Tecnocrazia e democrazia. L'egemonia al tempo della società digitale, Francesco AntonelliProf. Francesco Antonelli, Lei è autore del libro Tecnocrazia e democrazia. L’egemonia al tempo della società digitale edito da L’Asino d’oro: innanzitutto, cosa si intende per tecnocrazia?
Mi scuso subito se mi dilungherò su questa prima domanda ma la ritengo davvero una questione fondamentale. Generalmente, per tecnocrazia si intende una forma di sistema politico e sociale nel quale il potere reale di decidere è detenuto da un tipo particolare di intellettuali moderni: gli “esperti”, intesi sia come tecnici sia, e più spesso, come managers, organizzatori, dirigenti. Si tratta di una definizione abbastanza comune che, tutto sommato, si colloca in una più ampia tradizione teorica e di ricerca: quella della teoria delle élites inaugurata tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento da Gaetano Mosca, Roberto Michels e Vilfredo Pareto, a cavallo tra sociologia e politologia. Secondo questa teoria, qualunque sia il regime politico formale o la forma di governo, comprese quelle democratico-liberali, in realtà il potere è detenuto e amministrato sempre da una minoranza: nell’ordine del discorso tecnocratico “classico”, questa minoranza, a partire dallo sviluppo dell’industria di massa e del capitalismo organizzato (seconda rivoluzione industriale) comincia ad essere formata, in misura crescente, da “esperti”; persone in possesso di un titolo di studio formale che sulla base della loro competenza e del ruolo chiave svolto soprattutto nella produzione e nell’organizzazione dell’economia e della società, esautorano gradualmente il potere delle classi politiche. Praticamente in ogni parte del mondo ove arriva e si afferma la modernità. Perché? Perché superata la sua fase aurorale, l’industrialismo maturo, quello inaugurato soprattutto in Germania e negli Stati Uniti a partire dalla fine dell’Ottocento, aumenta esponenzialmente la divisione del lavoro sociale e all’interno della produzione; favorisce la concentrazione del capitale; richiede tecnologie non più artigianali ma scientificamente sviluppate; e, soprattutto, realizza una crescente specializzazione professionale delle funzioni dirigenti: entra in crisi la figura dell’imprenditore che, da solo, dirige e possiede la sua azienda. Anche l’amministrazione, compresa quella pubblica, estende i suoi compiti e raffina la sua specializzazione interna in una società di massa. Ne deriva l’ascesa di una “nuova classe” (termine introdotto da Bakunin attorno al 1870, ma ci torneremo) di tecnici che finisce per controllare tutto e la cui élite è costituita dai “tecnocrati”.

Così inteso, il discorso tecnocratico – al pari di molti altri ambiti di discussione delle scienze sociali – è stato sempre intriso di una forte carica polemica: oltre ad essere una “diagnosi”, per molti la “tesi tecnocratica” è stata ed è un orizzonte necessario e desiderabile di “evoluzione” dei sistemi complessi (da ultimo, questo auspicio è stato ribadito da Parag Khanna) mentre per altri essa esprime il rischio dell’avverarsi di un mondo dominato da una nuova e più pericolosa tirannide. Del resto, gli immaginari distopici della modernità (si pensi al classico di Huxley “Il mondo nuovo”, 1932) si sono spesso nutriti di questa idea di un governo degli esperti così come, già agli albori della rivoluzione scientifica (se si pensa, ad esempio, alla “Nuova Atlantide”, 1627, di Bacone), hanno fatto le utopie. Come accade oggi con riferimento, ad esempio, alla natura del potere nell’Unione europea, anche i movimenti e le classi politiche dell’Occidente e non solo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Settanta, hanno di volta in volta denunciato oppure sostenuto l’idea della “competenza e dei competenti” al potere: si pensi alla “nuova sinistra” da una parte o al cancelliere tedesco Ludwig Erhard, dall’altra.

