive di significato utili a stemperare la durezza di una comunicazione troppo cruda e diretta, funzionali a dare emozione e a stabilire un contatto empatico con l’interlocutore. Chiedere a un bambino «Wie heiβt du denn?» “Come ti chiami?” suona in modo diverso dal semplice «Wie heiβt du?» ed è la parolina denn a fare la differenza tra una domanda secca e una cortese. «Wo bleibt sie bloβ?» «Dov’è?» indica tutta la preoccupazione nel non sapere dove si trova una persona cara mentre «Wo bleibt sie?» nasconde una nota di biasimo per l’assenza. L’utilizzo di queste Modalpartikeln “particelle modali” è molto diffuso tra chi parla tedesco: ogni cento parole, tredici particelle.

Ci sono poi aspetti morfologico-sintattici della lingua tedesca che tradiscono un atteggiamento cortese, educato, rispettoso: la costruzione delle subordinate con il verbo all’ultimo posto della frase, la cosiddetta “struttura a parentesi” nella formazione del passato prossimo con l’ausiliare al secondo posto della frase e il participio passato all’ultimo, l’uso dei verbi modali con l’infinito a chiusura. Tutto ciò implica la necessità di aspettare la conclusione del discorso per poterne cogliere appieno il significato. Nessuna sovrapposizione, nessuna interruzione da parte di chi è in ascolto ma un atteggiamento che favorisce il rispetto reciproco e una attenzione non superficiale o disinteressata.

La gentilezza del tedesco si manifesta anche nel suo essere inclusivo, nella capacità di integrare le parole straniere. Goethe diceva che la potenza della lingua tedesca non è quella di rigettare ciò che non le appartiene ma di farlo risuonare.

Quanto varia il tedesco che si parla in Austria e Svizzera da quello parlato in Germania?
Il tedesco parla tante voci, alcune incomprensibili anche per me che sono germanista e che insegno l’Hochdeutsch, il tedesco standard. Lo insegno in Ticino, in Svizzera, paese dove impera lo svizzero-tedesco e i suoi numerosi dialetti: il bernese, lo zurighese, il basilese, il vallesano. Ogni regione svizzera, anche all’interno di uno stesso cantone, ha un proprio dialetto di cui è orgogliosa e che considera il migliore. Di fatto, per ammissione degli stessi svizzero-tedeschi, il tedesco è per loro una lingua straniera.

Il dialetto o meglio i tanti dialetti, rappresentano l’ultimo rifugio in ciò che vi è di più intimo e costitutivo dell’identità svizzera. Grazie allo Schweizerdeutsch si prendono le distanze dalla Germania, da una comunità linguistica straniera (310.000 persone) che è seconda solo a quella italiana, dal frontalierato di confine (quasi 66.000 i lavoratori tedeschi in Svizzera nel 2025). Esaltare il proprio dialetto significa superare quella sorta di complesso di inferiorità e di sudditanza verso il tedesco forbito e letterario, radicato in un territorio e in una cultura che fa capo a Berlino, non a Berna.

Diverso è il discorso che riguarda l’austriaco: la questione se esso sia una vera lingua oppure un dialetto tedesco appassiona poco o nulla fuori dalle università, dove peraltro si parla Hochdeutsch. Nessuno parla “austriaco”, ma tutti parlano il loro dialetto regionale – molti di questi dialetti sono imparentati con il bavarese: si parlano in Bassa e Alta Austria, nel Salisburghese, Stiria, Carinzia; a Graz c’è un dialetto stiriano che risente di forti influenze slave; nel Vorarlberg la parlata alemanna si avvicina allo Schweizerdeutsch. Il viennese è un mondo a parte: un florilegio di parole che arrivano dai quattro angoli di quello che fu il più grande impero d’Europa.

Valentina Giuliani è docente di tedesco in Canton Ticino e scrittrice. Ha pubblicato per La Spiga Edizioni E Tu? Percorsi di cittadinanza attiva per comprendere il nostro tempo (2017) e Cittadinanza in azione (2020). Per Armando Dadò Editore sono uscite le raccolte di racconti Borse, bagagli e altre vite (2025), TranSiti (2023), La biblioteca umana (2022), Il museo degli amori perduti (2021), Noi. Racconti a due voci tra Italia e Canton Ticino (2017).