Qui si nota subito un paradosso: l’ordine del discorso tecnocratico è infatti prodotto da intellettuali che, in ultima analisi, riflettono, teorizzano, polemizzano, su altri intellettuali. Dunque, se inteso come puro discorso sul “governo dei tecnici”, il discorso tecnocratico è un altro modo per gli intellettuali moderni di legittimare, costruire o comunque ribadire la loro importanza nella politica e nella società moderna: come ho mostrato in altri miei lavori, l’identità dell’intellettuale è nella modernità un’identità pubblica che si costruisce attraverso un costante riferimento e dialogo con la sfera politica e, ad un livello forse più filosofico, con la “volontà di potenza” (in fondo Foucault stesso ha molto insistito e forse praticato tutto questo) come mai nella storia precedente. Gli intellettuali moderni, filosofi, letterati, medici o scienziati sociali che siano, rivendicano da sempre il fatto di essere i veri se non gli unici custodi dell’interesse generale dei popoli e dell’intera umanità. Ecco perché dietro il discorso tecnocratico classico, politico-polemico oppure più scientificamente fondato, c’è sempre una esagerazione non sostenuta dai dati empirici: in nessun luogo si è mai realizzata una vera tecnocrazia che abbia sostituito sia le regole di funzionamento della politica sia i regimi politici propriamente detti (come la democrazia liberale) sia la classe politica selezionata attraverso le istituzioni e le procedure proprie alla politica (elezioni, mediazione degli interessi e delle posizioni, cooptazione, ecc.). Vi sono stati e ci sono sistemi e meccanismi tecnocratici, ne parleremo a breve, che contano sempre di più, ma alla fine la tecnocrazia è un “soft power” che vive dell’ibridazione con altre classi sociali e altri gruppi dirigenti, diversi da sé. Allo stesso modo e proprio a causa di ciò, i tecnocrati come più in generale gli intellettuali-pubblici moderni, sono continuamente sospesi tra la ricerca della verità fattuale, l’onestà intellettuale e metodologica, il dubbio sistematico, e il dogmatismo, la partigianeria interessata, il collateralismo con i più vari gruppi sociali e centri di potere (soprattutto economico): sono dunque ben lontani, nella realtà, dall’essere i “puri portatori di un puro interesse generale” o dall’annullare la politica come dominio del conflitto, anche violento.

Anche per questi motivi, nel mio libro ho scelto di definire la tecnocrazia anche, o meglio soprattutto, come “governo della tecnica” e non solo come “governo dei tecnici”. La tecnocrazia così intesa può essere riconosciuta come un dispositivo complesso la cui funzione manifesta è quella di accrescere la performance di un certo sistema sociopolitico ed economico; così come quella latente è individuabile nel suo impiego per costruire nuove egemonie politiche che giustifichino la politica e gli interessi di parte di un certo gruppo sociale, attraverso l’appello e le risorse della tecno-scienza. In più, questa definizione ci consente di riconoscere chiaramente due fatti determinanti: il primo è che gli stessi esperti finiscono per essere “ingabbiati” nelle regole, nei saperi e nei meccanismi che essi stessi hanno costruito con la promessa di razionalizzare il sistema politico, economico, sociale; cioè hanno sempre meno discrezionalità decisionale (c’è qualche economista seriamente intenzionato a far carriera nelle istituzioni economiche internazionali o negli Stati, come governante o come consulente, che può opporsi allo strapotere del pensiero economico neo-liberale?). Oggi contano sempre di più i sistemi socio-tecnici in quanto tali. Il secondo è che questi sistemi sono la modalità di connessione e direzione dell’intero processo sociale contemporaneo, e si stanno sempre più indirizzando verso una forma post-umana di governo: l’intelligenza artificiale, il data mining, i big data, la digitalizzazione sono tutti meccanismi che incorporano sapere esperto e lo sanno maneggiare, per produrre o supportare decisioni, senza l’intervento degli stessi esperti; i quali ne diventano fortemente dipendenti, come il resto della società e della politica. Questa è la nuova frontiera di una tecnocrazia diffusa, da vedere però sempre in connessione con altri gruppi sociali e interessi. Anche il mondo della tecnica automatizzata continuerà ad essere un mondo politico.

Quando e come si sviluppa la tecnocrazia?
Qui bisogna subito liberarsi da un equivoco che è in fondo un anacronismo: la tecnocrazia, come teoria per non parlare della sua pratica e della sua analisi scientifica, non nasce con la “Repubblica” di Platone come si continua spesso a leggere anche in molte pubblicazioni autorevoli. In quel dialogo ormai classico, infatti, Platone ha sviluppato l’idea utopica (più tardi fortemente ridimensionata) di una “sofocrazia”, cioè un governo del sapere speculativo, della saggezza, della verità assoluta. Un discorso tutto inserito nei valori e nelle strutture delle società tradizionali, basate sull’agricoltura e, non dimentichiamolo mai, sul lavoro schiavistico o semi-schiavistico. Queste cose hanno perso d’importanza nella rappresentazione e nella pratica moderna del potere, anche in seguito alla rivoluzione scientifica, alla nascita e diffusione della tecnologia, alla loro applicazione alla produzione, al consumo, all’amministrazione: ai sistemi politici come a quelli economici si chiede di essere efficienti ed efficaci per poter fare anche la giustizia, compresa quella sociale. Si tratta di un ordine del discorso affermatosi con la grande crisi del Ventinove e non è un caso che proprio a partire da essa, soprattutto negli Stati Uniti, si incominci a diffondere nel dibattito pubblico il termine “tecnocrazia”, soprattutto per ripensare teoria e pratica del potere in una società e in un’economia che avevano bisogno di maggiore organizzazione ed efficienza, rispetto al “laissez-faire” del XIX secolo, per far fronte alla dirompente “questione sociale”. La genealogia della tecnocrazia è dunque tutta moderna. Ed è in gran parte interna alla storia della sinistra e del progressismo, anche se troppo spesso oggi lo dimentichiamo. Ogni genere di “progressismo”, dall’Ottocento in poi, compreso e soprattutto il socialismo, ha teorizzato e praticato l’iniezione massiccia dei saperi e degli esperti nei meccanismi di funzionamento dello Stato e poi dell’intera società, per pianificarla e svilupparla in modo più efficiente ed equo. Oppure, addirittura, per trasformarla completamente: ecco perché la pianificazione sovietica parve all’epoca, in Occidente, sia un modello sia un approdo inevitabile anche per un capitalismo sempre più monopolista che aveva, dunque, esigenza di essere organizzato, diretto e socializzato in modo più “illuminato”. Persino i liberali si convinsero ad un certo punto di questo: Schumpeter ne rappresenta uno degli esempi più illustri. La tecnocrazia nasce come teoria, pratica e categoria di analisi scientifica nel cuore della sinistra e questo accade, semplificando, perché la sinistra ha sempre coltivato l’idea della “democrazia sostanziale”: un governo innanzitutto per il popolo, un governo di cui una certa avanguardia politico-intellettuale si prende cura del popolo e dei suoi interessi, per sostenerne l’emancipazione. Certo, di un governo scientifico della cosa pubblica qualcuno cominciò a parlare già nel Seicento (oltre a Bacone, per esempio, anche la scuola inglese dell’aritmetica politica, che diede contributi fondamentali allo sviluppo della moderna statistica ufficiale) ma si trattava di “profeti disarmati” cui mancava una base sociale e politica (e questo vale anche per i philosopes alla corte dei “sovrani illuminati”, in parte proto-tecnocrati). Questa base venne con lo sviluppo del progressismo, del movimento operario, dello stesso socialismo di Marx che, non a caso, si auto-definiva “scientifico”. La tecnocrazia creata dalla sinistra, accolta ed ulteriormente sviluppata dai liberal-democratici autori del welfare state dopo la seconda guerra mondiale, fu duramente criticata dai neo-liberali e dagli ordo-liberali, come riproposizione con altri vesti del dispotismo di Stato. Una critica che, paradossalmente, è anche alla base della nascita della nuova sinistra, negli anni Cinquanta e Sessanta, in polemica proprio con la sinistra ufficiale e la sua idea di competenza autoritariamente applicata alla politica, all’economia e all’amministrazione. Ciononostante, quando i neo-liberali e gli ordo-liberali, negli anni Settanta, posero il tema della crisi di governabilità delle società occidentali colpite dalla stagflazione e dalla crescita del debito pubblico, riuscendo su questo terreno a rompere la trentennale egemonia keynesiana e della tecnocrazia progressista, finirono per sostenere ed attuare pratiche di governo tutte interne alla logica della tecnocrazia: ad un governo della tecnica che non condividevano, non poterono che sostituire un altro e più perfezionato governo della tecnica. La critica della tecnocrazia genera altra tecnocrazia perché di questa una società moderna, per definizione, non può proprio fare a meno. Questo ci dice due cose su questa lunga storia che sta per essere presa in mano, in parte, dalle macchine intelligenti: primo che la tecnocrazia non è mai solo una pura e asettica proposizione di mezzi tecnicamente più efficaci per raggiungere un fine esternamente dato ma sempre anche una certa idea di società più razionale da realizzare “scientificamente”. Cioè, lo ribadisco, è una pratica politica con altri mezzi e linguaggi. Secondo, che molto probabilmente, se dovrà esserci, la rivoluzione degli stili di vita e dell’organizzazione sociale in nome della tutela dell’ambiente, sarà nuovamente tecnocratica.

Quali sono i presupposti ideologici della tecnocrazia?
Dobbiamo distinguere tra la tecnocrazia come modello generale e le “tecnocrazie” come declinazioni particolari di questo modello. Dal primo punto di vista i presupposti ideologici della tecnocrazia sono la meritocrazia, lo scientismo, il prometeismo e il modernismo. La fede incrollabile cioè nella capacità e nella necessità delle società e degli esseri umani di auto-trasformarsi realizzando, grazie alla scienza e alla tecnica, cioè ad élite basata sul merito, gradi via via maggiori di perfezione. Da questo punto di vista l’ideologia tecnocratica è un’espressione del processo di razionalizzazione del mondo, del quale parlava Max Weber. A questi tre valori di base, figli della rivoluzione scientifica, dell’industria, dell’Illuminismo e, soprattutto, del positivismo, il Novecento, specie nella sua seconda parte, ha affiancato il managerialismo. “Accademia” e “Azienda” sono dunque i luoghi di formazione dell’ideologia tecnocratica. Rispetto a questa diagnosi di Weber, il quale vedeva nella modernità il puro trionfo della razionalità strumentale, la tecnocrazia aggiunge invece un surplus ideologico, una razionalità sostanziale, che si determina sulla base delle alleanze con vari gruppi sociali e da altre circostanze che qui non possiamo approfondire: si tratta dell’immagine di una società ideale, perfettamente razionale e perfettamente scientifica. Questa immagine non è sempre eguale, ovviamente: così, ad esempio, da una parte abbiamo l’ideologia della tecnocrazia progressista che ritiene massimamente razionale e scientifico un “mondo di eguali”, e quella della tecnocrazia neo-liberale dall’altra, che considera invece la “società aperta”, il mondo degli individui perfettamente liberi, della quale parla Popper, come l’obiettivo più logico e scientifico al quale tendere. La teoria critica ha dunque sbagliato sia a confondere la burocrazia (che tende al conservatorismo e alla rigidità) con la tecnocrazia (che è invece animata dall’ansia del cambiamento) sia a seguire Weber sulla strada della separazione della razionalità strumentale rispetto a quella sostanziale, con relativa ipertrofia della prima rispetto alla seconda.

Quali ragioni determinano il ricorso al ‘governo dei tecnici’?
Le ragioni possono ovviamente essere moltissime non ultima, e in Italia ne abbiamo avuto molti esempi, quella di attuare in modo più deciso e credibile di quanto non sappia fare la tradizionale classe politica (ma esiste ormai una tale classe politica completamente separata dal mondo degli esperti e viceversa?), quel modello di razionalità sostanziale del quale abbiamo parlato sopra. Più spesso e strutturalmente, i tecnocrati in quanto tali tendono ad essere opachi rispetto ai meccanismi pubblici, visibili, del governo e del potere: oggi quelli che sono davvero determinanti sono i “tecnocrati-custodi” quelli cioè che gestiscono strutture decisive della società e dell’economia (come le banche centrali, le istituzioni finanziarie internazionali e così via) e che fungono da controllori costanti delle decisioni prese a tutti i livelli della società, compreso il governo. Presto le macchine intelligenti svolgeranno sempre di più proprio questo compito. Infine, vi è un motivo strutturale che spinge ogni sistema a ricercare il governo dei tecnici, umani e non umani: la necessità dell’egemonia. Il concetto di egemonia come si è sviluppato da Gramsci in poi, rimanda infatti a due aspetti (che Gramsci stesso poneva come strettamente interconnessi): il consenso e il ruolo politico della cultura (in senso antropologico) che è anche l’aspetto più conosciuto; e la capacità di direzione, cioè l’offrire soluzioni più efficienti e convincenti ai problemi sociali ed economici. Questo aspetto, centrale ad esempio nella stessa idea che il PCI aveva della sua possibilità di conquistare il governo e di cambiare la società italiana, è spesso sottaciuto. Esso è invece fondamentale per comprendere il perché tutti ricorrano alla tecnocrazia: la tecnocrazia promette di essere il luogo e sempre più l’unico luogo, specie dopo il declino dei partiti di massa e la crescente irrilevanza dei parlamenti, dove costruire questo tipo di egemonia, lontani dalle contraddizioni (ma anche dalle istanze) della politica e delle “masse”, troppo ignoranti per capire sia il proprio interesse che la direzione da far prendere alla società. L’”egemonia come efficienza”, nella tecnocrazia, pretende dunque di rendere irrilevante la questione dell’”egemonia come consenso” o, comunque, di relegarla al di fuori delle dinamiche che determinano le decisioni che contano.

Quali i rischi per la democrazia di un ‘governo della tecnica’?
La tecnocrazia, in quanto “governo dei tecnici”, introduce un principio aristocratico nel gioco democratico, basandosi sulla competenza e le sue gerarchie, l’ideale meritocratico, la cooptazione, la negoziazione delle decisioni tra élites, cioè puramente all’interno delle classi dirigenti. A tutto questo, la tecnocrazia come “governo della tecnica” aggiunge un’opacità diffusa nei meccanismi decisionale e in quelli di controllo delle azioni sociali che non solo permeano in modo spesso occulto l’intero corpo sociale; essi celano soprattutto i gruppi sociali e gli interessi che stabiliscono le regole di funzionamento degli algoritmi. Da questo punto di vista, contrariamente a ciò che pensavano i “tecno-entusiasti tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, si crea una separazione tra la dimensione post-umana e umana del potere: la prima è riservata alla maggioranza delle persone che subiscono senza poter controllare minimamente, le tecnologie digitali e le dinamiche di potere e interessi che stanno dietro di esse; la seconda è riservata a quelle minoranze che decidono gli investimenti e lo sviluppo delle tecnologie digitali, di questi “algoritmi di potere” per le loro finalità. Di conseguenza, due sono i rischi principali per la democrazia, uno sul lato dello Stato di diritto, l’altro su quello della rappresentanza: il primo è il venir meno del principio della pubblicità e del controllo pubblico del potere; il secondo è nello svuotamento sostanziale dei meccanismi decisionali legittimati dal voto e dalla partecipazione. In altre parole, il potere democratico è fortemente limitato o meglio “plasmato” dagli imperativi posti dal sistema tecnico e dai suoi interpreti. Il fatto è che dietro ad essi non troviamo il puro disinteresse scientifico ma sempre interessi e valori propri di un gruppo sociale dominante. Insomma, la tecnocrazia porta con sé sia le opportunità di trasformazione radicale del mondo (storicamente, anche in direzione di una maggiore emancipazione delle persone, come è accaduto con la tecnocrazia progressista) sia il rischio di un autoritarismo più o meno strisciante.

È davvero pensabile una società democratica che faccia a meno del contributo degli esperti?
Nel mio libro parto proprio dall’assunto che nessun sistema sociopolitico che vuole collocarsi e realizzare una qualche forma di modernità, può fare a meno della forza della tecnocrazia. Questo, dunque, vale anche per le democrazie liberali. Anzi, più cresce il grado di complessità della società e dell’economia più cresce la forza e la necessità di impiegare conoscenza, competenza e tecnologia sia nei meccanismi decisionali sia in quelli esecutivi. Contemporaneamente, però, cresce all’interno di queste stesse società complesse e democratiche un sentimento diffuso che potremmo definire, con termine classico, di “alienazione”. Nel senso che le persone avvertono una perdita crescente di controllo delle loro vite, dei territori, delle città nonostante tutte le promesse di protagonismo soggettivo che istituzioni e tecnologie fanno loro. Questa sensazione si accompagna ad un peggioramento delle condizioni materiali di vita per molti e ad un’accentuazione delle disuguaglianze interne ai paesi occidentali. A differenza di quello che si afferma troppo superficialmente, oggi il livello medio d’istruzione della popolazione è cresciuto enormemente ovunque e, in generale, siamo molto più attrezzati culturalmente e politicamente rispetto a cinquant’anni fa. Da tutto questo nasce una diffusa rivolta verso l’”establishment” che promette liberazione per l’individuo trattandolo però, di fatto, come un suddito. L’establishment coincide molto spesso, nella percezione delle persone all’interno dell’Europa e degli Stati Uniti, proprio con le “teste d’uovo” della tecnocrazia neo-liberale; sia orientata a destra sia a sinistra (una sinistra principalmente liberal). Da qui la forza crescente del populismo oppure la ricerca di soluzioni “carismatiche”. La realtà ci mostra che entrambe queste strade sono facilmente riassorbibili all’interno dell’assetto neo-liberale globale e facilmente sterilizzabili dai meccanismi tecnocratici. Anche perché nessuno di quei leader a parole anti-sistema (ma davvero uno speculatore multimiliardario come Trump può essere un leader anti-sistema?) vuole sobbarcarsi i costi di un reale attacco all’establishment. Il quale, sostanzialmente, è passato indenne dalla gravissima crisi economico-finanziaria del 2007.

Quale rapporto tra competenza, sovranità popolare e società è dunque auspicabile?
Se della competenza e della tecnologia non possiamo fare a meno all’interno delle società complesse e sviluppate e il valore della democrazia e dello Stato di diritto sono irrinunciabili, allora la sfida è quello di ripensare il rapporto tra democrazia e competenza oltre le maglie strette della tecnocrazia. La tecnocrazia, infatti, è solo uno dei modi possibili di organizzare quel rapporto, ed è una forma intrinsecamente autoritaria, dirigista, di farlo. Potremmo insistere su una ridefinizione del sapere, in modo che esso venga costruito in modo più condiviso. Oppure sperare in qualche movimento sociale che metta in difficoltà la tecnocrazia. Il Sessantotto ha puntato su entrambi questi vettori di cambiamento con risultati alterni. No, non credo questa debba essere la strada da percorrere oggi, almeno in via principale nonostante l’utilità sia della “critica” sia della “protesta”. Penso che dobbiamo essere realisti. Quello che occorre fare è contro-bilanciare il potere degli esperti e della tecnica, rendere più trasparenti i meccanismi decisionali, aumentare controllo, partecipazione e pubblicità. In altre parole, occorre rafforzare il potere democratico a tutti i livelli, locale, nazionale e transnazionale. Gli spazi di partecipazione e quelli di rappresentanza. Infatti, la pratica tecnocratica attuale si basa sull’estensione delle soluzioni che furono elaborate durante la crisi degli anni Settanta del Novecento: essenzialmente e semplificando, potenziare al massimo la governabilità, rafforzare gli esecutivi, esternalizzare molte funzioni pubbliche; con l’obiettivo di blindare i meccanismi decisionali rispetto alle domande sociali, soprattutto quelle più radicali. Ora è venuto il momento di invertire questa tendenza: è necessario rafforzare la rappresentanza e rimetterla al centro delle riforme istituzionali. Contemporaneamente, anche lo Stato di diritto deve essere potenziato ed aggiornato rispetto alle nuove sfide. Per fare tutto questo occorre costruire o contribuire a costruire una soggettività politica nuova, anche facendo leva su quella nuova moltitudine di intellettualità diffuse che proprio lo sviluppo della digitalizzazione e la crescita del livello d’istruzione e di soggettivazione delle persone, mette oggi a disposizione. Tutto questo è reso più urgente dal fatto che in Europa e negli Stati Uniti (limitando il nostro ragionamento a queste realtà) si stanno facendo esattamente le cose opposte: si ritiene che la soluzione della crisi sociale, politica e istituzionale di oggi, possa essere risolta con rinnovate iniezioni di governabilità. Magari sotto il falso argomento del taglio dei “costi della politica”: esattamente quello che è accaduto, scelleratamente, in Italia con il recente taglio dei parlamentari. No, inseguendo questa strada i meccanismi autoritari della tecnocrazia prevarranno sulle opportunità emancipative che pure l’applicazione dei saperi al processo politico democratico può dispiegare. E il rischio, alla fine, è quello di un’esplosione della società.

Francesco Antonelli è Professore Associato di Sociologia Generale e Sociologia Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Roma Tre